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So much to fear. War Crimes and the Devastation of Somalia- Presentazione a cura di Silvia Camilotti

Il report di Human Right Watch è stato pubblicato nel 2008 e sin dall’introduzione si esplicita come la situazione odierna in Somalia sia di grande complessità e soprattutto caos, che è una parola che ricorre frequentemente nelle prime pagine. Inoltre, è subito dichiarata la consapevolezza che non esiste rapida soluzione alla questione somala, che si trova al centro di un intreccio di relazioni e responsabilità internazionali difficile da districare.
Si tratta di un report che denuncia gli abusi che si stanno compiendo in Somalia ad opera di differenti attori, dalle milizie del Governo Federale di Transizione (TFG) all’esercito etiopico, alla coalizione delle Corti Islamiche (ICU).
Sin dalle prime pagine vengono elencate una serie di richieste rivolte ai vari attori, nazionali ed internazionali, che direttamente o indirettamente sono coinvolti nella questione somala: e dunque andiamo dal TFG all’Alleanza per la Liberazione della Somalia (ARS), ai gruppi combattenti ribelli, al governo etiopico, alle Nazioni Unite ed ai governi statunitense, europei, arabi ed all’Unione africana.
La metodologia alla base del report si basa su un lavoro di ricerca sul campo della durata di 6 settimane sui territori del Somaliland, di Gibuti, e del Kenia, conclusosi nel settembre 2008. A Mogadiscio sono anche state raccolte interviste, ma solo telefoniche data la pericolosità della situazione per lo staff di HRW. Nei mesi precedenti sono state raccolte anche altre interviste a rifugiati di vari campi profughi. Le vittime intervistate ammontano a circa una ottantina a cui si uniscono numerosi testimoni, medici, giornalisti e operatori umanitari. Infine, sono stati intervistati anche esponenti governativi del TFG e rappresentanti delle Nazioni Unite.
Il focus del report riguarda gli abusi compiuti a Mogadiscio nel 2008, città teatro di scontri efferati negli ultimi due anni, da quando cioè hanno fatto irruzione le truppe etiopiche, e che ha visto ¾ della sua popolazione fuggire. In realtà la violenza si è scatenata dal 1991, quando il regime di Siad Barre è stato deposto dai ribelli.
Il lungo elenco di abusi perpetrati dai differenti attori, sia nei confronti dei civili rimasti in città, sia compiuti nei confronti di rifugiati, nonché la segnalazione di aggressioni a operatori umanitari sono preceduti da un cappello che precisa il concetto di “legge internazionale umanitaria”, quella che dovrebbe regolare il modo in cui i gruppi armati prendono parte ad un conflitto. Non mira a impedire l’insurrezione armata in sé ma a regolarla in modo tale che i civili non vengano coinvolti, né si compia alcun tipo di abuso nei loro confronti. Solo gli obiettivi militari sono considerati legittimi. L’infrazione di tale legge è annoverata tra i crimini di guerra. Inutile dire che in Somalia tale regolamento è stato abbondantemente ignorato.
Si entra poi nel vivo del report. Il paragrafo dal titolo “Civil Deaths and the Destruction of Mogadishu” apre con due storie di sopravvissuti che, camminando in città, sono stati coinvolti in scontri armati che hanno lasciato a terra vari morti. Interi quartieri a Mogadiscio si sono spopolati. Riporta un intervistato: “There is no life there. If you move you will be shot. If you are in your house you will be attacked with rockets”. L’attacco indiscriminato sembra essere una costante nelle strade di Mogadiscio. Come anche la minaccia, per chi resta, di essere considerato un collaborazionista delle forze avversarie.
Il paragrafo successivo “Human Rights Abuses by Transitional Federal Government Forces” è dedicato alle violenze compiute dalle milizie governative. In realtà si tratta sia di appartenenti effettivi al corpo militare che di persone che usano la divisa per mascherarsi, per confondere le vittime al punto che queste ultime non riescono a identificare a che gruppo appartiene il loro assalitore. Gli abusi denunciati da HRW sembrano collocarsi all’interno di una strategia precisa, dal momento che sono compiuti in concomitanza di operazioni di larga scala. Inoltre, le operazioni di rastrellamenti e controlli in città diventano spesso l’occasione, per le forze del TFG, per rapinare e umiliare la popolazione. Anche in questo caso vengono riportati stralci delle interviste.
Un paragrafo è dedicato alle condizioni nelle prigioni e ai criteri del tutto discrezionali che riguardano anche questo ambito: è sufficiente il sospetto di collaborazione con i ribelli per finire rinchiusi senza spiegazioni. L’altro attore che indiscriminatamente colpisce è l’esercito etiopico. La casualità sembra caratterizzare le loro azioni, come testimoniano gli intervistati che descrivono stupri e rapine. Infine, i ribelli: il gruppo più forte è Al-Shabab che tuttavia ha al suo interno varie fazioni contrastanti; anche in tal caso, l’identità dei suoi militanti non è facilmente circoscrivibile dal momento che molti pur affermando di farne parte, di fatto agiscono autonomamente. Di conseguenza, anche in tal caso individuare i responsabili di abusi è difficile, per non dire impossibile. Sfruttare le abitazioni civili per collocare armi pronte a sparare contro gli avversari è abitudine praticata dal gruppo, con le conseguenze nefaste che possiamo immaginare. Anche il reclutamento forzato è una pratica diffusa, che non esclude i bambini, con l’illusione di facili guadagni. Le testimonianze riportate in tal caso riguardano giovani che hanno subito pressioni per unirsi ai gruppi e che poi hanno rinunciato, scelta che li ha obbligati a lasciare la città. Anche le minacce di morte verso coloro che vengono sospettati essere traditori sono prassi per i ribelli e dunque ennesima ragione che induce a fuggire.
Una delle sezioni finali è dedicata agli attacchi subiti dal personale che svolge attività umanitaria, che nel 2008 ha raggiunto un picco privo di precedenti. In quell’anno 29 persone sono state uccise, 12 ferite, 19 sono state rapite e più di una dozzina di attivisti somali uccisi. Nella maggioranza dei casi, non si è trattato di uccisioni casuali, ma programmate. Inoltre, a detta degli operatori intervistati, vi è la percezione che chi incarna la minaccia abbia identità sfumate e dunque diventa complicato anche proteggersi. Ne consegue che l’assistenza ai civili da parte delle organizzazioni umanitarie viene meno.
Infine, la decisione di abbandonare la città non garantisce protezione, come dimostra l’ultimo paragrafo incentrato sugli abusi subiti dai civili dal titolo “Abuses of Displaced People and Refugees”. Si incentra in particolare sugli insediamenti lungo la strada Mogadiscio-Afgooye, che non sono stati risparmiati dalle violenze delle fazioni in lotta. Il titolo del dossier “So much to fear” riprende una frase di un rifugiato in quelle zone. Se all’inizio del 2008 sembrava essere una zona “sicura”, nell’arco di pochi mesi è stata teatro di scontri; anche in tal caso, fornire assistenza diventa rischioso e impraticabile.
Anche altre vie di fuga, quale ad esempio la strada verso il Kenia, vedono la presenza da gruppi che esercitano indiscriminatamente rapine e violenze, come leggiamo da stralci di interviste di sopravvissuti. Senza considerare che il confine con il Kenia è sorvegliato e dal 2007 è illegale attraversarlo. Chi sceglie la strada dello Yemen, affidandosi a trafficanti, non riesce spesso ad arrivare a causa dei mezzi poco sicuri o delle azioni dei trafficanti che abbandonano le imbarcazioni o costringono i rifugiati a raggiungere a nuoto la costa. Leggiamo come, nella seconda settimana di ottobre del 2008, 150 somali vennero abbandonati a 5 km dalla costa e solo una cinquantina di questi riuscì a salvarsi.
Il capitolo conclusivo “The Role of International Actors in Somalia” sottolinea le responsabilità sia a livello interno che internazionale: sul secondo elemento, viene citata la disastrosa missione statunitense UNOSOM, attivata dal 1992 al 1995, a cui non hanno fatto seguito altri interventi internazionali. In generale, sia le istituzioni europee che quelle africane si sono rivelate inadatte, incapaci o disinteressate ad agire concretamente per la soluzione della crisi somala (o peggio, interessate nel mantenerla tale).
E con tale consapevolezza il rapporto si conclude – un nulla di fatto, potremmo dire. Resta da chiedersi se lavori di documentazione come questo svolto da HRW saranno destinati a rimanere del tutto inascoltati oppure svolgeranno un’azione di sollecito nei confronti dei numerosi attori chiamati a rispondere della situazione.

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Ultima modifica: 12/01/2010 da Rivista Deportate