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Environmental Humanities: istruzioni per l'uso

Che cosa sono le scienze umane ambientali, le Environmental Humanities? Un argomento di grande attualità ed interesse a cui il Center for the Humanities and Social Change ha deciso di dedicare il suo terzo anno di attività. Che ruolo possono giocare le discipline umanistiche nell’affrontare la crisi climatica che coinvolge il pianeta?

Lunedì 7 ottobre si apre infatti un ciclo di conferenze e seminari dedicati a questo nuovo ambito, un’area interdisciplinare di ricerca che si sta rapidamente espandendo in tutto il mondo come risposta all’esigenza di ripensare il rapporto tra i saperi accademici e l’emergenza ambientale. Il primo appuntamento sarà con Serenella Iovino, studiosa italiana che occupa una cattedra di environmental humanities negli Stati Uniti e che proprio all’Italia (e a Venezia) ha dedicato preziose riflessioni critiche, invitandoci a ripensare il nostro canone culturale in prospettiva ecologica.

Si proseguirà con storici, antropologi, scrittori, filosofi, scienziati, giornalisti per dimostrare come questo campo di studi sia necessariamente interdisciplinare e ispirato alla necessità di superare la tradizionale separazione tra sapere scientifico e sapere umanistico. Tra gli ospiti già confermati gli storici Marco Armiero, Jason Kelly e Nicola Di Cosmo, il filosofo Emanuele Coccia, gli studiosi di letteratura Elizabeth de Loughrey, Elizabeth Kowaleski Wallace e Niccolò Scaffai, la giornalista Alessandra Viola, il direttore editoriale Michele Luzzatto e lo scrittore Amitav Ghosh. Proprio Ghosh aveva inaugurato le attività del Center con il suo libro La grande cecità e torna a presentare il suo ultimo romanzo, L’isola dei fucili, incentrato sul fenomeno dei migranti climatici e ambientato in larga parte a Venezia.


A Serenella Iovino, ricercatrice della University of North Carolina che inaugura il ciclo Environmental Humanities Seminar and Lecture Series con “Environmental Humanities: istruzioni per l'uso(7 ottobre, ore 16.30 Ca' Bottacin, Aula A), abbiamo chiesto di introdurci a questa nuova disciplina.

Serenella Iovino, University of North Carolina

Cominciamo con lo spiegare il concetto nuovo di environmental humanities. Che cosa sono?

Le environmental humanities o scienze umane ambientali sono un campo di studi basato su un “ménage à trois” tra discipline umanistiche tradizionali, scienze sociali e scienze ambientali. Alla base di questo discorso c’è un’idea molto semplice: quando le questioni in gioco sono calate in sistemi complessi, nessuna disciplina, presa singolarmente, è in grado di dare risposte sufficienti. Questo è evidente se si pensa che la crisi sociopolitica globale — con le migrazioni e l’iniqua distribuzione di risorse in primo piano — è connessa alla crisi del pianeta. Chi studia environmental humanities suggerisce che la ricerca ambientale può avere un impatto significativo sulla vita di una società solo se i climatologi e gli economisti lavorano fianco a fianco con gli storici e gli antropologi; se biologi, filosofi e geografi mettono insieme i loro sforzi con l’obiettivo comune di integrare le politiche pubbliche con modelli culturali più sostenibili.
Pensiamo al riscaldamento globale: si può dire che sia solo una questione per climatologi o chimici dell’atmosfera? O per economisti e geografi? Se esploriamo le radici di questo fenomeno, vedremo che esso ha a che fare tanto con i cicli geo-astronomici del nostro pianeta, quanto con i nostri stili di vita e modelli culturali. Insomma, l’ambiente è sistema ampio dal quale siamo determinati e che noi determiniamo. Possiamo allora escludere dalla discussione sull’argomento gli studiosi di storia, di letteratura, di psicologia? La stessa cosa vale per i rifiuti e per l’inquinamento: per capirli pienamente, abbiamo bisogno di uno sguardo che ci permetta di tenerne insieme tutti gli aspetti: sociale, etico, politico, economico, ecologico. In altre parole, non esistono elementi isolati dagli intrecci di cui fanno parte: nessun fenomeno ambientale è confinato in un astratto “mondo esterno”.

Qual è stato il tuo percorso formativo e professionale per arrivare a questo particolare settore?

Di environmental humanities si parla solo da qualche anno, e quindi è evidente che chi pratica questo tipo di ricerca in qualche modo sta contribuendo a crearla. Come dice Borges in una sua poesia, “chi legge le mie parole sta inventandole”. Il mio percorso è stato interdisciplinare (o forse indisciplinato!) sin dall’inizio. Da studentessa in filosofia un po’ dissidente e amante della natura, mi appassionava tutto ciò che mettesse in discussione la centralità dell’umano. E soprattutto, mi piacevano la letteratura e l’arte. Ho trovato tutte queste cose nell’età di Goethe, che ho studiato per diversi anni. Quando mi sono chiesta che cosa fosse diventata oggi questa fusione di motivi, ho scoperto la filosofia dell’ambiente e l’ecocritica, che mi hanno portato a interessarmi anche delle questioni scientifiche legate all’ambiente. È da qui che vengono i miei strumenti di lavoro, ma tanti colleghi hanno percorsi diversi: c’è chi ha scoperto le environmental humanities venendo da studi di biologia o geologia, magari spinto dalla curiosità di integrare il discorso scientifico con un approccio storico, filosofico o creativo in senso lato. L’elemento comune a tutti noi è la volontà di trasformare la nostra ricerca in un impegno per un cambiamento culturale che contribuisca al benessere del pianeta.


Tanti temi si intrecciano: filosofia dell'ambiente, etica, letteratura, scienze sociali: quali sono le prospettive future? Ci sono università nel mondo che portano avanti corsi di questo tipo?

Molti studiosi sostengono che siamo nell’Antropocene, l’epoca in cui l’essere umano è diventato impattante sulla terra quanto un meteorite.  Eppure, mentre il mondo intorno a noi cambia in fretta, i sistemi scolastici e le discipline si sviluppano con estrema lentezza. Serve una prospettiva diversa, e la politica deve farsene carico: l’impatto della scelta dei programmi scolastici ha eguale valore sul benessere di un paese della scelta del sistema di approvvigionamento energetico. Mi ha fatto davvero piacere sentire che così la pensa anche Lorenzo Fioramonti, il nuovo ministro dell’Istruzione e dell’Università, intervenuto in molti dibattiti nei giorni del Global Climate Strike. Non si tratta però solo di insegnare la raccolta differenziata ai bambini delle elementari. Si tratta di elaborare politiche culturali evolute, con sguardi ampi, in grado di proporre modelli di pensiero che facciano da ponte tra i comportamenti, i valori sociali e le politiche ambientali. L’università serve a questo, ed è per questa ragione che finché non si ripensa anche la struttura delle discipline accademiche, oggi ancora estremamente settoriali, ogni discorso che intrecci saperi diversi è condannato alla marginalità.
 Così non è in molte parti del mondo, e lo dimostra il fatto che il mio insegnamento all’Università della North Carolina comprende Italian Studies e Environmental Humanities. Nelle maggiori università internazionali, dagli USA alla Cina, dai Paesi Scandinavi alla Germania, si assiste a un pullulare di corsi di studio e di istituti di ricerca, con finanziamenti importanti, pubblici e privati, e progetti che coinvolgono l’università, il territorio, i cittadini. È questo il futuro, anzi il presente, delle environmental humanities: la capacità di creare un dialogo tra le energie più vivaci della ricerca e la società civile. Restaurare un territorio dopo un sisma, riportare in vita un ecosistema e i suoi abitanti, raccordare saperi e paesaggi minacciati, o immaginare nuove forme di economia che tengano in vita ambiente, comunità e convivialità: tutto questo presuppone un dialogo che altrove avviene già da tempo. E in tutti questi progetti ci sono studiosi italiani che fanno la differenza. Sarebbe bello pensare che anche il sistema universitario del nostro paese si aprisse al richiamo del presente.

 

 

FEDERICA FERRARIN

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