Home > Ateneo > InFoscari > Video centrale > Ca' Foscari dopo la Liberazione, il discorso di Luzzatto

Ca' Foscari dopo la Liberazione, il discorso di Luzzatto

14/04/2015

Nel corso del recente riordino dell'archivio storico dell'Università Ca' Foscari Venezia è stato ritrovato il discorso che Gino Luzzatto, appena eletto rettore, pronunciò alla riapertura dell'ateneo dopo la liberazione, nel luglio del 1945. Lo proponiamo per la prima volta al pubblico in occasione del 70° anniversario della Liberazione.

Gino Luzzatto (1878-1964) ottenne nel gennaio 1922 la nomina a ordinario della prima cattedra italiana di storia economica presso l'Istituto superiore di scienze economiche e sociali di Ca' Foscari. Nel 1925 firmò il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. Nel 1938 venne allontanato dall’insegnamento a seguito delle leggi razziali. Nel 1942 aderì al Partito d’Azione clandestino. Il 6 luglio del 1945 il Comitato di liberazione nazionale del Veneto gli affidò la carica di rettore di Ca' Foscari, che mantenne fino al 1953, anno del suo pensionamento.

(Notizie tratte dalla voce Gino Luzzatto redatta da Paola Lanaro per il Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 66, 2006).

Discorso di Gino Luzzatto

Nel ritornare, non senza commozione, in queste sale dopo sette anni di assenza, che non hanno allentato minimamente i vincoli di affetto verso la nostra vecchia Ca' Foscari, il mio primo dovere è quello di porgere un saluto riconoscente ai rappresentanti del Governo Militare Alleato, alle autorità religiose e civili, che hanno voluto con la loro presenza sottolineare il significato di questa cerimonia, ai colleghi che mi han dimostrato tanta fiducia ed in particolare ad Italo Siciliano, che in un momento estremamente delicato e difficile si è assunto la grave responsabilità della Direzione e dell'Amministrazione dell'Istituto, ed è riuscito, col suo tatto e con la sua autorità, ad evitare incidenti incresciosi e ad attenuare le conseguenze di quelli che si erano manifestati prima della sua assunzione.

La cerimonia che oggi si celebra qui, com'è stata o sarà fra breve celebrata in tutte le Università dell'Italia settentrionale, è stata desiderata dal Governo Militare Alleato che per una serie di contrattempi non ha poi potuto essere rappresentato, il quale evidentemente vuol dare con questa solennità la sensazione del ritorno alla normalità, della piena fiducia da esso riacquistata che i nostri Atenei saranno soltanto dei centri sereni di studio e che nulla può ormai giustificare il timore che nel loro seno si annidi alcun elemento disposto a fomentarvi dei disordini.

Ma io credo che questa cerimonia abbia soprattutto un valore simbolico, ch'essa voglia significare la transizione tra due periodi profondamente diversi nella vita del nostro Istituto. Il periodo di quasi 23 anni, che si è chiuso il 28 aprile, non è stato tutto così grigio, come oggi i più giovani o alcuni immemori, potrebbero supporre. Quando, il 5 novembre 1925, all'indomani dell'attentato Zaniboni, un gruppo di faziosi capeggiato da un criminale, iscritto come studente al solo scopo di intimidire un gruppo tenace e predominante di oppositori, invase le aule, impose le dimissioni del rettore antifascista, mentre per le strade si affiggevano dei manifestini chiedenti l'allontanamento di cinque professori, il Consiglio Accademico ed il Consiglio di Amministrazione si levarono unanimi nella protesta contro la violazione della libertà degli studi e nella dichiarazione di piena solidarietà col rettore; e numerosi gruppi di studenti reagirono coraggiosamente alla prepotenza di elementi in gran parte estranei alla scuola.

Nello stesso anno quegli che rappresentava forse a quel tempo la più alta autorità scientifica del nostro istituto, Luigi Armanni, dedicava un intero corso di lezioni alla Teoria delle libertà civili, fra il consenso unanime degli studenti, alcuni dei quali mi scrivono in questi giorni per invocare la stampa di quelle lezioni.

Ma anche tre anni più tardi, quando il peso della tirannide fascista s'era fatto sentire in pieno, poteva ancora accadere che un professore, arrestato per motivi politici, fosse accolto pubblicamente, dopo la liberazione, da un centinaio e più di studenti e da un forte gruppo di colleghi, i quali non si preoccuparono del pericolo che la loro manifestazione di simpatia potesse essere interpretata come una protesta politica. Ne sa qualchecosa l'impareggiabile amico Rigobon, ch'ebbe a soffrirne noie ed amarezze, ma non per questo s'indusse a rinunciare alla sua piena indipendenza.

Fu soltanto dopo il 1932 che la maggior parte dei professori, meno tre irreducibili, dovette adattarsi a chiedere la tessera, e non vi fu più quasi nessuno fra gli studenti che rifiutasse l'adesione ai Gruppi universitari. Ma nemmeno dopo quell'anno l'Istituto, ch'era stato sempre accusato di essere un covo di antifascisti, può dirsi conquistato al regime. In realtà fra docenti e discepoli predomina d'allora in poi l'apoliticità più completa, il disinteresse per tutti quelli che sono i problemi più vitali della nazione e della civiltà.

Si inizia appunto allora il periodo più oscuro nella vita del nostro istituto: come avviene del resto in tutte le università italiane, la preoccupazione demoralizzante di evitare ogni tema di discussione, ogni accenno critico che possa prestarsi ad interpretazioni pericolose, la certezza di essere continuamente sorvegliati, toglie ogni vivacità all'insegnamento, lo rende inetto ad esercitare la sua funzione principale, che è quella di sviluppare nei giovani la facoltà di pensare.

Gli effetti della mancanza di ogni vita si son resi presto manifesti nell'abbassamento continuo e progressivo del livello e dei risultati degli studi. Quell'abbassamento, subito e generalmente lamentato, provocò indagini e discussioni sulle sue cause; ma si dimenticò o si finse di dimenticare la sola causa vera: la mancanza di libertà, senza la quale si potranno moltiplicare le fabbriche inutili di esami e di diplomi, ma non si avrà mai un insegnamento universitario.

La decadenza si trasforma poi in vera tragedia nei venti mesi dell'occupazione tedesca, quando il vergognoso dilemma: o collaborare col nemico o rinunciare completamente agli studi, riduce l'università ad un deserto. Per fortuna, però, dal colmo dell'abiezione si inizia la rinascita: nella massa studentesca, che per tanti anni aveva offerto lo spettacolo scoraggiante di un disinteresse totale per tutti i problemi vitali della nazione, dell'assenza di ogni spirito critico, di una concezione materialistica della vita nel senso più gretto della parola; in questa massa amorfa si risveglia d'un tratto una coscienza politica. Rarissimi per fortuna sono quelli che, ingannati dalla leggenda del preteso tradimento, aderiscono alla pseudo repubblica di Mussolini. Degli altri, se la maggioranza si limita ad una resistenza passiva, ma sempre più coscientemente ostile, guadagna per fortuna terreno una minoranza decisa, che si schiera coraggiosamente contro lo straniero oppressore e contro i suoi servi, che si dicono ma non sono italiani, e nella loro opposizione irriducibile affrontano per mesi e mesi una vita di disagi e di stenti e si espongono a rischi di una gravità estrema. È una nuova generazione, del tutto insospettata, che si afferma in un'ora tragica della patria e riscatta, non solo col coraggio mostrato in battaglia, ma con la resistenza fredda ed eroica alle torture più spietate, l'acquiescenza e l'indifferenza degli anni precedenti.

Questa gioventù di nuova tempra conta anche fra i nostri le sue vittime ed i suoi martiri, forse più numerosi di quanto finora ci sia possibile sapere. Alla loro memoria, quando saremo riusciti a raccogliere tutte le notizie che ora ci fanno difetto, ci affretteremo a rendere il doveroso tributo di riconoscenza, ma permettetemi di ricordare fin d'ora due soli nomi, di un collega e di un antico studente, che saranno titolo di gloria imperitura per il nostro istituto. Silvio Trentin, uno dei più apprezzati fra gli studiosi italiani di diritto pubblico, chiamato nel 1923 fra noi per un atto rarissimo di solidarietà accademica di Luigi Armanni, emigrato nel 1926 in Francia per sottrarsi ad un regime di oppressione, che egli non poteva tollerare né come uomo né come docente, combatté laggiù per 15 anni coi suoi libri e con la propaganda orale e scritta una battaglia senza quartiere contro il Fascismo, schierandosi in prima linea con Carlo Rosselli nel movimento di Giustizia e Libertà. Scoppiata la guerra, fu uno dei membri più attivi e più autorevoli dei Comitati francesi di liberazione, finché, rientrato in Italia dopo il 25 luglio, diventò subito l'animatore ed il capo del movimento antifascista nel Veneto. Dopo l'8 settembre, ritornò senza indugio all'attività di cospiratore, e gettò, in collaborazione con Concetto Marchesi, con Egidio Meneghetti e con pochi altri, le basi di quel movimento di resistenza, che più tardi doveva raggiungere un così inatteso sviluppo. Ma purtroppo egli non poté vedere i risultati dell'opera appena iniziata. La vita di disagi e di pericoli ch'egli dovette condurre, le settimane di prigionia nel colmo dell'inverno, i mutamenti continui e faticosi di domicilio in località spesso lontane, aggravarono rapidamente un vizio di cuore, che sembrava assai lieve, e spensero immaturamente una energia ed una intelligenza, da cui tanto avremmo potuto ancora aspettarci.

Massenzio Masia, laureato nel 1930, una delle intelligenze più aperte e complete, che io abbia conosciuto, che sapeva conciliare le non comuni inclinazioni letterarie ed artistiche con l'interessamento ai problemi d'economia, di storia, di biologia, aderì prestissimo al movimento antifascista clandestino, assumendovi, dopo il 1942, incarichi delicati di grave rischio e responsabilità, aumentate dalla sua posizione di ufficiale dell'esercito. Arrestato nella primavera del 1944 e riconosciuto come uno dei capi del Comitato di liberazione di Bologna, egli fu fucilato, fra il compianto accorato dei pochi amici che furono a conoscenza della sua tragica fine e sapevano quale mente e quale cuore si era perduto con lui.

Per fortuna il sacrificio di questi martiri non è stato consumato invano: esso ci ha permesso di rialzare la testa dopo la vergogna umiliante dell'8 settembre, di dimostrare al mondo che la parte migliore degli Italiani non è e non è mai stata fascista, che dall'abisso in cui ci aveva piombato un ventennio di servitù, sono sorte finalmente delle forze nuove, le quali non hanno atteso - passive ed assenti - che la liberazione dalla tirannide nazi-fascista ci fosse largita soltanto dalle armi e dal sangue degli alleati, ma hanno voluto che quella liberazione fosse anche l'opera propria.

In questo risveglio di energie, soprattutto morali, che rappresenta per noi l'auspicio migliore di rinascita, purché esso si affermi anche nell'attività civile, la parte che vi ha preso la gioventù universitaria, giudicata da molti di noi, fino al 1943, con severità forse eccessiva, è una delle manifestazioni più insperate e più confortanti.

La gioventù, che si è temprata nel clima durissimo di questi ultimi venti mesi, che ha affrontato i disagi della vita alla macchia, sotto la minaccia continua dell'arresto, della tortura, della morte, non ha più nulla che l'avvicini a quella gioventù agnostica e indifferente, che avevamo conosciuto od avevamo creduto di conoscere nel secondo decennio del regime. Essa rappresenta una forza nuova, che può dare risultati magnifici, purché si sappia intuirne e indirizzarne le tendenze e i bisogni.

Il compito che le spetta è meno romantico, meno eroico, ma forse più difficile di quel ch'essa ha compiuto finora, in quanto che si tratta di un lavoro quotidiano, metodico, tranquillo, silenzioso, senza rischi, senza promesse di gloria. Ma lo scopo è sempre lo stesso, ed è così alto da meritare ogni loro sacrificio. Com'essi hanno combattuto finora per salvare la patria dall'oppressione nazista, e per spazzare via gli ultimi residui di un regime, la cui tragicomica resurrezione era stata l'estrema rovina d'Italia, così oggi essi devono continuare, in altro terreno e con metodi del tutto diversi, la loro buona battaglia perché questa nostra povera Italia non solo risorga materialmente, ma acquisti il diritto di tener alta la testa fra le nazioni, che ci hanno bensì aiutato a liberarci dalla tirannide nazi-fascista, ma ancora non sanno se possano ridarci la loro piena fiducia.

In quest'opera di ricostruzione, che è anzitutto morale, spetta alla scuola - e in prima linea all'Università - una funzione d'importanza capitale. In questo dopoguerra, che si presenta purtroppo assai più difficile e tragico di quello del 1919, si nota per fortuna un fenomeno assai confortante, che allora era mancato: la tendenza, solennemente riaffermata in numerose occasioni, dei lavoratori del braccio - per bocca dei loro rappresentanti autorizzati - a voler procedere in pieno accordo e solidarietà coi lavoratori intellettuali. Quest'auspicata alleanza, che può avere una efficacia decisiva per la formazione di un ordine nuovo, senza scosse violente e senza salti nel buio, implica tuttavia per docenti e scolari delle responsabilità molto gravi.

Nei corsi estivi accelerati, che si sono tenuti lo scorso anno nelle Università dell'Italia centrale - e che io spero possano organizzarsi anche qui - per la preparazione di quei giovani che durante l'occupazione tedesca avevano dovuto disertare le lezioni, si è notato con viva soddisfazione un profondo mutamento nello stato d'animo della scolaresca: una frequenza assidua ed attentissima, un vivo desiderio di riguadagnare il tempo perduto, non solo nell'ultimo anno di assenza forzata, ma anche nel lungo periodo in cui la mancanza di ogni libertà d'insegnamento aveva fatto perdere alla scuola il contatto col mondo reale e aveva lasciato nella preparazione ed in tutta la mentalità degli studenti dei vuoti, di cui soltanto ora essi sentono la vastità paurosa. È appunto a questa curiosità del tutto nuova, particolarmente viva per ciò che riguarda l'aspetto politico-sociale e morale della vita umana, che deve rivolgersi la fatica vigile e appassionata dei docenti, non per contrapporre ad una propaganda uniforme e addomesticata una propaganda opposta, quanto per dare una visione larga e chiara oggettiva delle varie correnti di idee, delle varie tendenza sociali che si sono fatte strada nel mondo e di cui la gioventù universitaria è stata metodicamente tenuta all'oscuro.
Se noi riusciremo per tale via a convincere i giovani che fra scuola e vita non vi è alcuna soluzione di continuità, a risvegliare in loro l'affetto per l'Università, ad appassionarli alla ricerca disinteressata del vero, potremo sperare seriamente che la scuola diventi uno strumento prezioso della rinascita del nostro paese.

(trascrizione a cura di Antonella Sattin)

© Ca'Foscari 2017

Ultima modifica: 29/04/2015 da Ufficio Comunicazione