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Come cambiano i “pirati”, ricerca su consumi e politiche culturali

01/06/2016

“La pirateria uccide il mondo della creatività e della fantasia”. Parola di Gino Paoli, il quale non ha usato mezzi termini per criminalizzare chi “scarica” o copia canzoni e film. Nonostante biasimo e campagne anti-pirateria, però, i “pirati” non paiono estinguersi.

Ca’ Foscari ha finanziato un progetto di ateneo proprio per analizzare le strategie di contrasto, le forme di consumo e le politiche culturali a partire dal 1988, anno di fondazione della Federazione Anti-Pirateria Audiovisiva (Fapav). Il progetto, condotto da Valentina Re, docente al Dipartimento di Filosofia e Beni culturali e professore associato all’Università Link Campus di Roma, si chiuderà con due giornate di studio a Ca’ Foscari con i maggiori esperti italiani (6-7 giugno, Aula Baratto).

Professoressa, quali leve ha usato la strategia anti-pirateria in Italia?
«“Scaricare un film è come rubare”. Ricordiamo tutti questo claim del famoso e per certi versi “famigerato”, come dimostrano le infinite parodie ancora disponibili su YouTube, spot che nel 2004 esprimeva nella forma più aggressiva la principale linea di comunicazione di una “industria a difesa della proprietà intellettuale” (Adrian Johns) organizzata a livello internazionale. Una linea, quella della criminalizzazione, che faceva leva su una doppia strategia: quella del “danno economico”, quantificato o assimilato alla distruzione dell’industria creativa tout court, e quella del “furto”, che puntava a generare verso i “pirati” lo stesso disprezzo, anche di ordine morale, che nutriamo per i ladri. A distanza di dieci anni, però, lo scenario sembra essere mutato».

La vostra ricerca mostra lo spostamento di focus dagli utenti “criminali” ai creativi. Come è avvenuto e perché? Si sono perse le speranze di poter contrastare la pirateria?
«La comunicazione in effetti sembra aver mutato target e strategie. Seppur con alcune eccezioni, la criminalizzazione degli utenti finali ha lasciato il posto a iniziative di valorizzazione, promozione e tutela della creatività, che spesso non assumono nemmeno la forma della campagna pubblica ma preferiscono altri “format”, per esempio quello del contest . E’ il caso, ad esempio, de “Il protagonista”, un concorso promosso dalle principali associazioni di categoria e che nella sua prima edizione, del 2014, invitava i giovani tra i 18 e i 26 anni a realizzare un video proprio sulla creatività come valore da tutelare. Permangono tuttavia delle zone di ambiguità, perché tali iniziative restano vincolate a un’idea di creatività subordinata a una concezione di proprietà intellettuale che pare impermeabile alle sfide dei media digitali e della cultura partecipativa».

Le vendite di cd e dvd sono crollate, mentre è decollato il consumo online. Cosa ci possiamo aspettare in Italia da questo mondo in continua evoluzione? L’affermazione di player internazionali come Netflix e modelli di business basati su abbonamenti?
«Riflettiamo su alcuni dati. Nel 2007 il settore home video generava in Italia un fatturato di 998 milioni di euro. Oggi, il mercato dei supporti fisici ne vale 332. Stando ai dati forniti da Univideo, il mercato online è passato invece dai 13 milioni del 2012 ai 36 milioni del 2015: un mercato che cresce ma resta ancora irrilevante, se lo paragoniamo a paesi come Gran Bretagna, Germania o Francia. E tuttavia c’è una cosa importante da sottolineare: la stima di Univideo non considera proprio il nuovo modello di business chiamato Subscription Video-On-Demand (SVOD) proposto non solo da nuovi player come Netflix ma anche, in Italia, da broadcaster come Mediaset e Sky. Ed è questo modello, oggi, che, oltre a suscitare le aspettative maggiori, lancia una sfida ineludibile al settore: questo modello si afferma all’interno di una più ampia “on-demand culture” che mal sopporta regimi di scarsità indotta come quello delle windows, il classico sistema delle finestre distributive, che massimizza il valore economico di un contenuto attraverso la creazione di licenze multiple e di esclusive, temporalmente e geograficamente delimitate. L’idea di “cultura on demand” si fonda, al contrario, su una promessa e un’aspettativa di accesso “anytime, anywhere”, e si definisce essenzialmente per nuove forme di consumo immediato, personalizzato ed espanso, nonché di condivisione delle proprie esperienze di consumo».

Infine, tra fruizione più o meno legale, come cambia la figura, e la fortuna, del creativo nell’immaginario collettivo?
«Ribadiamo una distinzione importante: un conto è la pirateria commerciale, che genera profitti illeciti a danno degli aventi diritto, una cosa ben diversa sono le reti di condivisione e file sharing tra gli utenti e i fenomeni di riappropriazione trasformativa (e, appunto, creativa) di contenuti mediali, anche protetti, ad opera di comunità di fan e appassionati. In questi ultimi due casi ci troviamo all’interno di economie non commerciali che generano comunque valore, anche se non sempre e non necessariamente si tratta di un valore monetizzabile. Do ragione a Henry Jenkins quando sostiene che le industrie creative devono farsi carico delle sfide del presente: riconoscere queste nuove forme di valore, e di creatività, e imparare a dialogare con pubblici che sempre più partecipano alla produzione culturale e sempre più consapevolmente rivendicano un diritto di accesso alla cultura audiovisiva che le nuove tecnologie hanno contribuito ad ampliare e ridefinire».

Enrico Costa

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Ultima modifica: 16/06/2016 da Ufficio Comunicazione