Esetok, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Gas, geopolitica e bitcoin: qual è la vera causa della crisi in Kazakistan?

All’inizio di gennaio, il Kazakistan è stato scosso da una serie di proteste scatenate dall’eliminazione del tetto massimo sui prezzi del carburante. Gli scontri, partiti dalla città petrolifera di Zhanaozen (già teatro di violenze nel 2011), si sono allargati a macchia d’olio in tutto il paese, fino a coinvolgere l’ex capitale Almaty, la città più popolosa dello stato.

Violenta la repressione da parte della polizia, autorizzata a sparare sui manifestanti da parte del presidente Kassym-Jomart Tokayev. Il capo di stato kazako ha inoltre richiesto l’intervento delle forze di sicurezza russe per sedare quello che è stato definito un “tentato golpe” con “interferenze esterne”.

Abbiamo analizzato questa delicata situazione geopolitica con Paolo Sorbello, giornalista e assegnista a Ca’ Foscari. Sorbello, che da 5 anni vive in Kazakistan, si sta occupando di un progetto di ricerca riguardante le relazioni tra questo vasto paese transcontinentale e le due grandi potenze confinanti, Russia e Cina. Supervisionato dal prof. Aldo Ferrari, il progetto si propone di approfondire alcuni aspetti rilevanti del Kazakistan contemporaneo, soprattutto di come le politiche interne e le condizioni economiche del paese influiscano sulle relazioni con i vicini.

Per il Kazakistan, il 2022 si è aperto con un raddoppio del prezzo del GPL, una scintilla che ha fatto scoppiare tensioni che durano da anni. Quali eventi hanno preceduto questa crisi e come si sono originate le proteste?

Queste proteste hanno a che fare in primo luogo con la disuguaglianza: dal momento in cui il Kazakistan ha ottenuto l’indipendenza, i cittadini sono emarginati politicamente e socialmente e sono costretti a sottostare ai dettami di una leadership che manca di legittimità. La miccia che ha incendiato le proteste è stato appunto l’aumento del GPL, molto diffuso nella regione occidentale del Mangystau, ma questo tipo di carburante non è così influente per il resto del paese. Le ragioni alla base delle rivolte sono quindi da ricercarsi nell’insoddisfazione del popolo kazako verso la classe dirigente.

L’ex presidente Nursultan Nazarbayev è rimasto in carica per 28 anni, durante i quali la debole opposizione non ha mai offerto al popolo un’alternativa politica, portando avanti solamente attacchi personali contro Nazarbayev.

Quando nel 2019 Nazarbayev decide di lasciare la presidenza a Kassym-Jomart Tokayev, i cittadini kazaki guardano con sollievo a questo passaggio. Le speranze di un cambiamento a livello sistemico vengono però presto infrante: uno dei primi atti di governo del neo-presidente fu rinominare la capitale da Astana a Nur-Sultan, utilizzando proprio il nome del suo predecessore e mentore. Le promesse di cambiamento sono state disattese.

Tra l’ex presidente Nazarbayev e il suo ‘delfino’ Tokayev, attuale capo di stato, non sembravano esserci particolari conflitti. Come si è arrivati quindi alle accuse di alto tradimento e alla crisi di governo?  

Negli ultimi 3 anni, il Kazakistan ha vissuto una sorta di interregno, nel quale Nazarbayev e Tokayev si sono scontrati solamente su decisioni riguardanti lo spostamento di ‘pedine’ all’interno delle élite a loro vicine, ma non c’è mai stata una dicotomia di sistema. L’indirizzo del governo kazako è sempre stato lo stesso.

Una delle prime decisioni di Tokayev dopo l’inizio delle rivoluzioni ad Almaty, è stato il licenziamento del capo dell’intelligence, Karim Massimov, uomo molto potente e vicino a Nazarbayev. Due giorni dopo, Massimov viene arrestato con l’accusa di alto tradimento, per aver apparentemente orchestrato le rivolte.
Anche Nazarbayev, che dopo aver rinunciato alla carica di Presidente si era creato un posto come capo del Consiglio Nazionale di Sicurezza, è stato sollevato dalla posizione.

La retorica iniziale di Tokayev si basa quindi su un tentativo di colpo di stato da parte di forze forse organizzate da elementi interni. Alcuni hanno quindi paventato un passaggio da una dicotomia soft ad una sorta di guerra civile, una spiegazione che però non sta in piedi per vari motivi. Primo tra tutti, Nazarbayev non avrebbe avuto alcun interesse a riprendere le redini del paese con un golpe, perché non ha mai smesso di avere un’influenza importante su tutto l’apparato governativo.

Il 5 gennaio, il presidente kazako Tokayev ha chiesto l’aiuto del CSTO, una sorta di NATO che comprende diversi paesi dell’area post-sovietica. Che implicazioni ha questo intervento da parte delle truppe russe?

Il dispiegamento delle forze di peace keeping russe è decisamente importante: si tratta del primo intervento del CSTO dal 1994, anno della sua fondazione. Il trattato di sicurezza collettiva si attiva in maniera simile alla NATO, ossia con il consenso degli stati membri e nel caso di attacchi esterni.

Ecco quindi che dalla posizione iniziale di Tokayev, cioè quella dell’alto tradimento e del golpe interno, si passa a parlare di 20.000 terroristi addestrati in Medio Oriente, che hanno attaccato in massa Almaty per sovvertire il governo. Un tentativo di colpo di stato portato avanti da forze esterne, che ha quindi giustificato l’attivazione del trattato.

Il presidente russo Vladimir Putin, che ha sempre mantenuto buoni rapporti prima con Nazarbayev e poi con Tokayev, ha risposto immediatamente all’appello.
In questo modo, Tokayev non riceve solamente l’appoggio del presidente russo, ma anche tutti gli altri capi di stato del trattato di sicurezza, assicurandosi così il ruolo di ‘uomo del futuro’ per il Kazakistan. I paesi del CSTO si sono schierati dalla parte del presidente kazako, scegliendolo quindi come protettore della stabilità del paese. Tokayev esce da queste violenze più forte, avendo ottenuto una garanzia regionale dal punto di vista militare. Dal punto di vista politico invece, la Russia di Putin sa di poter continuare a contare su un alleato grato.

Per il resto del mondo geopolitico interessato all’area, la relazione primaria tra Kazakistan e Russia è stata vista con soddisfazione e l’intervento delle forze del CSTO ha tranquillizzato Cina e paesi europei.  

Si è parlato molto del ruolo dei bitcoin nella crisi kazaka. Le criptovalute sono state veramente un fattore scatenante?

Più che una causa delle proteste, i bitcoin hanno subito le conseguenze delle proteste.
In Kazakistan, il secondo produttore al mondo di questa criptovaluta, i bitcoin vengono ‘estratti’ da calcolatori che prendono energia dalla rete elettrica, la quale è per il 70% alimentata da centrali di carbone che non hanno alcun collegamento nè con il GPL, nè con le località in cui si sono originate le rivolte.

Da quando la Cina ha vietato il mining all’interno dei propri confini, molte delle aziende produttrici di bitcoin si sono trasferite in Kazakistan, per via dell’energia a basso costo. Questo ha provocato un sovraccarico nella rete elettrica, brevi blackout e problemi nelle centrali a carbone, ma nulla in grado di innescare un moto popolare. Le criptovalute infatti non danno lavoro e non hanno un impatto serio sul budget del Paese.

Chi però possedeva bitcoin, in queste settimane ha visto il proprio portafoglio ridursi: il valore delle criptovalute è sceso significativamente, non tanto a causa delle rivolte, ma per il conseguente blocco di internet durato 5 giorni, imposto dal governo per favorire le operazioni di sicurezza.

I calcolatori sono stati quindi disconnessi dalla rete e si è interrotta la produzione di bitcoin. La preoccupazione generale per il futuro della criptovaluta ha portato i possessori di bitcoin a vendere, facendo svalutare di conseguenza la moneta virtuale.

Ora che le proteste sembrano essere state definitivamente sedate, la situazione è veramente sotto controllo? Quali scenari si prospettano per il futuro del Paese?

L’emergenza è rientrata e le città teatro degli scontri sono state riappacificate. E’ in corso anche il ritiro delle forze russe, che sta avvenendo gradualmente per non creare scompensi repentini.
Chi come me si occupa da vicino del Kazakistan aveva previsto il ritiro fin dal primo giorno, mentre altri temevano un dispiegamento di forze costante. Quella che ad alcuni era parsa come un’invasione, altro non era che una rassicurazione da parte degli alleati vicini.

Da qui in avanti, nel futuro del Kazakistan vedremo due aspetti.
Primo, il nuovo governo Tokayev. Nonostante il discorso al Parlamento in cui sono state attaccate le élite di ricchi e potenti, il sistema non è cambiato e non accenna a farlo. Il potere sarà ancora accentrato sulla persona del presidente e controllato da vari gruppi influenti.

In secondo luogo, purtroppo stiamo già assistendo a un pugno di ferro nei confronti chi fa giornalismo e chi si batte per i diritti civili, oltre a un’ulteriore stretta a tutti i tipi di libertà e ai diritti umani. Oltre 12.000 persone sono state fermate a seguito delle proteste e degli scontri e migliaia si trovano ancora in carcere: tra di loro ci sono moltissimi manifestanti pacifici e attivisti che sono stati arrestati pur senza essere coinvolti in attività illegali.

Francesca Favaro