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FOCUS | Riccardo Ridi su biblioteche e ABC informativo nell’era digitale

22/01/2014

Che ne sarà delle biblioteche quando tutti i libri saranno online? E dei bibliotecari? Riccardo Ridi è tra gli studiosi che cercano di rispondere a questi quesiti. Professore di Biblioteconomia a Ca’ Foscari, Ridi ha risposto al saggio dello storico statunitense David A. Bell “La biblioteca senza libri” con una più ottimistica postfazione intitolata “La biblioteca piena di libri (elettronici)”.

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Per i bibliotecari cambia l’ambiente di lavoro, ma si rinnovano gli obiettivi: aiutare i cittadini ad orientarsi nel mare di documenti digitali, resi rintracciabili e accessibili (online). Il libro di carta non sparirà tanto presto, assicura il docente cafoscarino, autore di numerose pubblicazioni e presentazioni sul tema (collegamento diretto al saggio di Bell con replica di Ridi).

 

Riccardo Ridi

Biografia

 

Professore associato di Biblioteconomia, Biblioteconomia digitale e Bibliografia presso il Dipartimento di Studi Umanistici

Contatto: ridi@unive.it

In un suo recente intervento, alla biblioteca Marciana di Venezia, ha posto i bibliotecari di fronte al bivio: stallieri o carrozzieri. Due modi di intendere una professione, ma soprattutto due modi per affrontare il futuro…

«Il riferimento è a un autore che racconta come all’inizio del  Ventesimo secolo ci fu  una rivoluzione nei trasporti, con l’invenzione del motore a scoppio, e quindi anche nelle professioni. Quelle legate strettamente al cavallo scomparvero. E’ il caso dello stalliere. Altre, incentrate più sulla funzione che sullo strumento, come il carrozziere, hanno avuto più possibilità di adeguarsi ai tempi e sopravvivere. Il problema del bibliotecario sta tutto qui. Se lo intendiamo come legato strettamente alla fisicità dei libri e alla tecnologia specifica che i libri avevano in epoca gutenberghiana, è chiaro che seguirà il destino di quell’epoca quando si concluderà. Come tutte le tecnologie, anche il libro stampato o passerà di moda o diventerà di nicchia. Se invece il bibliotecario si concentra, come credo sia giusto e possibile, sulla sua funzione, allora si rende conto di appartenere a una professione molto più di lungo respiro, destinata a durare probabilmente quanto la civiltà umana. Perché la funzione è quella di conservare, organizzare e rendere accessibile la conoscenza.

Non significa che non cambi nulla. Cambiano le tecnologie. Quella digitale è una rivoluzione importantissima, ma il rischio è che il cambio di tecnologia  induca qualcuno a pensare che i computer da soli possano risolvere tutto. Questo sarebbe uno sbaglio colossale: la tecnologia non funziona da sola, tutto dipende da come la usiamo. Spesso mi chiedono: ora che c’è Internet hanno ancora senso le biblioteche? Il punto non è questo. L’importante è capire se vogliamo dare importanza alla trasmissione delle conoscenza nel lungo periodo indipendentemente dalle mode, dal mercato e dal successo di massa. Se si pensa che l’informazione di cui una società ha bisogno vada oltre i bestseller, bisogna occuparsene e investirci. E’ una scelta politica».

Sostiene che “non ci libereremo tanto presto della carta”. Su cosa si basa questa sua considerazione?

«La scomparsa dei libri di carta non è imminente. Inoltre, questo cambiamento ha velocità diverse in parti diverse del mondo e in strati diversi della società. Un conto è la penetrazione del digitale negli Stati Uniti nei settori più alfabetizzati e moderni. Un altro è quanto accade in altri paesi e altre fasce sociali. In Italia abbiamo una penetrazione del computer e di Internet che è ancora limitata rispetto a Stati Uniti e altri paesi europei, senza contare il fatto che molti italiani hanno accesso a Internet solo nel posto di lavoro. La scuola italiana è ancora molto indietro. Si parla spesso di lavagne multimediali, ma, quando va bene, ce n’è una per scuola. Il computer? Al massimo uno per classe. Quando ci sarà un computer per ciascun studente e una lavagna multimediale per ogni aula, allora l’e-book e il digitale potranno prendere piede davvero».

Che il supporto sia cartaceo o digitale, il contenuto è sempre costituito da informazioni. Come definiamo questo concetto, che è stato al centro ad esempio del suo lavoro Unified Theory of Information, hypertextuality and levels of reality? e come filtrare l’enorme quantità di dati di cui disponiamo?

«Per informazione possiamo intendere quella dei giornali, le notizie, oppure un concetto più generale: l’informazione culturale, ma anche quella utile per il lavoro, il tempo libero, la vita quotidiana. Quello che gli anglosassoni chiamano information literacy, l’alfabetismo informativo, è l’insieme delle competenze necessarie per muoversi in questo universo di informazioni. Il bisogno di alfabetismo informativo c’è sempre stato, ma finché gli strumenti per informarsi e comunicare erano pochi era anche relativamente semplice imparare ad usarli. Con l’esplosione dell’informazione, prima con la rivoluzione industriale e ora con quella digitale, i big data, i linked data, i social media, tutti contribuiscono ad accumulare dati su dati. La quantità di informazioni è spaventosa. Diventa quindi sempre più importante l’alfabetismo informativo, che vuol dire non solo e non tanto saper leggere e scrivere, quanto saper scegliere, valutare e usare l’informazione sia digitale che tradizionale. Più ce n’è e più è necessario filtrarla. Serve una serie di competenze sia per le news, sia per le informazioni utili alla vita quotidiana, sia per preparare ua tesi di laurea. In un numero di Wired di tanti anni fa si diceva che la guida ai programmi televisivi sarebbe diventata più importante della tivù stessa. Il problema del filtro è esattamente questo. Facendo un parallelo con l’informazione, possiamo dire che diventa sempre più cruciale il ruolo dei bibliotecari, ma anche quello degli insegnanti e quindi della biblioteca scolastica, per far capire come cercare, utilizzare, gestire le informazioni. E’ un problema di dieta mediatica, nella quale evitare gli eccessi».

E chi è dunque il dietologo dell’informazione?

«I soggetti principali dovrebbero essere famiglie e insegnanti. Giornalisti e bibliotecari sono importanti, ma vengono in seconda battuta. Il bibliotecario dovrebbe affiancare l’insegnante e il genitore per la dieta mediatica dei più giovani e, più avanti, degli studenti universitari. E’ l’esperto specifico degli strumenti per filtrare il flusso di informazioni, spiegare quali possono essere le fonti a disposizione, come verificarle, valutarne l’attendibilità.
In famiglia, è buona pratica risolvere i dubbi consultando un dizionario o il tablet per verificare un’informazione. Così ci si rende conto che a tavola non si fanno solo chiacchiere, ma ci si può documentare seriamente. Che Wikipedia è una bella cosa, ma si dovrebbe verificarla confrontandola con almeno un’altra fonte».

Dove e come si potrebbe intervenire per tutelare e trasmettere meglio la conoscenza alle future generazioni?

«Un esempio è il deposito legale delle pubblicazioni cartacee, in vigore da secoli, che prescrive che almeno una copia di tutto quello che viene stampato debba essere conservata in biblioteca. In Italia non c’è una legge analoga per il digitale online, o meglio, c’è ma deve essere a costo zero e mancano i regolamenti. Inoltre, sui media del nostro paese si parla di biblioteche solo quando ci sono furti di libri rari o problemi di bilanci, e meno delle architetture innovative, delle biblioteche digitali e dei servizi bibliotecari fruibili da casa attraverso internet. C’è quindi da fare un lavoro di sensibilizzazione su questi temi che vada oltre la cerchia di studiosi e studenti. Sul piano della ricerca, ci sarebbe bisogno di maggiori studi sul comportamento informativo, cioè su come gli umani cercano, usano e comunicano le informazioni».

Digitale significa gratuito e libero?

«Non necessariamente. Il digitale riduce certi tipi di costi. Non servono carta, distribuzione, eccetera. Ma ci sono altri costi che permangono, come il tempo di chi si documenta e scrive, di chi cura la grafica o compila gli indici. In più ci sono costi facoltativi ma importanti per rendere visibile il prodotto e valorizzarlo. In qualche modo bisogna coprire queste spese. Per questo esiste un’editoria digitale, degli imprenditori del settore, che sostengono dei costi, come del resto le pubbliche amministrazioni che diffondono online informazioni di varia natura. Come colmarli? In parte risparmiando sulla carta, ma questo avverrà più sul lungo periodo. Ora ci troviamo nel periodo più costoso perché siamo attivi su tre fronti contemporaneamente. La carta si usa ancora, si creano nuovo contenuti direttamente in digitale e siamo in piena fase di digitalizzazione dei documenti cartacei. Tre fronti di spesa aperti. Come si recuperano questi soldi? Un po’ con le entrate tradizionali. Le vendite per gli editori, le tasse per l’università. Un po’ serve che la gente paghi per certi contenuti. Il digitale non è immateriale, costa, chi dice il contrario fa retorica. Non c’è niente di male a pensare che parte delle risorse debba venire dagli utenti, dai lettori e dai cittadini che pagano quello di cui hanno bisogno. Lo Stato deve però garantire almeno un livello minimo di accesso gratuito. La biblioteca si occupa della conservazione nel lungo periodo, perché non sia tutto gratis oggi (più o meno legalmente) e tutto scomparso domani. Il discorso dell’essere affezionati all’odore della carta stampata è solo un fatto generazionale: quando ci troveremo a dover scegliere tra l’e-book davvero economico e il libro di carta a prezzo triplo, rinunceremo alle nostalgie e il passaggio sarà automatico».

Parlava della necessità di verificare le fonti. Wikipedia è da considerare una fonte autorevole o no? Dobbiamo dubitare di ogni informazione trovata online?

«Le fonti poco attendibili sono sempre esistite. Non è una questione che nasce con Internet. Certo, in un ambiente tradizionale la distinzione era più chiara. Citare in una tesi un libro trovato in biblioteca è diverso che citare un discorso origliato in autobus. In Internet, l’equivalente della differenza tra libro attendibile e chiacchiera è molto meno chiara. La risposta sta ancora nell’alfabetismo informativo: aumentare il livello di consapevolezza, la capacità critica, la capacità di incrociare le fonti e distinguere tra quelle citabili e non, quelle adeguate in un contesto e non in un altro. Anche l’Enciclopedia Britannica contiene errori, ma diffusi statisticamente in maniera  uniforme nell’opera. In Wikipedia, invece, sono concentrati su alcune voci, perché è basata sul volontariato e il volontario lavora su quello che vuole. Wikipedia è uno strumento fantastico, ma molto difficile da usare. Se usata come prima e unica fonte presenta dei rischi, pensiamo ad esempio alle voci su scrittori o musicisti scritte dai fan con approccio agiografico».

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Ultima modifica: 22/01/2014 da Ufficio Comunicazione