Chi ha ucciso mio padre 
Teatro Ca' Foscari 2022, Asteroide Amor

Mercoledì 30 marzo 2022, ore 20.00

anno di produzione 2020
di Édouard Louis
traduzione Annalisa Romani 
regia Daria Deflorian e Antonio Tagliarini
adattamento italiano Francesco Alberici, Daria Deflorian, Antonio Tagliarini con la collaborazione di Attilio Scarpellini
luci Giulia Pastore
costumi Metella Raboni
suono Emanuele Pontecorvo
interprete Francesco Alberici
produzione A.D., Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Emilia Romagna Teatro Fondazione, TPE – Teatro Piemonte Europa / Festival delle Colline Torinesi, FOG Triennale Milano Performing Arts

"Chi ha ucciso mio padre" dell’ "enfant prodige" francese Édouard Louis è un libro-pamphlet autobiografico in cui lo scrittore, a distanza di molti anni, ‘reincontra’ il padre vecchio e malato. Un monologo in cui emerge l’enorme, incolmabile lontananza che lui, figlio omosessuale, prova per un genitore proletario, omofobo e razzista, un divario che include il piccolo paese in cui è nato e da cui è fuggito per non essere discriminato. Eppure, in questo ‘dialogo per voce sola’, trova spazio anche la critica feroce a un potere politico che l’autore considera l’unico colpevole della sorte del padre, abbandonato come un ingranaggio arrugginito. A trasformare il libro in spettacolo, grazie alla magistrale interpretazione di Francesco Alberici (Premio Ubu 2021 come migliore attore under 35), sono Daria Deflorian e Antonio Tagliarini: «Scrittore che visibilmente guarda al teatro, Édouard Louis diventa per noi il logico passaggio verso una drammaturgia performativa che guarda sempre di più alla letteratura: abituati a portare in scena le nostre parole e il nostro vissuto, per la prima volta abbiamo scelto di affidarci al testo di un altro con cui condividiamo alcune affinità fondamentali. A cominciare, ovviamente, dalla relazione tra vita e finzione. E per compiere un’altra tappa nella ricerca che da tempo ci accompagna sui legami tra figura e sfondo, tra esperienza singolare ed esperienza collettiva. Scegliendo Francesco Alberici come interprete abbiamo cercato la massima distanza possibile dal mimetismo con la voce che in "Chi ha ucciso mio padre" parla in prima persona».

Per saperne di più

Sin dall'inizio del loro sodalizio, con “Rewind – Omaggio a Café Müller di Pina Bausch” (2008), Daria Deflorian e Antonio Tagliarini propongono un teatro difficilmente incasellabile in una definizione univoca. Un teatro che tessera dopo tessera va a comporre un mosaico estremamente coerente e rigoroso, dove soggettività e autobiografia si mescolano agli spunti più disparati in una dimensione scenica che prescinde da qualsiasi idea di racconto (quanto meno nell'accezione in cui è generalmente inteso). Come nel caso di “Reality”, del 2012, in cui sono evocati i 748 taccuini di Janina Turek, casalinga polacca che annotava qualsiasi cosa le accadesse, da quante volte aveva detto «Buongiorno» ai regali fatti e ricevuti, dai programmi televisivi seguiti agli appuntamenti fissati: la quotidianità registrata in quanto tale, pura e cruda, un reality senza show. O nel  successivo “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni”, la cui elaborazione parte dal suicidio di quattro anziane donne greche nel pieno della terribile crisi economica in cui il loro Paese versava soltanto una quindicina di anni fa. Quest'atto estremo, raccontato da Petros Markaris nel suo “L'esattore”, è come il detonatore di una serie di interrogativi destinati a restare senza risposta. Proprio in quel caso, i due dichiaravano la loro «cruciale impotenza di rappresentare». Come fossero soverchiati dalla realtà, e volessero condividere con il pubblico questo senso di doloroso smarrimento. «Da sempre, nei nostri lavori, siamo attratti da figure marginali, dimesse, da sempre ci descriviamo nelle loro cadute e fallimenti»: in questa frase forse si può leggere la 'diversità' del loro approccio al teatro, che, non a caso, fino a “Chi ha ucciso mio padre” nasce sempre da drammaturgie inedite, 'cucite' dalla coppia Deflorian/Tagliarini sulla propria pelle. Ma tenendo a mente quelle parole non sorprende l'approdo al testo di Édouard Louis, in uno spettacolo che vede il solo interprete, Francesco Alberici, collaborare anche all'adattamento per la scena (come del resto aveva già partecipato alla creazione dei precedenti “Quasi niente e Il cielo non è un fondale)”. La materia trattata dallo scrittore francese si presta quasi naturalmente a portare avanti la «ricerca dei legami tra figura e sfondo» che contraddistingue esplicitamente il gruppo. Il ritratto spietato, ma anche pietoso, che questo figlio costruisce del proprio padre, della sua umanità perdente, dolente e urticante, travalica il dramma del singolo e assume la valenza emblematica di un "pamphlet" in cui vengono fatti nomi e cognomi degli assassini, imperturbabili e impunite icone del potere.

Édouard Louis, nato con il nome di Eddy Belleguele nel 1992 ad Abbeville, nel nord della Francia, è considerato un "enfant prodige" della letteratura francese contemporanea. Il suo esordio risale al 2014, quando pubblica per Seuil il suo primo romanzo, "En finir avec Eddy Bellegueule", tradotto in italiano due volte nel corso di soli due anni, prima come "Il caso Eddy Bellegueule" (Bompiani, 2014, traduzione di Alberto Cristofori) e poi in edizione rivista e corretta con il titolo "Farla finita con Eddy Bellegueule" (Bompiani, 2016, traduzione di Fabrizio Ascari). 

Autobiografico, come tutti i romanzi pubblicati sinora da Louis, questo libro d’esordio è sostanzialmente il resoconto di un’infanzia nella quale la violenza generalizzata – descritta dall’autore anche nei suoi dettagli più crudi – è l’unica certezza. La seconda opera, "Histoire de la violence" del 2016 ("Storia della violenza", Bompiani, 2016, traduzione di Fabrizio Ascari) si concentra invece su un unico evento drammatico, lo stupro subito dall’autore nella notte di Natale del 2012. Un libro che ha fatto discutere molto, in Francia e oltre, soprattutto a causa dell’intrecciarsi tra il romanzo e il processo intentato da Belleguele.

I due romanzi successivi si concentrano, almeno apparentemente, sulle figure del padre e della madre, sebbene sia sempre la figura dell’autore a riflettersi in questi specchi di identità frantumate. Lo spettacolo che va in scena al Teatro Santa Marta, "Chi ha ucciso mio padre", è tratto dall’omonimo romanzo del 2018 (Bompiani, 2019, traduzione di Annalisa Romani, titolo originale: "Qui a tué mon père"), ed è seguito da Lotte e metamorfosi di una donna (La Nave di Teseo, 2021, traduzione di Annalisa Romani, titolo originale: "Combats et métamorphoses d’une femme") e da "Changer : méthode", del 2021, l’unico romanzo ancora non tradotto in italiano, ancora una volta autobiografico.

Di "Qui a tué mon père" e di "Histoire de la violence" esistono anche versioni teatrali, messe in scena dal regista tedesco Thomas Ostermeier, in collaborazione con l’autore stesso e rappresentate in diversi teatri europei, tra cui il Teatro Goldoni nel contesto della Biennale Teatro 2021, con lo stesso Louis in scena, mentre l’audiolibro di "Chi ha ucciso mio padre", in cui l’autore stesso legge il suo testo, è stato premiato nel 2019 dall’Académie Charles Cros. Si tratta solo di due piccoli indizi di quanto le parole di Louis sembrino scritte per essere pronunciate e messe in scena, al punto che gli ultimi due romanzi sembrano anche influenzati direttamente dal contatto col teatro, nella loro struttura, e nel tipo di voce scelta dall’autore, che sembra dialogare direttamente con il lettore. 

Louis è anche traduttore della poetessa canadese Anne Carson. 

Un buio lungo, poi una luce, un suono e un respiro. Una camminata veloce, urgente, al centro di un ambiente vasto, scabro, quasi vuoto. La voce del protagonista annuncia la scena: un padre e un figlio sono a pochi metri di distanza in un grande spazio, forse nevica, solo il figlio parla. Questo l’incipit di “Chi ha ucciso mio padre”, prima versione teatrale italiana dall’omonimo libro di Édouard Louis, diretta da Daria Deflorian e Antonio Tagliarini e interpretata da Francesco Alberici. Il testo, che già nella sua origine letteraria si espone al teatro, è adattato drammaturgicamente nella forma di un ‘dialogo per voce sola’: Deflorian/Tagliarini si affidano per la prima volta alla scrittura di un altro, complice in una ricerca che da tempo indaga le relazioni tra figura e sfondo, intimo e politico, singolare e collettivo.

Non un diario, non una lettera, ma un dialogo per voce sola. Il dispositivo non consente di distribuire i ruoli, del colpevole e dell’innocente, ma fa agire da subito la forza di una doppia violenza: il padre non ha il suo racconto, il figlio non ha la sua risposta. «Anche se quasi si toccano, i due restano assenti uno all’altro». Una traccia crudele che rimbomba già nella prima frase del figlio, una citazione da Ruth Gilmore che intesta la sua e molte storie: «il razzismo è l’esposizione di certe popolazioni a una morte prematura». Due assi, quello della narrazione ad alta voce del diario intimo e autobiografico e quello dell’analisi storica e politica della condizione del margine - al di qua della linea non della razza ma del genere e della classe - che si disorientano dentro una stessa scrittura, che rifiuta la separazione normativa tra discorso pubblico e piano affettivo.

Il passato si svuota dai sacchi di spazzatura che abitano la scena, avanti e indietro negli anni, in una cronologia instabile che confonde ricordi e commenti. Un accumulo di immagini sparpaglia caramelle e rimproveri, sensazioni nascoste di amore e rancori repressi senza perdono: il ritratto del legame tra padre e figlio cerca invano di trovare il suo contorno nelle crepe dell’istituzione maschile.
In mezzo, come uno stacco, il pensiero di uccidere, che conduce a un altrove. Quello del presente, di pochi giorni fa, il figlio cambia interlocutore e prende posto dalla parte del padre, riconoscendo un fronte di resistenza comune. Con voce altissima e feroce, pronuncia un atto d’accusa contro quella politica che decide di esporre i corpi, dei figli e dei padri, alla vita o alla morte: è l’utopia di una riconciliazione, che diventa dialogo possibile e pratica istituente per affetti e per le lotte.
 

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini sono autori, registi e performer. Il primo lavoro nato dalla loro collaborazione è del 2008, "Rewind", omaggio a Cafè Müller di Pina Bausch. Tra il 2010 e il 2011 hanno creato il "Progetto Reality", che ha dato vita all’installazione/performance "czeczy/cose" (2011) e allo spettacolo "Reality" (2012), per il quale Daria Deflorian ha vinto il Premio Ubu 2012 come miglior attrice protagonista. "Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni" ha debuttato l’anno successivo al Romaeuropa Festival e ha vinto il Premio Ubu 2014 come miglior novità italiana. "Il cielo non è un fondale" ha debuttato nel 2016 a Losanna. Nel 2018 hanno presentato due progetti attorno a "Deserto Rosso" di Antonioni: la performance "Scavi" e lo spettacolo "Quasi niente". Nel 2020 va in scena a Modena il loro adattamento di "Chi ha ucciso mio padre" di Édouard Louis e prende l'avvio un nuovo progetto attorno a "Ginger e Fred" di Fellini, che porta nel 2021 alla creazione di "Avremo ancora l'occasione di ballare insieme" e della performance "Sovrimpressioni".

Francesco Alberici

Francesco Alberici (Milano,1988). Terminati gli studi classici, si laurea in Economia alla Bocconi. Si diploma come attore alla scuola Quelli di Grock e lavora in diversi spettacoli della compagnia. Studia tra gli altri con Danio Manfredini e Massimiliano Civica. Nel 2014 fonda con Claudia Marsicano e Daniele Turconi il collettivo Frigoproduzioni con cui realizza "Socialmente" (2014) e "Tropicana" (2017). Con Daria Deflorian e Antonio Tagliarini ha lavorato in "Il cielo non è un fondale" (2016) come attore e collaboratore al progetto, in "Scavi" (2018) come coautore e attore e in "Quasi niente" (2018) come collaboratore alla drammaturgia e aiuto regista.

Édouard Louis

Édouard Louis (1992) è uno scrittore francese. Ha curato il volume "Pierre Bourdieu: L’insoumission en héritage" (PUF, 2013) ed è ideatore e direttore della collana Des Mots della Presses Universitaires de France. Il suo primo romanzo, "Farla finita con Eddy Bellegueule" (2014), è diventato un caso in Francia ed è in corso di pubblicazione in dodici lingue. Scritto su richiesta del regista e attore Stanislas Nordey, "Chi ha ucciso mio padre" (2018) è stato messo in scena dallo stesso Nordey nella primavera 2019.

Last update: 22/06/2022