L'inizio dello sport
Olimpia, 776 a.C.: la competizione è quella dello “Stadion” (corsa). I partecipanti, Greci per lingua ed antenati, sono per lo più giovani, maschi, liberi e facoltosi. L’ “Athlon”, ovvero il premio che farà di loro “atleti”, non possiede una corrispondenza attualmente concepibile. Le gesta dei campioni agonali, sarebbero state musicate dagli aedi ed effigiate dagli artisti: il nome dei vincitori avrebbe avuto grande eco nella memoria comune.
È l’inizio dello sport, non inteso nella moderna accezione del termine, ma già concepito come quell’insieme di valori genuini che fanno della sana competizione il proprio denominatore comune.
La banale espressione “fare dello sport” non può essere riconducibile alla sola attività fisica; Giovenale, col suo immortale “Mens sana in corpore sano”, aveva intuito che la salute corporea fosse un presupposto indispensabile nella cura della mente. Lo sport, volendo contestualizzare al nostro discorso una citazione dell’ingenuo Forrest Gump “è uguale ad una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”. Il successo, dolce e glassato, è il risultato degli sforzi maturati giorno dopo giorno. La fatica, la tenacia e la dedizione, rappresentano l’involucro che avvolge l’agognato premio. Le delusioni (ahimé) fanno parte del pacchetto: lo sport, così come la vita, non è tutto “zucchero e canditi”, ma, l’unico modo per cancellare l’amaro sapore, è scartare un nuovo cioccolatino dal ripieno più gradito.
Matteo Giulietti,
studente di Ca’ Foscari



