Digital Dante: passato e soprattutto futuro degli studi danteschi

Cosa hanno a che fare Dante e l'informatica? Quali sono i vantaggi che possono dare le nuove tecnologie in ambiti come quello della filologia? Qual è l'enorme potenzialità degli strumenti di software di linguistica computazionale per studi e ricerche umanistiche, e dantesche in questo caso, e quanto le edizioni critiche possono essere arricchite in versione digitale. Dante e le sue opere sono stati in qualche modo terreno fertile per questa sfida grandiosa che ha messo insieme mondo digitale e tradizione.

Proprio su questa strada aperta si incammineranno gli studiosi che faranno il punto nella due giorni Digital Dante Days dal 15 al 16 novembre all'Auditorium S. Margherita, simposio in collaborazione con il Venice Centre for Digital and Public Humanities

Per saperne di più sugli sviluppi degli studi danteschi e le possibili interazioni con le digital humanities abbiamo sentito Franz Fischer, Direttore del Venice Centre for Digital and Public Humanities, Antonio Montefusco, Agnese Macchiarelli e Tiziana Mancinelli del Comitato scientifico del Simposio   

Da cos'è nata l'idea dei “Digital Dante Days”? Quali sono i risultati raggiunti e le sfide nell’ambito dei Digital Dante Studies?

Il Venice Centre for Digital and Public Humanities (VeDPH), e i progetti collegati e gestiti dal centro, dedica molto del lavoro di ricerca alla critica del testo in ambito digitale; ed è per questo che, in occasione del settecentenario di Dante, ci è sembrato importante aprire uno spazio di riflessione sul ruolo e sull’impatto degli strumenti della filologia digitale negli studi danteschi. Ma non soltanto, l’opera di Dante è stata sempre al centro dell’informatica umanistica: risale al 1982 il “Dartmouth Dante Project”, ideato da Robert Hollander (Princeton University) e Stephen Campbell (Dartmouth College), e tantissimi sono i progetti che si sono susseguiti o che sono stati sviluppati parallelamente. Possiamo dire che l’opera di Dante è stata un’opera dove la sperimentazione dell’informatica umanistica prima e dell’umanistica digitale oggi ha trovato terreno fertile.

Al centro dell’iniziativa del 15-16 novembre ci sarà la nuova edizione digitale, rivista e rielaborata, della “Commedia” di Dante realizzata da Prue Shaw in collaborazione con Peter Robinson. Quando nel 2010 uscì la prima versione di questa edizione si parlò di ‘evento’ perché si trattava di un’edizione pionieristica per la filologia digitale negli studi di italianistica. La versione rivista oggi raccoglie e mette a frutto la gran massa di studi che nel frattempo si sono accumulati specificamente sull’assetto del testo di Dante. Questo dimostra che la filologia dantesca, anche se non è sempre stata “digitale”, ha spesso incrociato gli studi di informatica umanistica, ma non sempre in maniera lineare. Spesso gli studi danteschi e le digital humanities hanno vissuto strade parallele, in parte ignorandosi. Oggi la fase sembra diversa. Molti progetti sono in corso, e riguardano le fonti dantesche, la tradizione manoscritta e altro; spesso le tecnologie utilizzate sono le più aggiornate. L’ambizione del Convegno è proprio quello di mettere in comunicazione le agende della ricerca in ambito dantesco e di quella più strettamente digitale.

Quanto le nuove tecnologie hanno contribuito a raggiungere nuove frontiere ed un nuovo approccio nello studio di Dante?

Questo è proprio uno dei punti cruciali della discussione che vorremmo si affrontassero nel Convegno. Come abbiamo detto, oggi molti progetti sono in corso e, spesso, sono progetti inseriti nella discussione più avanzata del mondo delle tecnologie digitali. Se pensiamo a Dante, bisogna però insistere anche sul fatto che la sua opera non è un caso di studio qualsiasi. Le digital humanities possono, grazie ad essa, rendere accessibili e significativi (da un punto di vista interpretativo) una grande quantità di dati. Non dimentichiamo che la “Commedia” di Dante è un grande bestseller del Medioevo: sia da un punto di vista quantitativo sia qualitativo questa sfida è davvero grande.

In che cosa consiste la filologia digitale?

Con filologia digitale si intendono tutte le metodologie e le prassi concernenti la critica del testo che si sono sviluppate in ambiente digitale. Chiariamo subito: un filologo digitale è innanzitutto un filologo, e cioè qualcuno che ha una profonda conoscenza dei fatti testuali, ma che usa il computer e l’informatica per meglio comprendere e rappresentare questi fatti. Un filologo digitale ha quindi la competenza e la capacità di formalizzare ed elaborare modelli di rappresentazione testuale e creare spazi di comunicazione e interconnessione fra campi disciplinari differenti. Edizioni, archivi e strumenti digitali richiedono infatti competenze diverse per la produzione di nuove risorse e di nuovo sapere, con una attenzione particolare alla fruizione di queste risorse e questi saperi e con la consapevolezza che il digitale modifica lo statuto del testo e dell’organizzazione della conoscenza: è un processo di traduzione che implica un cambiamento sia epistemologico sia euristico. 

Le edizioni digitali di capolavori complessi come la “Divina Commedia” hanno contribuito a mettere a disposizione una quantità di informazioni correlate tra loro e facilmente fruibili da tutti in ogni parte del mondo. È questo il futuro degli studi danteschi?

Purtroppo le edizioni digitali sono ancora dei silos che fanno difficoltà a dialogare tra loro (in termini ovviamente di collegamenti che possono fare le macchine). La tanto declamata interoperabilità tarda ancora nella pratica ma ci sono sempre più progetti che utilizzano delle tecnologie legate al Semantic Web che permettono il collegamento di dati strutturati con risorse esterne. Ci sono due esempi in merito, il progetto "DanteSources", che utilizza il Semantic Web per la rappresentazione delle fonti dantesche; anche il progetto "LiLa", che pure non è incentrato su Dante ma sulla lingua latina, ha incluso tutte le opere latine di Dante in Linked Open Data. Possiamo dire che il Semantic Web ha permesso finora certamente una rappresentazione complessa della conoscenza.

Secondo Patrick Sahle, un’edizione digitale è tale se, una volta trasposta in versione cartacea, perde qualcosa in termini di informazione. Fare le edizioni digitali dei testi danteschi – dovremmo farli anche delle altre opere: su questo siamo forse un po’ indietro, si continuano a preferire i formati tradizionali – permette non solo una maggiore trasparenza nella scelta editoriale, ma anche una maggiore disponibilità di dati di controllo. L’edizione di Shaw e Robison su questo punto è molto importante; e per raggiungere questo risultato, ben 6 grandi biblioteche hanno reso disponibili on-line, e ad alta risoluzione, tutti i facsimili dei manoscritti che sono la base dell’edizione. Si capisce immediatamente che siamo di fronte a un grande impegno in termini di open access dei dati.

Semantic Web, Linked Open Data, le discipline umanistiche sempre di più si avvalgono di metodologie prese da altre discipline. Qual è il ruolo in questo ambito del nuovo Venice Centre for Digital and Public Humanities?

Le metodologie più importanti nel campo delle digital humanities di rappresentazione della critica testuale sono state sviluppate dagli stessi umanisti come le pratiche di modellizzazione dei dati di vari domini disciplinari nonché una vasta gamma di strumenti di software di linguistica computazionale. Ma anche altre tecnologie vengono adattate alla ricerca umanistica per la loro applicazione ai vari ambiti del patrimonio culturale. Un punto essenziale è proprio il lavoro interdisciplinare con altre discipline che ha permesso di sviluppare tecnologie avanzate di digitalizzazione, compresa la realtà aumentata o anche l'intelligenza artificiale per il riconoscimento di ogni tipo di testo scritto a mano. L'applicazione di queste tecnologie richiede abilità, competenze e conoscenze specifiche. Il centro fornisce sia la formazione sia la costruzione di infrastrutture aperte per lo scambio di dati della ricerca. 

Un altro punto cruciale è il continuo aggiornamento e discussione dell’ambiente digitale costantemente a rischio di obsolescenza. Il nostro corso di Laurea magistrale, per esempio, cerca di curare l’aspetto della formazione, ma non solo: il dibattito viene creato anche attraverso seminari, workshop ed eventi internazionali di più ampia portata come i “Digital Dante Days”. Secondo la natura collaborativa della ricerca nell’ambito delle digital humanities, il centro è attivamente coinvolto in numerose collaborazioni, a livello locale, nazionale e internazionale. Per la realizzazione di tali iniziative, serve un centro di competenza che fornisca, come il VeDPH, consulenza e supporto per l’ideazione di progetti di ricerca individuali e collettivi secondo gli standard attuali più avanzati, e un team specializzato, fatto anche di ingegneri informatici, che sviluppi soluzioni specifiche per consentire una ricerca all'avanguardia.

QUI il programma

Federica Ferrarin