Primi piani

Giovanni Favero
Storia economica

Ci parli di lei: da dove proviene, cosa insegna a Ca’ Foscari, quali sono i suoi interessi e i suoi ambiti di ricerca. 
Mi chiamo Giovanni Favero e insegno storia economica e storia dell'impresa a Ca' Foscari. I miei interessi di ricerca attuali gravitano attorno a due temi principali. Il primo è una riflessione sulla specificità di ciò che fanno gli storici e sul loro possibile contributo alla ricerca in ambito manageriale, nonché sul modo in cui imprese e organizzazioni si rapportano al passato. Il secondo tema riguarda i processi di quantificazione in una prospettiva storica di lungo periodo, dai meccanismi della frode contabile studiata in contesti diversi fino all'impatto delle previsioni economiche sulle scelte imprenditoriali e all'uso dei dati nello sviluppo di politiche urbane per il turismo. 

Qual è stato il suo percorso accademico?
Ho studiato storia a Ca' Foscari laureandomi con Giovanni Levi, uno dei fondatori della microstoria. Dopo il dottorato in storia urbana e rurale a Perugia, durante il quale ho lavorato con Tommaso Detti e Carlo Pazzagli in un ambiente fortemente interdisciplinare, sono tornato a Venezia per un assegno di ricerca e ho avuto la fortuna di vincere presto un concorso per ricercatore di storia economica nel dipartimento di economia, dove ho imparato molto. Dal 2011 assieme a Paola Lanaro ci siamo spostati nel nuovo dipartimento di management. Qui ho trovato l'occasione per nuovi stimoli e collaborazioni a tutto tondo con colleghi di ambiti disciplinari diversi, che mi hanno portato a sviluppare il mio lavoro di ricerca in direzioni innovative e a nuovi impegni istituzionali.

Le soddisfazioni professionali più grandi?
Andando indietro nel tempo, la prima vera soddisfazione professionale è stata dare alle stampe un articolo sulla popolazione di Venezia in età moderna assieme ad altri quattro studenti ancor prima di laurearci. Allora ho scoperto il piacere, la fatica e la paura di vedere la propria ricerca pubblicata. In seguito ce ne sono state altre, la più recente forse essere invitato a presentare la prima traduzione inglese del manuale di mercatura quattrocentesco di Benedetto Cotrugli alla Harvard Business School, dove poi sono potuto tornare per una ricerca a lungo termine. Ma sono anche le piccole cose che danno un senso a questo lavoro, come i ringraziamenti di uno studente per aver citato la sua tesi in un libro o i complimenti inaspettati di un collega.

Qual è l'aspetto che più l'appassiona del suo ambito di ricerca?
La storia fatta negli archivi e nelle biblioteche è un viaggio nel passato. Una volta definite le domande, lo storico diventa un investigatore che usa ogni mezzo e strumento per collegare fra loro le fonti più disparate in una storia che tenga. Ciò che più mi coinvolge è questo aspetto di ricostruzione interpretativa di ciò che è successo, l'idea di guardare indietro e rimontare pezzetto per pezzetto vicende delle quali spesso nemmeno chi le ha vissute aveva piena consapevolezza.

Cosa significa, per lei, insegnare e fare ricerca?
Lavorare nell'università comporta la possibilità di confrontarsi continuamente con ragazzi che dedicano il loro tempo a conoscere cose nuove. Sono sempre stato convinto che ciò che davvero si insegna sia in fondo poco, e che chi studia impari molto di più dal confronto con i compagni e dall'incrocio fra ciò che legge e gli stimoli che il docente riesce a dare. Fare dell'aula un posto in cui vengono idee è un lavoro difficile ma entusiasmante. D'altra parte, solo se si è sperimentata la felicità della ricerca la si può trasmettere. Ricordo che il mio relatore di laurea mi consegnò un libro, l'edizione ottocentesca di uno dei testi che usavo per la tesi, pieno di annotazioni, chiedendomi di scoprire chi ne fosse stato il proprietario. Riuscire a capirlo collegando le sottolineature a citazioni trovate altrove è stata una delle esperienze che più mi ha motivato a fare questo mestiere.

 

Last update: 01/12/2021