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Why are we waiting? Una conversazione con Lord Stern

La scorsa settimana, sull’Isola di San Servolo, la Venice International University e Alcantara srl hanno ospitato un simposio internazionale sul cambiamento climatico intitolato Coping with climate change. Global warming and decarbonisation. Tra tanti ospiti d'eccezione, il momento saliente è stato la conversazione tra il professor Carlo Giupponi (professore del Dipartimento di Economia a Ca’ Foscari) e Lord Nicholas Stern, docente di economia politica alla London School of Economics, tra i massimi esperti mondiali sul cambiamento climatico e autore della celebre Stern Review.

La discussione ha preso spunto dal recente libro del professor Stern, intitolato Why are we waiting? (“Perché stiamo aspettando?), che analizza i rapporti tra etica, economia, politiche pubbliche e cambiamenti climatici, interessandosi anche di social media e multinazionali.

«Molte cose che avevamo previsto anni fa si stanno avverando più velocemente del previsto» ha esordito il Stern. «I rischi, quindi, sono enormi. Allo stesso tempo, però, l’evoluzione tecnologica è progredita più rapidamente di quanto avremmo potuto immaginare». Quindi, concordano i due studiosi, possiamo essere cautamente ottimistici verso l’immediato futuro, perché se ci aspettano delle sfide esiziali, è comunque vero che abbiamo a disposizione i mezzi necessari per affrontarle.

La discussione si è quindi spostata sulla tecnologia. Come porsi di fronte ai social media, alle multinazionali come Google e Amazon, e alla progressiva perdita di potere delle istituzioni internazionali e dei governi nazionali?

«Per quanto riguarda la comunicazione», sostiene Lord Stern, «dobbiamo sicuramente fare meglio. Prendiamo esempio dal Papa, che è uno dei migliori comunicatori del nostro tempo. Egli dice che se distruggiamo il creato, molto presto il creato distruggerà noi».

Il mondo accademico e gli esperti in materia devono dunque abbracciare i nuovi sistemi comunicativi, per portare la questione direttamente nel cuore e nell’animo dei cittadini. «Molto spesso, la gente comune non sa che farsene dei numeri sul cambiamento climatico», ha concluso Stern. «Continua a vivere come se non avessimo detto loro nulla, perché i numeri sono troppo teorici, e non toccano personalmente l’opinione pubblica».

Il discorso si è quindi spostato sui social media, e sul monopolio che ormai posseggono in materia di comunicazione. «Molto spesso, gli algoritmi di ricerca di Google e di tutti gli altri motori di ricerca tendono a polarizzare l’informazione» afferma Lord Stern «tendendo a mostrare i risultati in base alle ricerche già effettuate. È un sistema comprensibile ma pericoloso, perché può rendere parziale l’informazione». La progressiva decadenza del fact-checking è un male riconosciuto del nostro tempo, ed entrambi gli studiosi concordano sulla dannosità di questo fenomeno.

Infine, come comportarsi con le grandi multinazionali del nostro tempo, come Amazon, Facebook, Google, Microsoft e Apple?

«Queste società sono consapevoli del loro potere e della loro influenza» riprende Lord Stern, «e a volte c’è anche una chiara volontà di fare qualcosa in merito al cambiamento climatico e all’inquinamento. Ma in queste società mancano gli esperti; spesso sono gli informatici stessi che devono impegnarsi in prima persona in materie che purtroppo non conoscono approfonditamente. Per questo la comunità scientifica dovrebbe fare qualcosa per colmare questo vuoto, e sfruttare una possibile collaborazione con le società più potenti del pianeta».

Infine, Giupponi ha posto un’ultima domanda sulla politica internazionale. Stiamo forse affrontando la fine del multilateralismo, e dunque siamo di fronte a una fase di chiusura della cooperazione tra Stati? E soprattutto, quale sarà il ruolo della Cina nei prossimi quindici anni, che saranno fondamentali per il futuro del nostro pianeta?

«Non credo che il multilateralismo sia finito», ha affermato il professor Stern. «Gli accordi di Parigi del 2015 sono stati il frutto di un sentimento condiviso da parte di decine di Stati. Questo dimostra che c’è una forte volontà di cooperazione, perché il destino del pianeta è fondamentale per tutti. Ovviamente si potrebbe fare di più, e anche la comunità accademica deve contribuire a questo dialogo. Non dimentichiamoci che, all’inizio del Novecento, la fine della cooperazione internazionale ha prodotto due guerre mondiali e una crisi finanziaria devastante, quella del 1929».

Sulla questione cinese, invece, Lord Stern si è detto fiducioso. «La Belt and Road initiative sarà la più grande infrastruttura mondiale, e supererà per complessità, volume e costi l’intera rete stradale dell’Impero Romano. Si parla di investimenti per miliardi di dollari. La Cina collegherà il continente euro-asiatico dal Regno Unito sino a Pechino. Se la Cina mostrerà lo stesso interesse nei confronti della sostenibilità e del cambiamento climatico, sarebbe fantastico». 

Prevedendo che Pechino diventerà la prima economia mondiale, Stern ha concluso con un’affermazione che fa trapelare un cauto ottimismo nei confronti dei prossimi quindici anni di politiche sul cambiamento climatico: «In Cina, queste tematiche che noi abbiamo trattato sono discusse molto seriamente. Quindi, abbiamo tutti i mezzi per risolvere almeno in parte i problemi del cambiamento climatico. Il nostro obiettivo è quello di rimanere sotto il surriscaldamento di 3°C, che produrrebbe uno squilibrio devastante nell’ecosistema globale. Un simile fenomeno, infatti, non si verifica da più di tre milioni di anni, e non sappiamo come la razza umana potrebbe reagire».

 

A cura di Federico Sessolo