Primi piani

Gianluca Briguglia
Storia delle dottrine politiche

Ci parli di lei: da dove proviene, cosa insegna a Ca’ Foscari, quali sono i suoi interessi e i suoi ambiti di Ricerca
Mi chiamo Gianluca Briguglia, insegno Storia delle dottrine politiche, ma di fatto sono un medievista. Mi sono concentrato sul pensiero politico medievale e in parte rinascimentale, e sulla vasta gamma delle sue relazioni costitutive con la filosofia, la teologia, l’ecclesiologia, la letteratura, anche se mi sono concesso sortite in altre epoche e temi. In particolare, ho lavorato su autori come Marsilio da Padova, Egidio Romano, Giovanni di Parigi, Brunetto Latini, sui vastissimi dibattiti relativi al peccato originale, nelle loro conseguenze nel pensare la politica, sulle teologie politiche tra XIII e XIV secolo, sulle metafore nel pensiero politico, ma anche sull’impatto delle lingue volgari nella filosofia politica medievale. Ho scritto molti libri specialistici su questi temi, ma alcune delle mie acquisizioni più generali e introduttive su quest’ambito sono forse più accessibili nel mio volume Il pensiero politico medievale, Einaudi 2018.

Qual è stato il suo percorso accademico?
Ho conseguito laurea e dottorato in Filosofia alla Statale di Milano (e un master in Economia e gestione aziendale alla Bocconi, il CEGA, che mi ha aperto un mondo anche intellettualmente interessante). Come molti giovani studiosi della mia generazione (giovani vent’anni fa, s’intende), mi resi conto presto che gli spazi in Italia rischiavano di essere molto ridotti. Dopo una borsa di ricerca alla Fondazione Firpo di Torino, ho allora deciso di ampliare il mio percorso, istituzionale e di ricerca, a livello europeo. Ho avuto un bellissimo fellowship della Fondazione Humboldt (un’istituzione che dovremmo copiare anche in Italia!) e ho lavorato due anni all’Università di Monaco (LMU); poi sono stato a Parigi per tre anni, all’EHESS, con una Marie Curie dell’Unione Europea (e sono molto felice che Ca’ Foscari punti così tanto sui progetti europei, che sono una delle azioni migliori dell’UE). L’esperienza a Parigi fu una svolta reale della mia carriera, anche perché è forse la città più indicata al mondo per il genere di studi e ricerche che svolgo. In quegli anni ottenni anche l’Habilitation à diriger des recherches, presso l’Università della Sorbona, che apre alle posizioni più alte della ricerca (è un dispositivo particolare, di cui qui non c’è spazio per parlare, ma per chi fosse interessato esiste google…). Successivamente sono stato a Vienna, due anni all’università, e un anno all’Accademia Austriaca delle Scienze. Ho poi avuto un posto di professore associato (MC) all’Università di Strasburgo, dove sono anche stato direttore del Dipartimento di Filosofia, un’esperienza molto interessante. Quando mi sono reso conto che era giunto il momento di lavorare anche in Italia, Ca’ Foscari e il DFBC mi hanno accolto davvero a braccia aperte. E sono stato stupito di trovare un ambiente così aperto, dinamico e nel quale si può lavorare bene.

Quali sono i suoi punti di riferimento professionali?
Non ho avuto veri punti di riferimento. E sono peraltro refrattario all’idea di “maestro”, che nel mondo accademico, non solo italiano, è termine portatore di terribili ambiguità ed equivoci. Tuttavia il mio percorso internazionale (ma anche italiano) mi ha portato a conoscere persone eccezionali nei vari paesi e istituzioni in cui ho lavorato e che mi sono state, in momenti e fasi diverse, e ancora lo sono, di grande ispirazione. A tutte queste persone, intellettuali, ricercatori e ricercatrici, amici e amiche di questa professione, sono grato, sia dal punto di vista intellettuale, che da quello personale e, direi, anche per le emozioni che hanno saputo suscitarmi in questo percorso. Poi ci sono quelli che non ho conosciuto, naturalmente, e che pure con i loro scritti sono riferimenti costanti. Apprezzo molto chi oggi scrive bene, come si faceva per esempio negli anni ’60. Diffido un po’ di chi non arriva mai al punto e si scherma con birignao accademici e stilemi ereditati da chissà chi; o forse semplicemente mi annoiano.

Le soddisfazioni professionali più grandi?
Ne voglio dire una non banale, perché può aiutare qualcuno. Fu per me una soddisfazione importante la partecipazione a un concorso, perso, una quindicina di anni fa. A un certo punto del mio percorso capii che volevo lavorare in Francia, anche se non ci avevo ancora messo piede (se non, marginalmente, nel quadro del mio dottorato milanese), ma la Francia ha un sistema molto particolare, non facile da capire, con una competizione davvero alta. Io peraltro avevo un francese un po’ arrangiato, ed ero completamente solo. Non avevo appoggi di scuola o riferimenti concreti, o semplicemente chi potesse consigliarmi. Mi candidai a un posto del CNRS, quando già lavoravo in Germania. Persi. Ma avevo seguito un mio progetto, avevo tutto sommato fatto una bella figura, avevo anche capito le domande (non ero certo di riuscirci) e mi sembrava di aver cominciato ad intuire qualcosa di quel sistema e di quella cultura istituzionale. Potevo farcela. E diventai professore in Francia anni dopo. 

Cosa dice ai giovani che si avvicinano alla ricerca oggi?
Il mondo è pieno di belle cose, di ambienti dinamici (cosa che l’università non è), di mestieri importanti che cambiano il mondo, di progetti e professioni coinvolgenti. Certamente anche l’università è un bel posto – anche se all’inizio può essere estremamente inospitale -, ma se vi avvicinate alla ricerca accademica per il feticcio del professore, perché pensato che lo studio sia la vostra unica zona di conforto, perché pensate di stare attaccati alle gonnelle di qualcuno in attesa che qualcosa succeda, risponderei come Bartleby lo scrivano: “Preferirei di no”. Altrimenti cercate di ragionare in uno schema più ampio, andate qualche anno all’estero (non è vero che bisogna essere ricchi per farlo, bisogna vincere i concorsi), guardate come fanno negli altri paesi, divertitevi, aprite i progetti ma sappiate anche chiuderli.

Last update: 16/05/2022