Primi piani

Francesco Rullani
Economia e gestione delle imprese

Ci parli di lei: dove proviene, cosa insegna a Ca’ Foscari, quali sono i suoi interessi e i suoi ambiti di Ricerca.
Mi chiamo Francesco Rullani, e a Ca’ Foscari insegno corsi legati alle strategie d’impresa, con particolare focus sulle strategie legate alla rivoluzione digitale e ai loro impatti sulla società, dal lato etico, ambientale e sociale. Sono Direttore del Centro di Ricerca Bliss – Digital Impact Lab, che abbiamo fondato proprio con lo scopo di indagare la rivoluzione digitale e il suo impatto sul mondo. I miei ambiti di ricerca riguardano proprio questi temi: fondono cioè un interesse per l’innovazione, in particolare digitale, che coltivo fin dalla mia tesi di laurea sul tema dell’open source software (che ancora studio), con l’interesse per il ruolo che le imprese e l’ambito economico più in generale possono avere nella promozione di un modello di società più giusto, teso a risolvere problemi sociali ed ambientali invece che acuirne le criticità. 

Qual è stato il suo percorso accademico?
Mi sono laureato a Ca’ Foscari in Economia per poi fare un dottorato in Economics and Management alla Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa, e approdare, come Post-doc, alla Copenhagen Business School grazie ad una borsa per studi manageriali all’estero messa in palio dalla Fondazione IRI. Lì sono poi rimasto come Ricercatore per altri tre anni. Questo percorso (dall’economia al management) mi ha dato modo di acquisire familiarità con gli strumenti potenti e il linguaggio formalizzato dell’economia, ed anche con l’approccio più aperto ad altre discipline e più incentrato sulle persone tipico del management. Ho poi avuto modo di scoprire come funziona questo mestiere all’estero, da Copenaghen a Stanford, dove sono stato visting per un periodo, ed in alcuni dei migliori atenei italiani: Bocconi (sempre visiting) e LUISS, dove sono diventato Associato. Sono infine approdato a Ca’ Foscari da ordinario, un anno e mezzo fa, chiudendo in un certo senso il cerchio. 

Le soddisfazioni professionali più grandi?
Riuscire a “quadrare il cerchio” delle diverse attività che sono richieste ad un professore: ricerca, insegnamento, impatto (che viene chiamata erroneamente terza missione, dando un senso di “residuale” che non rende giustizia alla sua importanza). Riuscire a pubblicare lavori che hanno un rigore metodologico capace di resistere la revisione tra pari dei giornali internazionali più prestigiosi, prendere quelle idee, portarle in classe agli studenti, ingaggiarli anche in modo creativo per far capire loro ciò che nuovo e utile c’è in quelle idee, e su questo costruire un dialogo con il mondo fuori dall’università, con le organizzazioni e le persone che ogni giorno sono sul campo e fanno sì che le cose accadano, sapendo che domani accadranno in quel modo anche un po’ per merito nostro. Non riusciamo sempre a farlo (almeno, non io) ma quando accade è davvero una enorme soddisfazione.

Ha sempre pensato che questa fosse la sua strada?
Fin da piccolo, quando mi chiedevano cosa avrei fatto da grande, rispondevo “lo scienziato”, senza avere la minima idea di cosa significasse. Era l’idea di “curiosare in giro per il mondo” che mi affascinava, di capire come funzionavano le cose. Con le prime esperienze di impegno politico alle superiori questo interesse prese la strada delle scienze sociali: diventò “capire come funzionavano le cose … degli essere umani”. E tra le scienze sociali, quella che più mi pareva potesse essere capace di farmi capire il mondo mi parve essere l’economia. La filosofia mi attraeva molto, complice forse anche un bravo professore alle superiori, ma era l’economia quella con cui si cambia il mondo, pensai. A rifletterci penso sia stata tutta colpa di Marx….

Cosa significa, per lei, insegnare e fare ricerca?
Una volta un collega più anziano, che stimo molto, mi disse “noi facciamo il mestiere più bello del mondo: ci chiedono di parlare con le persone, capire problemi, creare idee, decidendo autonomamente cosa esplorare. Pochi altri lavori ti danno questa libertà per fare cose altrettanto interessanti incontrando persone cui puoi essere utile”. Non si può capire il senso del fare ricerca e insegnamento senza immaginarlo in un contesto sociale attivo: la comunità scientifica non è altro che un gruppo di persone in costante dialogo tra loro e con il resto della società per cercare soluzioni a problemi collettivi. O almeno è ciò cui dovrebbe tendere, penso…

Last update: 01/12/2021