Home > Ricerca > Innovazione > Riviste telematiche > DEP Deportate, Esuli e Profughe > Numeri pregressi > n. 21, 01/2013 - Miscellaneo > Una finestra sul presente > Presentazione del Report “I had to run away” a cura di S. Camilotti

Presentazione del Report “I had to run away” a cura di S. Camilotti

Il report pubblicato nel marzo 2012 da Human Right Watch si basa su 58 interviste aperte a donne afghane, incontrate in prigione (34) e in centri di riabilitazione giovanile (24), nonché a figure che a vario titolo ruotano intorno ad esse. Le interviste alle donne, precisa il report, non si sono mai svolte in privato, ma sempre in luoghi che vedevano la presenza di altri detenuti e di personale di servizio. Le domande non hanno mai riguardato le condizioni detentive e le donne erano libere di interrompere l’intervista quando lo ritenevano opportuno.
Il report si incentra sulle donne che sono state punite per aver compiuto “moral crimes”, ossia per aver abbandonato la famiglia (sia essa intesa come quella dei genitori, ma anche quella del marito): il motivo di queste fughe è dato dalla situazione brutale di violenza e sottomissione in cui si sono trovate, che però non giustifica l’allontanamento ma, al contrario, lo punisce. La scelta di HRW di incentrarsi su tale tema si deve al fatto che i “moral crimes” sono evidenti esempi di discriminazione giuridica di donne e ragazze, ma rappresentano anche un ambito che può essere sottoposto a concrete sollecitazioni e riforme al fine di migliorare la condizione femminile.
I dati disponibili sono scarsi, tuttavia HRW stima che nel gennaio 2012 sono state circa 400 le donne incarcerate per “moral crimes”, una cifra che corrisponde a circa la metà del totale delle donne recluse in Afghanistan. La loro reclusione esprime un chiaro messaggio: se lasci la situazione in cui ti trovi per chiedere protezione, la legge ti punirà. Il ricorso alle istituzioni per denunciare soprusi e chiedere giustizia si traduce in un peggioramento della condizione della donna, che viene sanzionata con la reclusione.
Importante rilevare che il primo capitolo del report è preceduto da una serie di fotografie che ritraggono le donne imprigionate permettendo così a chi legge di sviluppare una idea meno vaga rispetto alla loro condizione. Ciascuna immagine è accompagnata da una didascalia che pur nella sua sintesi fornisce ulteriori elementi conoscitivi e chiarificatori circa la condizione delle donne e le ragioni che le hanno condotte in tale situazione di reclusione.
Il report si incentra sulla esperienza di donne accusate di aver abbandonato il nucleo familiare, atto che la Corte suprema afghana ha considerato nel 2010 e nel 2011 crimine punibile. Per “zina” invece si intende il compimento di atti sessuali fuori dal vincolo del matrimonio ed è considerato un atto criminoso dall’articolo 426-7 del codice penale afghano del 1976: tuttavia non vi sono definizioni dettagliate di “zina”, la cui vaghezza giuridica rende le donne maggiormente vulnerabili e accusabili di tale atto. Una donna che abbandona la famiglia subisce quasi di conseguenza l’accusa di “zina”, a differenza degli uomini che, a parità di comportamento, non sono imputati di tale colpa o subiscono pene meno lievi. 
Il paradosso in cui vivono le donne descritte in questo report le vede doppiamente vittime: nel momento in cui tentano di fuggire la violenza, allontanandosi dal nucleo familiare e denunciandola, sono accusate di “zina”. Tale gap si traduce inevitabilmente in una intimidazione per le donne che sono scoraggiate dal denunciare gli abusi che subiscono. Inoltre, il fatto che la legge punisca anche chi offre loro sostegno, assecondandole ad esempio nella fuga, rende ancora più insostenibile e solitaria la loro condizione.
Il fatto che una donna violentata sia accusata di “zina”, la trasforma da vittima in colpevole, alimentando ulteriormente quel circuito intimidatorio che scoraggia le donne a denunciare, anzi, le invita a sopportare ogni tipo di abuso. Nonostante la violenza sessuale sia un crimine punito dal codice penale, tuttavia i dati smentiscono l’applicazione della legge e i casi di violenza rientrano nell’ambito del reato di “zina” e dunque non sono puniti in quanto tali. Le stime sulle violenze sessuali sono sottorappresentate e le donne che denunciano sono più spesso considerate colpevoli, anziché vittime.
Il capitolo centrale del report si incentra su alcuni case studies di giovani donne, di cui si indica il nome e l’eta, che documentano le ragioni della reclusioni: la fuga da situazioni di abusi, spesso associata al reato di “zina” (che peraltro è punito molto severamente, con anni di reclusione), il rifiuto di un matrimonio forzato o la fuga dallo stesso (il caso descritto a p. 47 riguarda una quattordicenne, costretta due anni prima al matrimonio con un cugino). Alle donne intervistate non è stato esplicitamente chiesto se hanno subito violenza sessuale, in quanto si tratta di un taboo ancora molto forte: solo 11 delle 58 donne intervistate hanno spontaneamente parlato di questa esperienza e a loro è dedicata una sezione a se stante del capitolo centrale dei case studies. Un’altra sezione di questo capitolo si incentra su donne accusate di “zina” dopo essere state rapite o costrette a prostituirsi: un ulteriore paradosso che riduce le vittime a colpevoli.
Un tratto comune riguarda la scarsa credibilità che queste donne possiedono, in quanto spesso le accuse loro rivolte sono false e non suffragate da alcuna prova; tuttavia il loro punto di vista non ha alcuna influenza nel giudizio penale. In alcuni casi, la prigione è percepita come un luogo sicuro dove almeno non corrono il rischio di venire uccise (si veda ad esempio il caso raccontato a p. 49)
Il quarto capitolo del report fa il punto sulla strutturale carenza di forme di tutela delle donne, mostrando come l’ingiustizia nei loro confronti sia perpetrata ad ogni livello, (se ne parla in termini di “dysfunctional criminal justice system”, p. 78). Organi preposti alla tutela divengono spesso causa del peggioramento delle condizioni delle donne, dalla polizia alle corti di giustizia che le considerano tendenzialmente colpevoli, anche quando sono vittime. I giudici, ad esempio, spesso dimostrano non solo incompetenze dal punto di vista professionale ma anche un radicato sessismo, e lo stesso si rileva per gli organi di polizia.
Nel 2007 il Ministero degli Affari Interni ha istituito le Family Response Unity all’interno delle stazioni di polizia, ma in spazi a se stanti e con personale unicamente femminile, volti a fornire alle donne una assistenza dedicata; tuttavia non è chiaro quante di queste unità speciali siano attive e la carenza di operatrici rende difficile la buona riuscita di questo programma. Le statistiche parlano, all’interno dei ranghi della polizia, di solo l’1% di donne lavoratrici, un dato che rende senza dubbio vana l’efficienza delle Family Response Unity.
Un ulteriore problema riguarda le confessioni delle vittime, raccolte in condizioni tutt’altro che tutelanti, senza la presenza di alcun legale e fatte firmare da donne che per la stragrande maggioranza dei casi sono analfabete. Di conseguenza la validità di tali confessioni è alquanto indubbia e far dipendere da questo tipo di confessioni una sentenza rende il processo poco credibile.
Una forma di tutela è data dalla creazione di luoghi protetti presso cui le donne possono trovare rifugio dopo essere fuggite da situazioni di abuso; tuttavia si tratterebbe di una sistema da potenziare, poiché ad oggi sono registrati in tutto l’Afghanistan solo 12 strutture di questo tipo; esse forniscono un iniziale supporto alle donne, assistenza legale, ma non sono in grado di evitare l’arresto delle loro protette. Inoltre molte donne nemmeno sanno dell’esistenza di tale possibilità di aiuto. Occorrerebbe potenziare questo sistema di protezione e pensare anche a soluzioni di più lungo termine, ad esempio per donne uscite di prigione ma non in grado di ricostruire la propria vita; inoltre, si tratta di una soluzione alquanto controversa poiché parte della opinione pubblica ritiene questi luoghi “immorali” e dunque da contrastare, anziché potenziare.
Riflessioni sono poi dedicate alle forme di tutela giuridica, rappresentate dagli avvocati (con scarsi esiti: molte donne dichiarano uno scarsa o del tutto assente efficacia di queste figure), dai programmi ministeriali di tutela del Departments of Women’s Affairs, che però le donne non conoscono, e dalla Afghanistan Independent Human Rights Commission che ha un programma dedicato alle donne che hanno subito violenza in cui si cerca di facilitare la mediazione con le famiglie, ma  con esiti altalenanti. Inoltre, un ulteriore problema riguarda la legislazione che regola matrimoni, divorzi e affidamento dei figli, su cui sia l’assistenza giuridica che gli aiuti internazionali non investono molto, in quanto maggiormente concentrati su questioni di giustizia penale piuttosto che civile, in cui rientra appunto il diritto di famiglia.
Il capitolo finale offre una panoramica legislativa sia nazionale che internazionale volta a tutelare le donne, che tuttavia resta in gran parte disattesa: da qui il report conclude con una serie di “recommendations” alle principali istituzioni afghane, (dal presidente ai ministeri afghani, alle Nazioni Unite) chiedendo soprattutto una riforma legislativa volta a costruire un sistema maggiormente tutelante.

© Ca'Foscari 2017

Ultima modifica: 03/02/2013 da Rivista Deportate