Primi piani

Ci parli di lei: da dove proviene, cosa insegna a Ca’ Foscari, quali sono i suoi interessi e i suoi ambiti di Ricerca. 
Mi chiamo Pietro Conte, sono nato e cresciuto a Milano e insegno Estetica a Ca’ Foscari. Le mie ricerche riguardano le nozioni di iperrealismo, illusione e immersività. Attualmente lavoro sui modi in cui la realtà virtuale e l’intelligenza artificiale stanno modificando radicalmente il concetto tradizionale di immagine.

Qual è stato il suo percorso accademico?
Dopo essermi laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Milano con una tesi sul concetto di simbolo nel contesto culturale del cosiddetto Romanticismo di Heidelberg, ho conseguito il Dottorato all’Università degli Studi di Siena con un lavoro sulla figura di Johann Jakob Bachofen. Dopo due anni trascorsi presso l’Università di Basilea grazie a una borsa di perfezionamento, ho ottenuto un assegno di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano. Gli studi bachofeniani mi avevano portato a interessarmi di simbolismo funerario e tanatologia; mi interessavano, in particolare, le maschere funebri in cera e la questione del calco, dell’impronta, della massima aderenza al modello. Da qui la passione per il tema dell’iperrealismo e dell’indistinguibilità tra immagine e referente. Dopo gli anni da assegnista ho ottenuto una posizione da ricercatore all’Università di Lisbona, dove ho lavorato dal 2015 alla fine del 2018, quando sono risultato vincitore del concorso che mi ha portato a Venezia.

Cosa dice ai giovani che si avvicinano alla ricerca oggi?
Capita che i laureandi mi chiedano informazioni sul significato della ricerca e sulle possibilità che si aprono a chi intenda proseguire il proprio percorso accademico. E bisogna essere onesti, sin da subito: in ambito umanistico, e filosofico in particolare, il percorso che può infine condurre a lasciarsi il precariato alle spalle è tendenzialmente lungo e costellato di ostacoli di varia natura. È un mondo difficile insomma, e sono convinto che questo vada detto con la massima chiarezza a chi inizia a pensare a cosa farà “da grande” e prova a immaginarsi ricercatore e docente. Anche perché da questo discende in maniera del tutto consequenziale un secondo aspetto di cui parlo con chi manifesta interesse per la carriera accademica, e cioè che c’è una sola condizione sine qua non per poter anche solo sperare di farcela: una passione smodata, e per certi versi insana, per lo studio, la lettura, l’indagine, l’approfondimento di questioni culturali e umane che – non so come dire – “ci chiamano”, ci attraggono, ci fanno stare svegli. E che magari domani, magari anche grazie al nostro lavoro, chiameranno, attrarranno e faranno stare svegli altri. Avere la capacità (e la fortuna) di saper parlare a questi “altri”, di lasciare un segno nella loro vita e di passare loro, strada facendo, il testimone: è questa, credo, la vera utilità dell’“intellettuale”.

Last update: 16/05/2022