Cessi pubblici

2-3 marzo 2018 ore 20.30

Teatraz

Cessi pubblici

di Guo Shixing
regia e traduzione Sergio Basso
acting coach Karina Arutyunyan
assistente alla regia Lucia Messina
con Lidia Castella, Cristina Castigliola, Federico Dilirio, Mele Ferrarini, Mattia Giordano, Eva Martucci, Paolo Mazzanti, Francesco Meola, Lucia Messina, Elena Nico, Matthieu Pastore, Alessandra Raichi
scenografia Federica Pellati
direzione cori Camilla Barbarito
produzione Teatraz

 

 

Biglietti e contatti 


Spesso si ha paura della Cina: un Paese troppo lontano da noi. La domanda da cui sono partito per lavorare con gli attori e per dare vita allo spettacolo è stata: “Come possiamo riportare la quotidianità della vita cinese al pubblico occidentale?”
Di questo testo di Guo Shixing, ho capito che mi interessava molto di più l’universalità piuttosto che l’esotismo della location. Quando mettiamo in scena un testo francese o americano, non ci poniamo il problema dell’esotismo di quel testo, della sua alterità. Ci concentriamo sui contenuti e ci preoccupiamo di traslarli alla nostra cultura, se e proprio perché il messaggio del drammaturgo è urgente.
Credo che sia arrivata ora di finirla con l’esotismo sulla Cina. Basta con questa Cina da museo. A me interessa cosa hanno da dire oggi i narratori cinesi. E il teatro di Guo Shixing è una lama. [Sergio Basso]

Guo Shixing è uno dei più grandi drammaturghi cinesi. Negli anni Novanta ha concepito la trilogia Niaoren, Yuren, Qiren [“Uomini-uccello”, “Uomini-pesce”, “Uomini-scacco”]. In tre pièces affronta tre hobbies dei pechinesi: portare i canarini al parco, andare a pesca, giocare a scacchi nei crocicchi.
Tre passioni, folkloriche, icastiche, che sconfinano rapidamente nell’ossessione. Ed ecco che esaminare un passatempo diventa l’occasione di raccontare la società cinese contemporanea e le sue idiosincrasie.
Perché presenta in maniera icastica una realtà, quella cinese, sempre più presente nel nostro orizzonte quotidiano.  Perché sebbene parli di una realtà specifica, le sue parabole sull’essere umano riescono a essere universali. Sembra un Aristofane moderno venuto dall’Oriente.
La Cina si guarda allo specchio in questo testo che ricorda la malinconia de Il campiello di Goldoni e la danza drammaturgica de Il girotondo di Schnitzler, e che alla fine si rivela un’immane metafora della crisi economica e sociale contemporanea, del bivio tra collettività ed individualismo. E ha qualcosa da dire anche a noi all’Occidente.