"Professore Comunista Italiano". I 100 anni di Mario Baratto

Mario Baratto (Chioggia, 1920) avrebbe compiuto quest’anno 100 anni. Dopo gli studi alla Scuola normale superiore di Pisa, come allievo di Luigi Russo, ha insegnato alla École Normale Supérieure di Parigi e nelle università di Cagliari e Pisa. Fu chiamato all’Università Ca’ Foscari Venezia nel 1974. Qui ha insegnato per 10 anni Letteratura italiana, ha diretto l’omonimo Istituto, avviandone la fusione con quello del prof. Padoan nel comune Dipartimento di Italianistica (oggi Dipartimento di studi Umanistici) e ha ricoperto il ruolo di Preside dell’allora Facoltà di Lingue e Letterature Straniere. Morì improvvisamente durante un consiglio di Facoltà a Ca’ Dolfin nel 1984. Era al suo terzo mandato di Preside.

Studioso del teatro rinascimentale e di Goldoni, Baratto dedicò a Boccaccio uno dei suoi saggi più significativi. Sposò Franca Trentin, da cui ebbe il figlio Giorgio. L’impegno politico, insieme a quello accademico, sono stati scolpiti per sua volontà nella lapide che riporta la scritta “Professore Comunista Italiano”.

Per le attuali restrizioni sanitarie, non sarà possibile organizzare una giornata di studio nell’aula di Ca’ Foscari a lui intitolata, ex Aula Magna e ora sede di iniziative istituzionali e culturali. Su proposta di Silvana Tamiozzo, ultima italianista dell’epoca di Baratto ancora in servizio, abbiamo chiesto di lasciare un breve ricordo della figura di Mario Baratto a Guglielmo Cinque e Alide Cagidemetrio che, oltre ad essergli succeduti alla presidenza della Facoltà di Lingue insieme ad altri colleghi, hanno condiviso con Baratto momenti di impegno comune. Abbiamo raccolto inoltre il contributo di Marco Santagata (università di Pisa), legato allo studioso da amicizia, coautore con Francesco Bruni e Sandro Maxia nel 1996 di Una lezione sempre viva: per Mario Baratto, dieci anni dopo e curatore di suoi scritti postumi insieme a Franco Fido e Giovanni Da Pozzo, usciti nel 1985 nel volume La letteratura teatrale del Settecento in Italia.

All’amico e collaboratore prof. Marco Santagata, docente di Letteratura italiana all'Università di Pisa, oltre che critico letterario e scrittore, abbiamo chiesto di ricordare la figura di Baratto come uomo e studioso. 

“Cosa mi è rimasto più impresso di Mario Baratto? Il suo sorriso, paterno, comprensivo, quasi sempre con un fondo ironico. Baratto era una persona affascinante, di rara capacità affabulatrice. Cenare con lui era un piacere: un seguito ininterrotto di aneddoti, battute di spirito, e riflessioni serie. Era un intrattenitore, dotato di grandissima umanità. È arrivato all’Università di Pisa quando io ero già laureato, ma ho avuto il privilegio di averlo come un ‘secondo padre’. Gli ero molto affezionato.

Parliamo dei primi anni Settanta. Baratto era uno studioso diverso dal normale accademico. Aveva studiato alla Normale di Pisa e poi aveva vissuto in Francia, in un clima culturale differente da quello italiano. Lì era nato il suo interesse per il teatro, interesse dominante per tutta la sua vita. E in Francia aveva acquisito l’abitudine di mettere al centro del discorso critico i testi degli autori. È stato un accademico molto attento alla cultura circostante. La militanza, culturale e politica, ha svolto un ruolo molto importante nella sua vita. Per esempio, è stato membro del direttivo della Biennale negli anni Settanta, in quella che possiamo definire la ‘stagione d’oro’ del teatro d’avanguardia. Grazie a lui ho avuto la possibilità di assistere a spettacoli teatrali che hanno fatto epoca e di incontrare grandi personalità del teatro italiano, dal regista Luigi Squarzina a Paolo Grassi, fondatore del Piccolo Teatro di Milano. La figura di Baratto si imponeva, va detto che come studioso ha lasciato tracce profonde soprattutto in un magistero orale

Come si troverebbe Baratto nell’Università di oggi? Siccome era aperto e disponibile, sono sicuro che non si tirerebbe indietro di fronte al nuovo tipo di impegno didattico dell’università di oggi, e però, siccome aveva un fondo di rigore vero, penso anche che contrasterebbe certe derive dell’Università italiana, e non solo italiana. Mi riferisco soprattutto al predominio della didattica sull’attività di ricerca, a quella forma di accanimento didattico che oggi porta alla ‘liceizzazione’ delle nostre Università e che Baratto già denunciava ai suoi tempi.

Come studioso ha pubblicato, tardi, un libro fondamentale su Boccaccio, Realtà e stile nel Decameron (Venezia, Neri Pozzi, 1970) e, soprattutto, studi teatrali. Alla letteratura teatrale ha dedicato libri fondamentali, allora decisamente innovativi: mi riferisco ai suoi saggi sugli autori del Cinquecento di area veneta (Ruzante, Aretino) e in modo particolare a quelli dedicati a Goldoni, del quale ha seguito da vicino anche importanti sperimentazioni sceniche, sia in Italia sia in Francia”.

Il ricordo di Guglielmo Cinque, Preside della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Ca’ Foscari (1999/2000- 2001/02)

Mi è capitato spesso in questi anni di ripensare a Mario o di ricordarlo a chi lo aveva conosciuto poco o non lo aveva conosciuto affatto. In realtà ho potuto frequentarlo anch’io solo per pochi anni, dal 1979, quando mi trasferii a Lingue dalla Facoltà di Lettere, dove avevo un incarico serale per studenti lavoratori, al maggio dell’84, quando Mario morì tra le braccia mie e di altri colleghi durante un infuocato Consiglio di Facoltà. Lo posammo a terra in attesa dell’arrivo di un'ambulanza (acquea) o di un medico. Eravamo a pochi minuti di distanza dall’Ospedale Giustinian, ma questo non bastò a salvarlo. Lui sapeva di essere a rischio. Più di una volta gli ho sentito dire scherzando che non avrebbe dovuto mangiare il tramezzino che aveva in mano o il vino che gli avevano appena versato. Era ironico e provocatorio con se stesso come lo era con gli altri. Le sue provocazioni erano il suo modo per far emergere il carattere della persona che aveva davanti, per conoscerla meglio, e forse anche per divertirsi, sempre in maniera bonaria. Mario, a chi gli si avvicinava, non faceva sentire la sua superiorità, né come preside né come studioso. La scoprivi da solo. Una delle cose che lo distinguevano da tutti quelli che avevano posizioni analoghe alla sua era quella di sentire, sulle questioni importanti, tutti i colleghi, anche quelli più giovani e inesperti. Capiva quale fosse il sentire comune, qualche volta orientandolo, direi per il meglio, e questo faceva sì che i Consigli di Facoltà fossero sempre un’esperienza civile e istruttiva, tranne il suo ultimo. 

Mario in tutti questi anni ci è mancato molto e ci manca ancora tanto, ma il suo ricordo rimane, indelebile, nel cuore di tutti noi che l’abbiamo conosciuto. 

Il ricordo di Alide Cagidemetrio, Preside della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Ca’ Foscari (2005 – 2011, data di disattivazione delle Facoltà)

Quando nel 1977 Mario Baratto divenne Preside nella Facoltà di Lingue e Letterature Straniere cominciò un nuovo corso forgiato dal suo carisma e dall’impegno intellettuale e politico. Straordinaria fu la sua azione nell’ Ateneo ancora confuso da quasi oramai dieci anni di militanza studentesca nella sempre più rapida trasformazione della società del tempo.

Fu lui, il Preside Baratto, ad anticipare il processo di trasformazione dell’università, con l’istituzione di corsi serali per lavoratori, l’apertura alle rappresentanze dei ricercatori e del personale, il costante richiamo alle forze politiche affinché fosse riconosciuto il ruolo centrale dell’università per il futuro della città. Assolveva con scrupolo alle mansioni della sua carica, persino perfezionava con puntigliosità, ma anche arguzia, e in uno stile squisito, i verbali di Facoltà, ai quali lavorava con Alba Loccioni, sua fedele collaboratrice.

La sua azione politica e la capacità di governare non si disgiunsero mai dalla appassionata attività intellettuale, il leggendario umorismo e l’accogliente bonomia si combinavano in lui naturalmente con il rigore e la intelligenza dello studioso; amava insegnare, e alle sue lezioni, insieme ai numerosi studenti, si ritrovavano normali cittadini, con alcuni dei quali poi continuava a chiacchierare sulla via di casa. Ho avuto anch’io la fortuna, insieme a Marinella Colummi, Francesco Fiorentino ed Enrica Villari, di imparare da Mario Baratto: la sua cura per la ricerca e la formazione dei giovani di allora lo portò a costituire un gruppo di studio su storia e romanzo, si discuteva delle nostre letture, e Mario, con la modestia del vero maestro, ascoltava, riassumeva e suggeriva. L’ho visto afflosciarsi sul banco dell’Aula Magna di Ca’ Dolfin il 10 maggio 1984, e ho visto l’intera Ca’ Foscari, con funerali solenni, rendere omaggio alla sua opera e al suo tempo, alla sua visione, mai come oggi necessaria, di una università aperta e protagonista attiva del divenire sociale

I funerali di Mario Baratto a Ca' Foscari nel maggio 1984, in una foto gentilmente concessa dal figlio Giorgio Baratto 

Federica SCOTELLARO