Basilica allagata. Zendri «ridurre la presenza dei sali solubili dai mosaici per evitare il degrado»

Piazza San Marco, con tutte le opere architettoniche preziose che vi si affacciano, è tra le zone più basse della città storica di Venezia, ed è quindi particolarmente esposta all’alta marea. Durante l’eccezionale fenomeno di acqua alta del 29 ottobre scorso, la Basilica di San Marco ha sofferto pesantemente l’allagamento prolungato, che ha coinvolto il nartece e anche il corpo principale, bagnando il millenario pavimento musivo.

La Procuratoria di San Marco ha già messo in atto un intervento di prevenzione, che prevede la chiusura di alcuni cunicoli, frutto di restauri del secolo scorso, che servivano a scaricare l’acqua piovana dai pavimenti al bacino di San Marco e che al contrario, quando arriva l’alta marea, fungono da vie di ingresso per l’acqua della Lauguna.

Abbiamo chiesto alla prof.ssa Elisabetta Zendri, chimica del restauro, un primo parere sullo stato conservativo interno della Basilica dopo l’alta marea del 29 ottobre.

«L'entità del danno dipende dal tempo di contatto con l'acqua del mare, ma è in ogni caso un danno rilevante – ci ha spiegato.- La Basilica è un sistema architettonico molto ricco e complesso, che racchiude una grande varietà di materiali e di finiture di enorme pregio. I mosaici parietali e pavimentali sono quelli che meglio rappresentano la Basilica, assieme alle superfici lapidee. Il degrado di questi apparati deriva per lo più dai processi di risalita capillare di soluzioni saline (acqua di mare) che imbibiscono le murature della Basilica fino ad altezze significative, anche di alcuni metri. Il processo di evaporazione dell'acqua in prossimità della superficie comporta la precipitazione dei sali solubili che saturano via via le porosità dei materiali fino a produrre fenomeni di disgregazione e di distacco, che nel caso delle opere musive corrisponde alla perdita della malta di supporto e di allettamento con il conseguente distacco delle tessere. Per i mosaici pavimentali il processo è molto simile ma coinvolge soprattutto le tessere in pietra, che subiscono processi di disgregazione di entità variabile in relazione alle caratteristiche intrinseche del materiale lapideo. Gli stessi processi di degrado avvengono su tutto l'apparato lapideo della Basilica interessato dal contatto con l'acqua di mare, dalle lastre marmoree e fino alle colonne».

Quali sono, secondo lei, gli interventi da attuare?

«Prima di tutto la prevenzione del danno e la Procuratoria di San Marco sta già operando in questo senso. In questo caso si è trattato di una marea eccezionale, a cui è difficile trovare soluzioni definitive. L'intervento che si può attuare in questo momento, oltre al costante monitoraggio delle superfici, è quello di ridurre quanto possibile la presenza dei sali solubili per evitarne i processi di cristallizzazione e contenere l'azione di degrado fisico sui materiali. Questa operazione non è semplice, perchè l'acqua ha imbibito i materiali e l'estrazione deve essere prolungata e controllata. Inoltre l'area interessata dalla marea e quindi dall'assorbimento di acqua è molto estesa. Il processo di migrazione dei sali verso le superfici può essere rallentato dalle attuali condizioni ambientali e questo consente di programmare gli interventi partendo dalle aree più fragili, dove i materiali hanno già mostrato segni evidenti di degrado. Da tempo si sta lavorando alla ricerca di nuove soluzioni per questi interventi d'urgenza, ma anche per la messa a punto di sistemi di manutenzione che consentano una maggiore durabilità dei materiali a costo contenuto e impiegando materiali a basso impatto ambientale e per la salute degli operatori. A questi principi si ispirano le ricerche sviluppate dalla nostra Università che mette, oggi ancora di più, le proprie risorse e le proprie conoscenze a disposizione  del patrimonio culturale veneziano e della comunità cittadina stessa».

Federica SCOTELLARO