Il 70° della Convenzione Europea dei Diritti Umani: Guido Raimondi a RCF

Il 4 novembre 2020 decorre il 70° anniversario della firma della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali. Per l’occasione, Ca’ Foscari collaborerà con la sede veneziana del Consiglio d’Europa, l’Ordine degli Avvocati di Venezia, il Centro Studi sui Diritti Umani e Europe Direct a un evento online il 6 novembre. Uno degli ospiti sarà Guido Raimondi, giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo tra il 2010 e il 2019 e Presidente della stessa dal 2015, che è stato intervistato ai microfoni di Radio Ca’ Foscari.

Come ha ricordato il giudice, la Convenzione ha un’importanza storica fondamentale e ha tuttora grandissimo valore per tutti gli europei, indipendentemente dall’appartenenza di uno Stato all’Unione. Nata come reazione alle atrocità del primo dopoguerra e della Seconda Guerra Mondiale, la Convenzione ha lo scopo di fornire un meccanismo che renda la protezione degli esseri umani una preoccupazione non soltanto delle autorità nazionali, ma anche di quelle internazionali. L’idea alla base della Convenzione è proprio quella di difendere la democrazia come sistema politico abbracciato da tutti i popoli europei in modo definitivo, una sorta di assicurazione della democrazia dalla deriva totalitaria. La caratteristica essenziale di questo sistema è la sua sussidiarietà: esso può funzionare solo se i diritti umani sono efficacemente protetti all’interno degli Stati aderenti. In altre parole, la Corte europea dovrebbe intervenire solo nel caso di violazioni che siano sfuggite a dei già solidi sistemi nazionali, e chiunque si consideri vittima di un comportamento contro la convenzione in uno degli Stati che vi aderiscono può fare appello diretto alla Corte Europea, anche se non è cittadino di uno di questi Stati. La sussidiarietà del sistema si è rafforzata negli ultimi decenni, tanto che è diventato “quasi banale” per i giudici nazionali applicare la Convenzione.

Il giudice sottolinea che la Convenzione è una tutela anche in periodi di limitazioni emergenziali, come quelle correnti contro la pandemia da Covid. La Convenzione prevede infatti che limitazioni come quelle odierne, per esempio al diritto di libera circolazione, siano contemplate solo in funzione della protezione dei diritti più essenziali, come il bene e la salute pubblici. Inoltre, la Convenzione tutela anche potenziali distorsioni di queste eccezioni: se uno Stato dovesse imporre queste limitazioni con uno scopo diverso da quello dichiarato - per esempio, per controllare i cittadini - la Corte potrebbe intervenire, e le sanzioni della Corte sono vincolanti. Anche nel caso della protezione della privacy dei cittadini - si pensi ai recenti dibattiti su Immuni - la Convenzione e la Corte sono una tutela importante, soprattutto ora che sta entrando in vigore un nuovo regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali. Il fatto che spesso si tratti di dati raccolti e gestiti da privati, infatti, non esclude la protezione della Convenzione. Gli Stati debbono vegliare affinché i diritti protetti dalla convenzione vengano tutelati efficacemente e mettere quindi in atto misure che salvaguardino il diritto alla privacy dei cittadini, anche contro la raccolta abusiva di dati da parte di privati.

Ciò è possibile perché nel 1978 si è stabilito che la Convenzione non venga interpretata solo alla stregua della realtà del 1950, ma che sia strumento vivente, e che segua quindi i cambiamenti della società in tutti i campi: si pensi alla tutela contro le discriminazioni di genere o alla tutela dell’ambiente, o ancora agli sviluppi in campo medico e biotecnologico. Naturalmente, chiarifica Raimondi, la situazione non sarà mai perfetta, perché, come la società, così sono in costante evoluzione l’individuazione dei diritti da tutelare e del punto fino cui spingersi nella protezione di questi - e nell'evento online del 6 novembre si farà il punto proprio sulla Convenzione settant'anni dopo la sua firma.

Rachele Svetlana Bassan