Dai laboratori dei Nobel a Ca’ Foscari «guidato dalla curiosità»

Lo sviluppo delle macchine molecolari è valso il Nobel per la Chimica a Jean-Pierre Sauvage, Sir J. Fraser Stoddart e Bernard L. Feringa. I tre chimici sono riusciti, dagli anni Ottanta in poi nei rispettivi laboratori, a far muovere in modo controllato parti di molecole, aprendo la strada a grandi innovazioni in campi che spaziano dall’informatica alla farmaceutica.

«Sostituire i transistor con molecole, decine di migliaia di volte più piccole, significherebbe ottenere computer infinitamente più potenti. Già 15 anni fa Stoddart dimostrò che è teoricamente possibile, ora la ricerca si concentra sulla stabilità di questi circuiti molecolari: la memoria a 64 bit fatta di molecole è relativamente semplice da realizzare, più complesso è far muovere parte della molecola per milioni di volte senza problemi. Questo è quello su cui si lavora oggi sulla base delle scoperte che hanno portato al Nobel – spiega Fabio Aricò, professore associato di Chimica organica al Dipartimento di Scienze ambientali, Informatica e Statistica di Ca’ Foscari e diretto conoscitore degli studi di Sauvage e Stoddart, entrambi suoi supervisori durante i suoi studi di dottorato e la successiva ricerca condotta come post-dottorato alla UCLA di Los Angeles.

Affascinato dalla chimica supramolecolare, Aricò ha svolto un periodo di ricerca nel laboratorio di Sauvage all’Università Pasteur di Strasburgo studiando, tra l’altro, come controllare il movimento delle macchine molecole grazie alla luce. Ha poi proseguito la sua ricerca all’Università della California – Los Angeles nel gruppo di Stoddart utilizzando il pH per ‘guidare le macchine’ molecolari.

«Usando elettricità, pH, luce e i diversi stati di ossidazione dei metalli si possono far muovere parti di molecole senza intaccarne la struttura», aggiunge Aricò. Le possibili applicazioni sono molte, ma il professore precisa: «Nei laboratori di Los Angeles ci occupavamo di studiare molecole creando la base di conoscenza necessaria alle innovazioni. L’applicazione nel campo dell’informatica è stata poi sviluppata dagli ingegneri della Caltech di Pasadena».

Nel 2005 Aricò rientrò in Italia dagli Stati Uniti per occuparsi di tutt’altro: chimica verde. «Sono curioso per natura – ricorda – fu la curiosità per le nanotecnologie innovative a portarmi negli Stati Unti. Poi mi ha affascinato l’idea di fare chimica senza inquinare e produrre scarti, per questo mi sono interessato alla chimica verde, trovando a Venezia un ambiente di ricerca altrettanto internazionale e stimolante, nel gruppo di ricerca di Green Chemistry nel Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica con il professor Tundo, anche se gli investimenti in ricerca italiani sono inferiori rispetto alla realtà americana».