CC0, via Wikimedia Commons - Protests against COVID-19 lockdowns in China, Xipu Campus of Southwest Jiaotong University

Cina: proteste contro la politica 'zero Covid' del Governo

“Basta test covid, abbiamo fame!”, “Xi Jinping, dimettiti! Pcc, fatti da parte!”, “No ai confinamenti, vogliamo la libertà”. Questi sono alcuni degli slogan gridati nei giorni scorsi nelle strade di almeno diciassette città cinesi, per protesta contro le rigide politiche repressive ‘zero Covid’ del Governo. Un dissenso anomalo, data la portata e la trasversalità, per un Paese che lascia poco spazio alle opposizioni.

“La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’incendio scoppiato a fine novembre a Urumqi, capoluogo dello Xinjiang, in cui sono morte dieci persone perché le restrizioni sanitarie hanno rallentato le operazioni di soccorso – racconta Beatrice Gallelli, docente di lingua cinese al Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea di Ca’ Foscari e ricercatrice presso l’Istituto Affari Internazionali.

LT1211, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

“Ma questo è solo uno dei numerosi casi denunciati. Un bambino è morto a Lanzhou perché, a seguito di una fuga di gas, non ha potuto ricevere assistenza in tempo, dato che viveva in un complesso residenziale chiuso per lockdown. L’attenzione verso questi casi è altissima, perché si verificano non solo dopo le misure rigidissime e i lockdown ferrei che la Cina ha adottato da inizio pandemia ma anche a seguito di numerosi episodi di pessima gestione dell’emergenza. Le proteste di questi giorni sono state scatenate dalle restrizioni sanitarie ma stanno andando oltre con la richiesta di un cambio di leadership, cosa che in Cina non succedeva almeno dalla fine degli anni ’80. Tutto questo accade a poco più di un mese dalla chiusura del XX° Congresso nazionale del Pcc, che ha confermato Xi Jinping per un terzo mandato. A riprova del clima di malcontento generale, poco prima del congresso su un ponte di Pechino era apparso uno striscione di protesta, subito rimosso, che tra le altre rivendicazioni riportava “Niente leader, vogliamo elezioni”. La risposta governativa è stata quella di istituire la figura del ‘controllore dei ponti’, per evitare episodi simili.

 

Come reagisce il Governo alle manifestazioni in corso?

Da una parte con la censura. Da giorni le autorità cinesi sono al lavoro per cancellare ogni traccia delle proteste. La censura è arrivata anche a Twitter, dove lo stesso nome del Presidente è diventata una parola ‘sensibile’ e quindi censurabile. Sfugge al sistema, al momento, il social network Douyin (la versione ‘per cinesi’ di ‘Tik Tok’, anch’esso cinese) che permette di pubblicare video in diretta. Le notizie che ci giungono dalla stampa straniera denunciano atti intimidatori della polizia cinese, come i controlli a campione sui telefoni cellulari per controllare la presenza del VPN o di altre applicazioni illegali in Repubblica popolare. 

Cinea467, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Dall’altra parte, le proteste stanno avendo effetto: il Governo sta incrementando la campagna vaccinale e sta allentando le restrizioni. A Pechino, in questi giorni, è decaduto l’obbligo di presentare un test Covid negativo per salire sui mezzi pubblici. Si tratta di un’apertura significativa se consideriamo - come ho scritto nel 2020 in un articolo per Sinosfere - che dal 20 gennaio 2020, giorno in cui Xi ha finalmente annunciato il diffondersi del coronavirus, il Governo si sia riferito al Covid riesumando la retorica maoista di una “guerra di popolo”. L’epidemia è stata raccontata, con un tono quasi epico, come una prova superata in modo eccelso dal Partito, ma proprio queste manifestazioni di dissenso stavano facendo scricchiolare questo mito.

Chi ha guidato le proteste?

Come molto spesso accade, la comunità studentesca è il motore delle agitazioni popolari. le Università a Pechino hanno da subito cercato di frenare gli studenti e fargli lasciare la città, anticipando l’inizio delle vacanze invernali e invitandoli a tornare a casa. D’altra parte, nel suo incontro con il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, Xi Jinping avrebbe riconosciuto che le manifestazioni sono dovute alla stanchezza legata a tre anni di lockdown, sorvolando ovviamente sull’aspetto principale, ossia gli episodi di pessima gestione da parte delle autorità. È interessante osservare che anche all’estero gli studenti stanno manifestando la solidarietà ai loro coetanei cinesi.

Xidian University. A Chinese ID, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Federica Scotellaro