La musica e la poetica di Lula Pena

A inizio 2020 Lula Pena ha suonato al Teatro Villa dei Leoni di Mira, in uno splendido concerto organizzato da Caligola Records. A margine di questa esibizione, la nostra Francesca De Biasi è riuscita ad intervistarla.

Lula Pena è una cantautrice, chitarrista e poetessa portoghese.
È un'artista schiva e introspettiva, che ama ponderare con precisione le note e le parole dei suoi brani - tant'è che in più di vent'anni di carriera ha pubblicato solo tre album. Ma è proprio questa parsimonia di pubblicazioni, unità alla ritualità delle sue esibizioni live, ha contribuito alla creazione di una figura quasi mitologica: una sacerdotessa della poesia e della musica portoghese, al tempo stesso sensuale e sacrale.

Francesca ha parlato con lei della sua musica, del suo rapporto con lo strumento e con la sua terra, in una chiacchierata profonda e ricca di spunti.

L'intervista è in lingua portoghese

L'intervista a Lula Pena: il podcast

La traduzione dell'intervista

Buonasera Lula Pena e grazie per aver accettato l’intervista. Cominciamo subito con la prima domanda: chi è Lula Pena per chi non la conosce?

Nemmeno Lula Pena sa bene chi è! Posso dire che sono un’artista, sono nata a Lisbona, in Portogallo, ma negli ultimi ventidue anni, passati tra dischi e concerti, ho vissuto in molti posti in Europa – sono stata soprattutto a Barcellona, Bruxelles, Anversa, Parigi, Amsterdam, ed ho vissuto sia in campagna che vicino al mare. Ho cercato di vivere anche in altri posti, ma non ci sono riuscita.

Nel mio libro di portoghese, il Portogallo viene descritto in questo modo: ‘Il Portogallo confina con l’oceano Atlantico e, per questo, siamo rivolti verso il mare, aperti verso il mondo e la comunicazione’. Il fatto di essere nata e cresciuta in Portogallo, precisamente a Lisbona, quanto ha incoraggiato il contatto con culture musicali diverse?

Sì, penso che la posizione geografica influenzi molto il nostro modo di pensare, la nostra percezione di ciò che accade nel mondo. Il mio primo disco, che si intitola Phados, in fondo era una chiave di lettura per questa espansione: Lisbona era il punto di partenza, il fado era il punto di partenza di un lungo viaggio che non si è concluso con quel disco, ma è sempre stato continuativo sebbene nell’ultimo album, Archivo Pittoresco, la presenza del fado sia più diluita; meglio, esiste sotto forma di ‘fantasma’, è presente ma non in maniera così ovvia, e tutte le altre lingue, culture e stili musicali si sono incorporati ad esso. Quindi è stata un’idea, un’ispirazione che ho voluto avere come base vent’anni fa, ma senza sapere esattamente cosa sarebbe successo. Adesso, guardando indietro, penso che sia stato veramente un moto, un’espansione, un’apertura, un viaggio costante, una porta aperta al viaggio e all’Altro.

Hai una relazione molto stretta, quasi fisica, con la chitarra: cos’è che la rende così speciale e la distingue da altri strumenti?

Ogni strumento ha le sue particolarità e la chitarra per me è stata una casualità, qualcosa di facile. Ero bambina, ho visto una chitarra in casa e ho voluto provare a suonarla. Sono autodidatta, non ho mai studiato né chitarra né musica, e ho sviluppato una relazione con lo strumento perché è una specie di confessionale, un’estensione del proprio corpo – ha una cassa di risonanza, un corpo in sé e il contatto che riesco a stabilire è molto intimo. La cassa è molto vicina alla parte del nostro corpo che è considerata un secondo cervello; quindi è proprio una relazione fisica, spirituale – anche la chitarra ha un proprio corpo, deve adattarsi alle temperature perché è fatta di materiale organico...ogni concerto è sempre una sfida, qualcosa di non atteso: io devo abituarmi alle condizioni dello spazio, e la chitarra deve fare lo stesso! Dobbiamo sempre creare un accordo, fare un lavoro di squadra. La chitarra è speciale in questo senso, è uno strumento che si può trasportare facilmente, ha le sue qualità, i suoi punti di forza e assomiglia molto al mio stesso corpo.

Oltre alla chitarra, quale altro strumento ti piacerebbe suonare?

Mi piacciono gli strumenti a fiato e le percussioni, ma è come se già suonassi queste ultime. Ho trasceso la chitarra, ovvero la chitarra non solo è suonata come si fa abitualmente, ma diventa anche lei uno strumento di percussione. È come se la chitarra potesse parlare un’altra lingua oltre alla sua. Come io canto altre lingue, anche la chitarra procede in questa direzione: lei stessa è percussione, produce suoni non necessariamente associati alla chitarra. Questa trascendenza mi interessa molto!

L’album Archivo Pittoresco e lo stesso titolo si riferiscono all’estetica del pittoresco della metà del secolo XVIII e inizio del secolo XIX, quando si scopre che non sempre i canoni di equilibrio e armonia possono essere rispettati. In che modo tale estetica ha influenzato il tuo stile musicale?

La parola ‘archivio’ è molto importante, è una raccolta di vari frammenti, cose, influenze. E Pittoresco significa rompere un po’ i canoni della rappresentazione, nel caso del movimento che hai citato i pittori decisero di uscire degli atelier e camminare nei boschi, immergersi nella natura per trovare paesaggi da dipingere. Ciò  significava rompere alcune regole canoniche – gli artisti hanno capito che esisteva una bellezza nelle rovine, in ciò che era irregolare, non simmetrico, mettendo i gioco un nuovo modo di pitturare la realtà. Ho pensato che tutto ciò fosse interessante ed che fosse qualcosa da esplorare nella musica – rompere  i canoni secondo i quali le canzoni devono essere di 3-4 minuti, per esempio. Volevo alimentare l’idea di viaggio, di un cammino in cui non si sa né dove si va, né ciò che si incontrerà. Tutto ciò è molto simile alla vita, perché anche la vita non è prevedibile per quanto noi ci sforziamo di renderla tale – dobbiamo sempre sfidare questi canoni che vengono stabiliti e che ci obbligano a vedere le cose in una certa maniera. Siamo più capaci di scoprire le cose più strane e riconoscere la loro bellezza; anche ciò che è organico è strano, per esempio come fa la natura a rigenerarsi? Pittoresco quindi è la capacità di riconoscere la bellezza nelle cose più grezze, semplici, più misteriose, indefinite – ed è anche ciò che io volevo esplorare con la musica.

Oltre al mondo pittorico, anche la letteratura è presente nella tua musica, penso per esempio alla poesia O Negro que Sou di Ronald Augusto. Hai mai pensato di incidere qualche opera di Camões, così come ha fatto Amália?

Sì sì, ci ho pensato...quando ero piccola mi esercitavo a cantare Camões, anche perché I Lusiadi era un libro che si studiava a scuola, ma è stato quando ero bambina e avevo appena iniziato a suonare la chitarra, da autodidatta. Sì, certo che mi piacerebbe, Camões continua a essere l’essenza della lingua portoghese e la sua scrittura è molto musicale. Ancora non è successo, ma forse succederà nel futuro.

In un’intervista che ho trovato su Internet dichiari il seguente: Mi sento più in connessione con il mondo rimanendo spesso da sola rispetto a contesti in cui c’è molta gente. Come riesci a mantenere un velo di mistero e a trovare l’ispirazione e concentrazione in un mondo così rapido e caotico?

È sempre più difficile perché il mondo non è solo rapido, ma anche rumoroso a vari livelli: visivo, sonoro...è questa accelerazione che non permette di vedere i dettagli, andiamo a 200 km/ ora e non vediamo il paesaggio che ci circonda nella stessa maniera in cui l’osserviamo mentre camminiamo! Per questo ho bisogno di vedere i dettagli, di essere lenta, quello che mi colpisce è ciò che è essenziale, in tempo reale, che rimane nel tempo. Per questo a volte vado a cercare temi antichi, o recupero cose del passato che hanno ancora un messaggio valido da trasmettere. Mi sento bene in questo silenzio, in questo stare da sola perché in realtà non sono sola, ma connessa con gli altri essere umani, con la natura, con il cosmo; mi sento parte di un tutto. Oggigiorno roviniamo tutto: vogliamo una certa frutta fuori stagione, e la facciamo coltiviamo in serre; fiori tutti uguali...stiamo distruggendo il ciclo naturale e in un certo senso io cerco di mantenere il mio ciclo creativo, che è lento, silenzioso. Per me la musica è una medicina, e se sento qualcosa di importante lo condivido con gli altri. Non riesco a cantare tutti i generi musicali ed ogni tipo di testo, la musica deve riuscire a darmi qualcosa che possa colpire l’inconscio. È una medicina non solo fisica, ma anche mentale dell’inconscio collettivo; percorrere questo cammino fa sì che io sia un po’ solitaria - devo riflettere, è il denominatore comune di tutti, ma per trovarlo è necessario raccogliersi.

Quali sono i tuoi progetti futuri, se è possibile rivelarli?

Ho passato buona parte dell’anno a lavorare alla musica e da due anni collaboro con altri artisti – musicisti, artisti plastici, coreografi, poeti, sto facendo nuove esperienze e creando insieme ad altri. Quindi stanno succedendo cose importanti!