9 steps to dust  
Teatro Ca' Foscari 2022, Asteroide Amor

Giovedì 24 marzo 2022, ore 20.00

anno di produzione 2022
regia, coreografia, costumi, danza Yūko Kaseki
musiche Kazuhisa Uchihashi
light design Theo Vlad, riarrangiato da Yūko Kaseki

In collaborazione con il Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea, Università Ca’ Foscari Venezia.

Crediti: Sigel Eschkol

“Un gatto ha nove vite, poi la cenere.
Il destino della cenere è un nuovo gatto”
(Yūko Kaseki)

"9 steps to dust" prende spunto dalle raffigurazioni dell’arte buddhista Kusōzu, incentrate sui nove stadi di decomposizione del corpo morto, rappresentato per lo più come corpo femminile. Il titolo evoca i nove passi che ci separano dalla cenere, prima di ridurci in polvere. Yūko Kaseki sfida lo sguardo quasi pornografico che viene rivolto nei Kusōzu al corpo in putrefazione delle donne, insieme oggetto di contemplazione e mezzo per raffigurare la fugacità dell’esistenza umana. "9 steps to dust" rende visibili i paradossi che animano il Butō, che oscilla tra vita e morte, eros e thanatos, grottesco e illuminante bellezza. Coniugando il corpo ibrido e metamorfico con una raffinata estetica e una drammaturgia contemporanea, lo spettacolo offre un’originale lettura della trasformazione quantistica che avviene quando i desideri liberati sono compressi nel corpo vuoto.

Attraverso la sua danza, incentrata sul corpo emarginato, la coreografa/danzatrice interroga il divario di genere, la distinzione tra corpi ritenuti abili o diversamente abili e tra mondo animale e umano, che domina la dimensione antropocentrica. Si chiede, inoltre, se è possibile restituire alle donne l’autorità sulla loro vita, sessualità e morte. Lo spettacolo fa parte di una serie iniziata nel 2013 in collaborazione con il compositore e musicista Kazuhisa Uchihashi per indagare la relazione tra corpo e suono e le loro trasformazioni nella performance.

Per saperne di più

Fin dal suo debutto ufficiale, quando HIJIKATA Tatsumi diresse ŌNO Yoshito in “Kinjiki” (Colori Proibiti, 1959), il Butō pone in risalto il corpo metamorfico, il corpo morto, corpi fuorilegge, corpi emarginati e discriminati. Nella prima fase di questa danza devota all’anti-estetica e al grottesco vengono esplorate sulla scena corporealtà legate all’omoerotismo, all’androginia, alla nudità, includendo il travestitismo sui generis di ŌNO Kazuo. La morte e il desiderio sono alla base del Butō di HIJIKATA, che indaga il paradosso dei nostri corpi che tremano tra vita e morte, immobilità e movimento, ponendo queste contraddizioni alle radici della danza stessa. Nel suo teatro non umano, nettamente scisso da ritualità religiose, corpi in trasformazione animano l’inanimato e rendono inanimato l’animato, oscillano tra l’organico e l’inorganico, tra il mondo umano e quello animale, scardinando l’antropocentrismo. Mentre le prime sperimentazioni erano eseguite esclusivamente da artisti maschi, dalla seconda metà degli anni ’60 vengono incluse anche performer donne, la cui presenza si impone a partire dagli anni ’70, quando il Butō entra in un processo di stilizzazione, frammentandosi in molteplici forme eterogenee. In questo decennio si profilano anche connessioni tra il Butō e la tradizione popolare performativa giapponese che affonda le sue radici nello sciamanesimo. Sulla scia del Butō di HIJIKATA viene fondata nel 1972 da performer maschili la troupe Dairakudakan. Nonostante il suo carattere androcentrico, sostanziale è il contributo artistico di performer femminili, come Carlotta IKEDA, YOSHIOKA Yumiko e FURUKAWA Anzu, che si rendono indipendenti stabilendosi in Europa. Dal ’89 FURUKAWA Anzu intraprende i progetti internazionali con base a Tokyo e Berlino della sua compagnia Dance Butter Tokio, di cui fa parte fino al 2000 KASEKI Yūko, che sceglie Berlino come città residenziale.
Nelle performance di KASEKI Yūko, che nel 1995 fonda la compagnia cokaseki, la dimensione queer e politica del Butō, nato come dissenso e protesta, trova una formulazione più chiara e delineata. La sua arte, che si dispiega sul piano internazionale e transculturale, muovendosi tra disparate discipline, dà voce a istanze esplicite inerenti a dibattiti compreso quello sulle politiche identitarie di genere. Attraverso la sua danza, KASEKI coniuga il corpo ibrido e metamorfico, che fluttua tra la dimensione animale e umana, con una raffinata estetica e una drammaturgia contemporanea incentrata sul corpo emarginato, interrogando il divario di genere, e la distinzione tra corpi ritenuti abili o diversamente abili.
Lo spettacolo “9 steps to dust”, KASEKI mette in una prospettiva critica lo sguardo maschile rivolto alle donne e pone la domanda, se è possibile restituire alle donne l’autorità sulla loro vita, sessualità e morte. Infatti, questa performance prende spunto dalle raffigurazioni kusōzu dell’arte buddhista, incentrate sui nove stadi di decomposizione del corpo morto, rappresentato per lo più dal corpo femminile, insieme oggetto di contemplazione e mezzo per raffigurare la fugacità dell’esistenza. Allo stesso tempo, la danzatrice si riallaccia a figure femminili dello sciamanesimo, tra cui le itako, per ricollocare la posizione delle donne all’interno del sistema sociale.
“9 steps to dust”, ovvero i nove passi che ci separano dalla cenere, prima di ridurci in polvere, fa parte di una serie iniziata nel 2013 in collaborazione con il musicista UCHIHASHI Kazuhisa per indagare la relazione tra corpo e suono e le loro trasformazioni nella performance. Questo spettacolo intriso di ironia, umorismo e raffinate provocazioni, rende visibili i paradossi che animano il Butō in un intreccio tra eros e thanatos, grottesco e illuminante bellezza.

Nella regione del Tōhoku, parte settentrionale della principale isola giapponese, è possibile incontrare donne specialiste nel contatto con le divinità e, soprattutto, con gli spiriti dei defunti. A seconda della specifica zona di attività assumono diversi nomi; fra questi il più noto è itako. La particolarità delle itako risiede nel fatto che non assumono questo ruolo in seguito a un malessere inspiegabile o a causa della chiamata da parte di una divinità, ma semplicemente perché cieche.
Dopo un periodo di apprendistato presso un’itako anziana e a seguito di un rituale di iniziazione, la nuova itako inizia a offrire due rituali principali: il kamioroshi, invocazione della discesa delle divinità, e il kuchiyose, convocazione degli spiriti dei defunti. È soprattutto quest’ultimo che le viene chiesto più di frequente e che è così associato alla sua figura anche nell’immaginario popolare. Se il kuchiyose viene richiesto ed eseguito in occasione del funerale, il compito dell’itako è quello di tranquillizzare lo spirito del defunto, accompagnandolo nella sua nuova dimensione. Nelle altre occasioni il suo ruolo è quello di ottenere dallo spirito consigli o avvertimenti per coloro che hanno richiesto il rituale.
Sia per il kamioroshi che per il kuchiyose il procedimento utilizzato è lo stesso: l’itako crea un ritmo percuotendo ripetutamente un tamburo; sfrega il rosario fra le mani e recita forme rituali per invitare lo spirito richiesto. Una volta che questo entra in lei, gli dà voce e, alla fine, lo congeda con formule apposite. Tornata in sé, non ricorda nulla di quanto detto. Nel corso del rito la voce della itako non cambia mai: appartiene al suo corpo e non può quindi mutare.
Oltre a questi due rituali di invocazione, all’itako possono esser richiesti anche rituali di guarigione.
A partire dagli anni Cinquanta la figura dell’itako è legata nell’immaginario comune al monte Osore, letteralmente “tetro, spaventoso”, che si trova nella prefettura di Aomori. Si tratta di un vulcano inattivo in cui l’odore di zolfo e gli stagni ribollenti privi di forme di vita rimandano agli immaginari degli inferni buddhisti e che viene così percepito come zona di confine fra il mondo dei vivi e quello di morti. Qui, ogni anno, dal 20 al 24 luglio si celebra un festival buddhista e in questa occasione alcune itako sono a disposizione per officiare kuchiyose e mettere così in contatto i due mondi.
Le itako attualmente attive sono molto poche e il loro numero sembra destinato a continuare a diminuire. Le ragioni sono da ricercare in tre cambiamenti principali: in seguito a una legge del 1948, resa effettiva nel 1956, anche le bambine cieche hanno l’obbligo scolastico e non vengono più affidate alle itako per venir istruite; in secondo luogo, i progressi della ricerca medica hanno ridotto le percentuali d’incidenza di cecità infantile; per ultimo, i miglioramenti dei servizi sociali garantiscono ora ai non vedenti un buon grado di scelta in materia occupazionale.

Yūko Kaseki

Yūko Kaseki è danzatrice, coreografa, regista e insegnante premiata e riconosciuta a livello internazionale e attualmente residente a Berlino. Ha studiato Butō e arti performative alla HBK Braunschweig con Anzu Furukawa, già membro dei Dairakudakan. Dal 1989 al 2000 ha fatto parte della compagnia Dance Butter Tokio und Verwandlungsamt diretta da Anzu Furukawa. Nel 1995 ha fondato con Marc Ates la compagnia di danza cokaseki, che intreccia ricerca performativa, arti visive e musica sperimentale dando vita a performance e improvvisazioni in teatri, gallerie, spazi "site-specific" e film. Ha collaborato a progetti internazionali con artisti di varie discipline tra cui Kazuhisa Uchihashi, Antonis Anissegos, Emilio Gordoa, Audrey Chen, Axel Dörner, Chiharu Shiota, Nikhil Chopra, Arata Mori, Sherwood Chen, Shinichi Iova Koga, Minako Seki, Christine Bonansea e Isak Immanuel. Dopo avere collaborato con la compagnia Theater Thikwa (Berlino), composta da persone con e senza disabilità, ha intrapreso nuove ricerche sulla creatività dei corpi diversamente abili sviluppando progetti con artisti come Roland Walter (Berlino), Sung Kuk Kang (Seul) e Zan-Chen Liao (Taipei). www.cokaseki.com.
 

Last update: 29/11/2022