Un anno di IIC ad Abu Dhabi: intervista a Ida Zilio Grandi

Ida Zilio Grandi è direttrice del neonato Istituto Italiano di Cultura di Abu Dhabi, inaugurato a ottobre dello scorso anno, ed è da poco tornata anche a far parte del Consiglio per le relazioni con l'Islam, riconvocato a novembre 2020.

Qual è l'importanza del Consiglio per le relazioni con l’Islam?

Il Consiglio è un organismo consultivo deputato ad approfondire i temi legati all’integrazione e all’esercizio dei diritti civili dei musulmani in Italia. Dopo qualche anno di silenzio, è stato riconvocato lo scorso 10 novembre dal Ministro Lamorgese che ha nominato dodici esperti tra giuristi, sociologi e islamologi provenienti dalle principali Università italiane, coordinati dal politologo Paolo Naso della Sapienza. Nella formazione precedente, durante il Ministero Minniti, avevamo prodotto un Patto nazionale con l’Islam italiano (2017) controfirmato dai rappresentanti di molte associazioni islamiche, che ha rappresentato già un importante passo in avanti. Speriamo ora di raggiungere l’obbiettivo dell’Intesa (secondo l’art. 8 della Costituzione) che seguirebbe gli accordi formali già esistenti con altre 12 confessioni religiose. La prima, del 1987, è stata quella con la Tavola Valdese, e l’ultima con l’Istituto Buddista Gakkai nel 2016.

È abbastanza incredibile che non ci sia ancora un’Intesa con l’Islam, la seconda religione del Paese con milioni di seguaci. Il motivo di questo ritardo è soprattutto la frammentarietà della rappresentanza islamica da noi, che ha reso difficile per la Repubblica individuare un interlocutore rappresentativo. Ma su questo siamo ottimisti e fiduciosi.

Personalmente, metto a disposizione le mie conoscenze nel campo della tradizione religiosa islamica e della teologia, e delle relazioni islamo-cristiane nel corso della storia. Ma anche la mia esperienza di docente con gli studenti cafoscarini di tradizione musulmana, che, lo dico in tutta franchezza, mi hanno insegnato davvero molto, non soltanto su di loro.

Come avete affrontato all'IIC questo anno così particolare?

È stato un anno complicato, e di tutte le idee che avevo ne ho realizzate solo una minima parte, per di più in forma virtuale che per me è una forma dimezzata. Però siamo riusciti a mantenere l’impegno primario, cioè quello di presentare la nostra cultura, anche nelle sue espressioni pratiche e tecniche, mettendola continuamente in dialogo con la cultura araba, specialmente quella degli Emirati. Per questo è stato necessario avviare qui una fitta rete di rapporti, dal mondo dell’istruzione e della ricerca a quello dell’arte, del cinema e dell’editoria, fino alle istituzioni politiche deputate alla diplomazia culturale; in questo ci ha aiutato moltissimo l’Ambasciata, con cui collaboriamo ottimamente. Tra le altre cose, sono molto contenta del ciclo di 8 webinar, intitolati Dialogues on Innovation. The pandemic, human civilization and the limits of technology, dedicati, per dirla brevemente, a quel che resta dell’ “umanità”, anche come esperienza sensoriale, tra distanziamento fisico forzato e l’impiego sempre più massiccio delle tecnologie. Con ospiti  italiani, emiratini e di altri Paesi del Golfo, abbiamo trattato di lingua e neologismi, eventi dal vivo, moda, sopravvivenza e benessere, e-Learning, libri e biblioteche, convivialità e cultura dell’ospitalità. E abbiamo dedicato l’ultimo incontro del 6 dicembre alla solitudine, scelta o subita, chiamando in causa anche gli astronauti, il nostro Luca Parmitano e il primo emiratino nello spazio, Hazza‘ AlMansoori. Hanno aperto la serie l’Ambasciatore Nicola Lener e il ministro della diplomazia culturale Zaki Nusseibeh, e lo hanno chiuso Marina Sereni, Viceministro degli Esteri con delega all’area MENA, e Hussain Al Hammadi, ministro dell’Istruzione.

Se posso aggiungere una cosa più laterale, ho dedicato molta attenzione anche all’aspetto esteriore dell’Istituto per provare anche così la sensibilità tutta italiana all’armonia e alla bellezza. Non a caso il motto del nostro padiglione a EXPO Dubai è “Beauty connects people”. Quindi, con il generoso supporto di alcuni sponsor italiani di qui, ho cercato di curare anche l’arredamento interno ed esterno.

Più in generale, come è stata gestita la pandemia negli Emirati?

È stata gestita con prontezza, con un numero elevatissimo di tamponi, anche facendo tesoro dell’esperienza italiana come hanno dichiarato ripetutamente i portavoce locali. All’Italia nel suo periodo più drammatico sono state dedicate numerose espressioni di simpatia e solidarietà. Molti, anche sconosciuti, mi hanno chiesto notizie dei miei parenti appena hanno saputo che ero italiana, ed è stato commovente vedere la nostra bandiera un po’ ovunque, anche sui grandi pannelli luminosi dei maggiori edifici pubblici ad Abu Dhabi e Dubai.

Anche qui siamo stati in lockdown per parecchi mesi, poi abbiamo avuto il coprifuoco al tramonto, e ancora adesso è abbastanza difficile tornare dall’estero e perfino passare da un Emirato all’altro. La cosa notevole è che la gente ha disatteso i divieti raramente, e quei pochi sono per lo più finiti sui media con nome, cognome e attività lavorativa.

Ci racconta come è stato il suo anno di vita lì?

È stato un anno di sfide e di sorprese. Tra le sfide, iniziare tutto da capo, un lavoro completamente diverso da quello accademico e molto più “sul campo”, per così dire. E anche mettere in piedi un Istituto di Cultura che prima non esisteva, e comunicarne l’esistenza tra le restrizioni della pandemia. Venendo alle sorprese, non saprei davvero da quale cominciare: forse la maggiore è stata conoscere dall’interno un Paese islamico che non ha affatto rinunciato alla tradizione e che però partecipa fermamente e con efficacia alla contemporaneità, dalla necessaria apertura ai popoli e alle religioni fino alla ricerca spaziale.

Federica SCOTELLARO