Primi piani

Isabella Adinolfi
Filosofia morale

Ci parli di lei: cosa insegna a Ca’ Foscari, ha sempre pensato che quella intrapresa fosse la sua strada, quali sono i suoi ambiti di ricerca?
Sono Isabella Adinolfi e insegno Filosofia della storia, Antropologia, Storia del pensiero etico-religioso e Storia della filosofia morale a Ca’ Foscari.

La professione che ho intrapreso corrisponde da sempre alla mia vocazione. Non avrei potuto fare che un mestiere, quello che ho scelto e faccio.
Fin da bambina, infatti, ammiravo tutto quel che è bello, che all’inizio solo confusamente percepivo come sinonimo di buono e vero. Che si trattasse di un racconto o di un dipinto, il rigore e la grazia che avvertivo nell’accostamento dei colori o delle parole, nella precisione del disegno o nell’esattezza di una riflessione o nell’ingegnosità di una trama, attiravano la mia attenzione, suscitando in me il desiderio di comprendere e far mia quella bellezza.
Divenuta adulta, ho cercato di dare consapevolezza e forma a questa passione nello studio, nella scrittura e nell’insegnamento, concentrandomi su autori che privilegiano il rapporto tra esperienza estetica, etica e religiosa, le cui opere si situano al confine tra filosofia e letteratura.

Quali sono state le soddisfazioni professionali più grandi?
Nel mio percorso professionale tre sono le soddisfazioni che ricordo con più gioia.
Quando nel 2012 Umberto Galimberti andò in pensione propose che fossi io a tenere l’insegnamento di Filosofia della storia che per tanti anni aveva ricoperto. Ho sempre sentito questa eredità come un onere ma anche come un onore, un attestato di apprezzamento da parte di un intellettuale, un maestro, che ho molto stimato e stimo.
Un’altra grande soddisfazione è stata la direzione della rivista ufficiale della Società Italiana per gli Studi Kierkegaardiani.
L’ultima e più recente gratificazione l’ho provata nel leggere i giudizi grazie ai quali ho conseguito l’idoneità al ruolo di professore ordinario, che mi riconoscono finezza interpretativa, chiarezza, rigore e originalità della scrittura e rilevante qualità dei risultati conseguiti.

Qual è l’aspetto che più la appassiona del suo lavoro?
La scrittura e l’insegnamento mi appassionano molto.
Ogni passione è, però, a un tempo fonte di gioia e di tormento. Di tormento, perché non è facile da realizzare come si vorrebbe far credere. Spesso, quando rileggo a “testa raffreddata” quel che scrivo o riascolto una lezione registrata, provo una profonda insoddisfazione.
Di gioia, invece, ogni qual volta mi accorgo che sono riuscita a rendere con parole esatte in un discorso o in una pagina ben strutturata quel frammento di verità che le ha ispirate, così che esse possano fornire, come osservava Simone Weil, una guida o un supporto a ogni studente che, seguendo le lezioni o leggendo i saggi, sia desideroso di ritrovarla.
Quando questa “traduzione” mi riesce, avverto che, malgrado tutti i miei limiti, mi realizzo nel mestiere che ho scelto per passione.

Cosa significa, per lei, insegnare e fare ricerca?
Insegnare significa per me non soltanto informare, ma coinvolgere anche esistenzialmente gli studenti che ascoltano le mie lezioni, cioè, rivolgermi non solo alla loro dimensione intellettuale, ma anche alla loro immaginazione e intelligenza emotiva. Chiunque miri alla formazione si assume una responsabilità, perché attraverso il suo insegnamento può incidere sul modo con cui un altro legge le proprie esperienze, mutare il suo rapporto con il mondo e dunque la sua vita.
Del resto, insegnare in modo diverso gli autori che ho scelto, Kierkegaard, Pascal, Weil, Hillesum, Tosltoj, Dostoevskij, significherebbe tradirli.

Last update: 05/12/2022