Primi piani

Giuseppe Barbieri
Storia dell'arte moderna

Ci parli di lei: da dove proviene, cosa insegna a Ca’ Foscari, quali sono i suoi interessi e i suoi ambiti di Ricerca
Mi chiamo Giuseppe Barbieri e prima di arrivare a Ca’ Foscari (alla fine del 2003) ho insegnato a lungo all’Università di Udine. Negli ultimi anni invece insegno poco, per la verità, perché sono stato eletto due volte al ruolo di direttore di dipartimento, un incarico che non lascia molto tempo per la didattica. Insegno Metodi approcci e strumenti per la Storia dell’arte, un corso che coincide abbastanza puntualmente con i miei interessi di ricerca: teorie dell’arte, metodologie di approccio e strategie di fruizione dell’opera, anche con moderne tecnologie. Senza rinnegare i saperi consolidati, ma aggiornandoli, anno dopo anno. Da qualche anno dedico una parte rilevante del mio impegno all’arte russa, soprattutto contemporanea.

Qual è stato il suo percorso accademico?
Insolito. All’università (Padova) ho studiato Storia (moderna, soprattutto), non Storia dell’arte (che ho studiato dopo, per conto mio, leggendo, studiando, scrivendo, vedendo e rivedendo, come avrebbe detto Adolfo Venturi, visitando e confrontandomi con maestri e colleghi). Insomma, il destino ha cambiato strada, prospettive, approdi. Poi ho fatto un dottorato (con qualche problema finale) in Storia dell’architettura (IUAV) e di seguito una serie di concorsi, alcuni persi e alcuni vinti, per fortuna. Da 16 anni sono professore ordinario di Storia dell’arte moderna: fra poco concludo, anche se la voglia di fare ricerca non va in pensione…

Quali sono i suoi punti di riferimento professionali?
Sarebbe meglio dire culturali, scientifici. Sono stati tanti, diversi e molti di essi esterni a un orizzonte troppo rigidamente disciplinare. Ho avuto la fortuna di incontrare e di essere amico di scrittori (come Luigi Meneghello o Tzvetan Todorov), filosofi (Gargani, Veca), studiosi di letteratura (Ossola, Starobinski), semiotici (Fabbri, Calabrese, Geninasca, Lozano), artisti italiani, americani e russi (elenco troppo lungo), ma anche storici dell’arte, per carità (Licht, Stoichita, de Barañano, Calatrava, Markova, Bowlt, escludendo gli italiani), direttori di musei (più direttrici che direttori). Se devo dare un particolare rilievo a qualcuno, faccio due nomi: Giuseppe Mazzariol e Lionello Puppi, senza i quali avrei fatto un altro mestiere, e non sarei arrivato a Venezia…

Le soddisfazioni professionali più grandi?
Ho scritto qualche libro che si può leggere ancora, anche a distanza di venti o trent’anni: vuol dire che qualcosa di buono c’era. Ho assicurato a Ca’ Foscari Esposizioni uno standard qualitativo assolutamente confrontabile con quello di musei italiani e stranieri. Credo di avere portato un contributo significativo all’impiego delle ICT nell’ambito della fruizione delle opere d’arte (ancora con molti progetti non realizzati). Ho fondato una casa editrice, con poche risorse e molto sprezzo del pericolo, che per dieci anni ha avuto però una buona riconoscibilità (e mi ha insegnato a fare libri a 360°). Ho favorito la costituzione del Centro Studi sulle Arti della Russia, che dirigo con Silvia Burini e che non ha molti competitor di livello in Europa Occidentale: ne sono orgoglioso. E molti anni prima di un’associazione culturale (Dora Markus) che ha ancora appassionati devoti.

L’ambito di cui si è sempre voluto occupare ma che non ha ancora avuto occasione di esplorare?
Le ragioni della fine del Rinascimento italiano (a partire dal 1540, anno più, anno meno) e del suo riapparire nella storia della cultura ottocentesca: l’idea c’è da quasi vent’anni, o forse anche più, il tempo per svilupparla pienamente mi è sempre mancato. Non è che non me ne sia proprio mai occupato (ci ho scritto in proposito alcuni libri e molti più saggi), ma avrei bisogno di tre o quattro anni per fare un lavoro sensato. La ricerca ha bisogno di passione, ma anche di tempo: cerco di spiegarlo ai miei studenti, qualche volta con successo…

Last update: 16/05/2022