Raccontare il passato: il Colonialismo Italiano e la memoria storica

Il passato nazionale e la memoria storica sono strumenti preziosi per tutti noi: ricordare e analizzare il passato ci permette di non ripetere i nostri errori e di interpretare correttamente il presente. Eppure c’è una parte della Storia italiana che ancora non è stata accettata totalmente, nei cui confronti siamo ancora schivi, evasivi: il Colonialismo Italiano è un capitolo di cui ancora si parla poco e di cui si scrive ancor più raramente,  e che troppo spesso viene contaminato da stereotipi e ricordi distorti.

Per questo il convegno “Memorie d’Africa. Tracce coloniali nella cultura italiana”, che si è tenuto a Ca' Foscari il 24 novembre, rappresenta un segnale importante dal mondo accademico e letterario, che dopo tanti anni sta affrontando questo “rimosso storico”, per tracciarne un racconto più nitido e veritiero.

Il convegno è stato aperto dal professor Shaul Bassi, direttore dell’ http://www.unive.it/pag/27739/International Center for the Humanities and Social Change, e dal giornalista Vittorio Longhi, dell’”Associazione Progressi”, che  ha affrontato il tema dei rapporti di cooperazione commerciale e politica tra Unione Europea e Africa. Proprio il 29 novembre ha avuto inizio il quinto vertice dell' Unione Africana - Unione Europea (UA – UE), ad Abidjan, in Costa d’Avorio, un momento importante per il futuro di entrambe le parti: la crescente ondata di immigrazione e l’aumento preoccupante di idee e comportamenti legati all’afrofobia in Europa sono tra i temi più pressanti, ma l’Africa ha soprattutto bisogno di sviluppare le ingenti risorse che possiede, spesso espropriate da Paesi esteri, o rese inaccessibili dall’enorme debito e dalla perdita di risorse intellettuali.

La professoressa Alessandra di Maio da anni si occupa di rapporti tra il Continente Africano e il resto del mondo, soprattutto nel campo della letteratura; quando questioni di estrema attualità, come le ondate migratorie e la diaspora africana, si intrecciano con profondi legami storici e culturali, le figure del letterato e del poeta assumono un ruolo di grande importanza. Proprio la necessità di comunicare e di riflettere sulla migrazione dal punto di vista letterario ha portato alla creazione del Festival di Lagos sulla “Black Heritage”, nel 2012. In questa occasione 16 poeti italiani e 16 poeti nigeriani hanno versificato sul tema della migrazione, portando prima a una performance collettiva di recitazione, e poi alla pubblicazione dei testi in un volume dal titolo “Migrazioni”. In quest’opera varie narrazioni si sovrappongono, da quelle dei poeti, a quelle dei traduttori, a quelle raccontate dalle immagini affiancate ai testi; lo scopo però è sempre quello di cercare un significato negli eventi di oggi, di riuscire a cogliere cosa questa migrazione ci racconta di noi e quali sono i legami tra il nostro passato e il nostro presente.

A  Venezia il legame con l’Africa è ancora vivo, visibile: l’arte e l’iconografia della città sono ricche di figure africane, basti pensare al leone, simbolo della Serenissima, e ai Mori posti alla sommità della Torre dell’Orologio. Queste figure però sono poco considerate, soprattutto nelle occasioni di celebrazione dei rapporti che Venezia ha avuto con altre nazioni e realtà.

Elena Cadamuro, insieme a un gruppo di studenti, ha realizzato un progetto intitolato “Ascari e Schiavoni”, che ha proprio lo scopo di individuare a Venezia le tracce del passato coloniale italiano.

Durante il percorso di ricerca è emersa una tendenza generale all’autoassoluzione morale e politica, soprattutto da parte dell’opinione pubblica; per questo il progetto ha come ulteriore obiettivo l’instaurare un dialogo tra l’ambiente cittadino e quello accademico, dove invece da una decina d’anni si sta assistendo a una graduale presa di coscienza.

Il progetto si basa anche su una ricorrenza: nel 2017 ricorre l’ottantesimo anniversario dalla prima promulgazione delle leggi razziali, che  sono profondamente collegate all’esperienza coloniale; prima di essere inflitte sulla popolazione ebrea, infatti, il loro scopo principale è stato rendere illegale qualsiasi tipo di meticciaggio tra i coloni italiani e le donne Eritree o Somale.

Il titolo del progetto, “Ascari e Schiavoni”, è un riferimento diretto al colonialismo: gli Ascari infatti, erano soldati mercenari africani, impiegati proprio nelle truppe coloniali veneziane, mentre gli schiavoni erano soldati slavi, appartenenti a un reparto speciale dell’esercito della Repubblica di Venezia. Pur essendo termini lontani temporalmente, ancora permangono nel parlato locale, come espressioni negative e dispregiative.

Queste tracce coloniali non sono solo presenti nel parlato e nella toponomastica urbana: Venezia è stata infatti un luogo di elaborazione culturale del progetto imperiale, che ha tratto grande ispirazione dalla Storia della repubblica di Venezia, traendone simboli, linguaggio, e pretese di legittimazione.

E’ quindi apparso essenziale agli studenti non solo creare un percorso storico tramite una linea del tempo illustrativa delle principali tappe dell’impresa coloniale italiana, ma anche mostrare e depotenziare i vari simboli e celebrazioni dell’impero: per questo in aula Baratto, accanto all’affresco del 1936 del pittore Mario Simoni, celebrativo dell’impero, è stato esposto un quadro etiope raffigurante la battaglia di Adua, che ha sempre rappresentato per la popolazione etiope un esempio di orgoglio e rivalsa.

Come ha sottolineato Vittorio Longhi, le leggi razziali anti-meticciaccio del ‘37, sono ancora di grande attualità: esse hanno infatti prodotto generazioni di figli e nipoti di soldati Italiani, che ancora oggi si battono per avere riconosciuta la cittadinanza. Pochissimi figli furono mai riconosciuti, proprio perché al tempo tali relazioni erano illegali, e di conseguenza reperire i documenti necessari a provare la propria discendenza è estremamente difficile. L’Associazione Progressi collabora da anni con alcuni avvocati dei diritti umani perché a queste persone sia finalmente concessa la cittadinanza.

Anche Il progetto del fotografo Rino Bianchi e della scrittrice Igiaba Scego si concentra sul rapporto tra  il colonialismo italiano e gli spazi urbani, ma in questo caso la città che fa da protagonista è Roma: nella capitale, si sa, la storia si accavalla, e circonda qualsiasi visitatore; eppure della Roma fascista non si parla molto, anche se è usata molto a scopo propagandistico.

Quindi ricercare queste tracce coloniali, scavare nelle storie delle persone e dello spazio,  permette di spiegare e de-colonizzare la città. Perché a Roma si sovrappongono ai monumenti fascisti moltissime storie di ribellione e di multiculturalità: esempio lampante è la storia del Cinema Impero di Torpignattara, identico a quello costruito nella città eritrea di Asmara, che fu luogo di resistenza antifascista alla fine della Seconda Guerra Mondiale, si trasformò poi in abituale luogo di ritrovo dei migranti del Sud-Italia, e fu occupato negli anni ‘80 da immigrati eritrei. Insomma, lo spazio intorno a noi non smette mai di raccontarci la sua storia, ma noi dobbiamo essere vigili, pronti ad ascoltarla e a trasmetterla al prossimo.

La seconda parte del convegno ha visto in conversazione le scrittrici Francesca Melandri e Maaza Mengiste, che hanno trasformato l’esperienza coloniale italiana in letteratura: il romanzo di Francesca Melandri è intitolato “Sangue Giusto”, mentre quello di Maaza Mengiste, famosa per il racconto “Beneath the Lion’s Gaze”, è ancora in via di pubblicazione.

Le scrittrici hanno affrontato il tema dei “ricercatori romanzieri”, e quindi della loro esperienza di ricerca, del rapporto tra la parte storica e quella letteraria dei loro romanzi, e della necessità di conciliare i due aspetti.

Secondo Francesca Melandri la chiave è lasciare che il passato sia restituito dalle emozioni dei personaggi, dal loro animo umano: le informazioni storiche devono fondersi con i singoli individui, diventarne carne e sangue, tramite i racconti dei figli e nipoti di persone che hanno vissuto il periodo storico.

Anche Maaza Mengiste, dopo aver speso moltissimo tempo negli archivi romani consultando documenti di propaganda, e dopo aver ascoltato i racconti di suo nonno sull’eroica resistenza etiope, ha sentito la necessità di mettere in discussione questo modo di ricordare; questo tipo di memoria infatti, anche involontariamente, segue la scia della narrazione propagandistica, che può essere superata solo cercando la dimensione personale della storia.

E’ anche estremamente importante, secondo le scrittrici, cercare in tutti modi di non scrivere “il romanzo che ci si aspetta”: Francesca Melandri ha discusso del rischio di rappresentare la realtà con uno sguardo etichettante, senza mai analizzare davvero le relazioni profonde e complesse che esistono tra l’Italia e le sue colonie, o tra italiani e migranti, per esempio.

La semplificazione delle figure a noi estranee è un atto di deumanizzazione, pari a quello del colonialismo, perché nega la complessità altrui, attribuendo a qualcun altro delle idee pregresse dell’autore, del narratore. E’ importantissimo esplorare la complessità della vita altrui, ha spiegato Maaza Mengiste, e sforzarsi di non imporre nessuna idea personale, nessun valore moderno sui protagonisti; in un romanzo storico questo è particolarmente difficile: scrivere di donne vissute nel periodo fascista significa comunque scrivere di persone soggette al patriarcato; bisogna accettare questa realtà, seppur dolorosa.

Ma forse è proprio questa la chiave per sfuggire al pensiero coloniale, che nega qualsiasi mondo interiore di chi è diverso: l’accettazione della complessità, delle emozioni e relazioni che compongono tutti i soggetti con cui entriamo in contatto. Smettere di nascondersi dietro il silenzio e dietro narrazioni corrotte, ed aprire gli occhi sulla Storia e sul mondo.


A cura di Teresa Trallori