Dancer of the year  
Teatro Ca' Foscari 2022, Asteroide Amor

Sabato 9 aprile 2022, ore 20.00

anno di produzione 2019
coreografia, interpretazione, costumi, design sonoro Trajal Harrell
drammaturgia Sara Jansen
produzione CauseCélèbre vzw
coproduzione Kunstenfestivaldesarts, Kanal – Centre Pompidou, Impulstanz Festival, Schauspielhaus Bochum, Bit Theatergarasjen, Festival d’Automne à Paris, Lafayette Anticipation, Museum Ludwig, Dampfzentrale Bern e Schauspielhaus Zürich
distribuzione Art Happens

Crediti: Lorenza Daverio

Nel 2018 la rivista Tanz Magazine ha nominato Trajal Harrell “Danzatore dell'anno”. Il premio ha fatto riflettere il coreografo americano, tra i più originali e noti a livello internazionale, che si è chiesto: che valore ha un premio per la danza e che valore ha la danza? E ancora: che sapere produce e che effetto ha un premio come questo sulla stima nei confronti del suo lavoro e sulla propria autostima? Nel corso della sua oramai ventennale carriera, Harrell ha indagato le modalità di trasmissione della danza e della sua storia chiedendosi «cosa sarebbe successo se…» arrivando così a immaginare incontri mai avvenuti tra artisti e tradizioni coreutiche, per rintracciare tecniche e saperi corporei che transitano da maestro ad allievo, e da corpo a corpo, talvolta seguendo percorsi periferici o sotto traccia. È anche in questo modo che la danza sopravvive nel tempo, trasformandosi e adattandosi a nuovi contesti, ma anche resistendo all’oblio e ai meccanismi di censura proprio perché è insieme immateriale e duratura. Harrell, da tempo, sta anche conducendo un’articolata ricerca su come la danza può rappresentare, plasmare e ridiscutere le identità ed essere uno strumento di grande efficacia per agire politicamente nelle nostre società. "Dancer of the year" è un’installazione performativa in cui Harrell offre agli spettatori oggetti personali creando un’atmosfera intima per poi condividere un’originale attivazione della sua memoria corporea. Rivisitando movimenti, gesti e strategie coreografiche dei suoi lavori passati, Harrell ci fa dono della sua danza mostrando come sia intessuta di ricordi e tracce della sua esistenza così come delle tecniche e degli stili che ha incontrato e incorporato nel suo percorso artistico. "Dancer of the year" è insieme un racconto personale e una delle tante possibili narrazioni della storia della danza.

Per saperne di più

In questi primi vent’anni del XXI secolo si sono moltiplicati gli spettacoli che scrivono la storia della danza direttamente sulla scena. Non sono più soltanto gli studiosi a confrontarsi con il passato della danza, ma anche danzatori e coreografi, che interrogano le loro pratiche mentre le presentano al pubblico e le trasmettono ad altri danzatori. Si sono moltiplicati i formati tramite cui gli artisti stanno conducendo queste ricerche e che spaziano dalle conferenze spettacolo ai reenactment (ri-messe-in-azione), dalle rivisitazioni di lavori del passato a eventi site specific pensati per i musei e le gallerie d’arte oltre che per spazi teatrali. Alla base di questa sperimentazione è l’esigenza di indagare una o più tradizioni coreutiche, che hanno ereditato dalle/i loro maestre/i o di riportare in vita un pezzo (quando non un intero repertorio) di danza che, per varie ragioni, ha smesso di essere tramandato all’interno di una compagnia o in seno a un teatro.

Per molti danzatori la soluzione per stabilire un rapporto più diretto e fisico con la storia della danza consiste nell’attivazione della memoria del corpo, che considerano come un archivio vivente. E come tutti gli archivi anche il corpo è rivelatore nella misura in cui viene sollecitato, sebbene richieda nuove strategie di ricerca e sensibilità rispetto a un archivio “tradizionale” che custodisce documenti cartacei, video e oggetti. Se l’idea del corpo (danzante) come archivio ha portato a ripensare il ruolo dei danzatori nel conservare, trasmettere e rendere accessibile i saperi storicamente costruiti come inferiori o marginali rispetto al logocentrismo e alla cultura materiale, la memoria (in tutte le sue declinazioni) si sta rivelando uno strumento efficace per stabilire una connessione tra passato, presente e futuro della danza.

Ripercorre le tracce della memoria e raccontare la storia non più basandosi esclusivamente sui documenti materiali sta facendo riaffiorare in superficie danze e tradizioni che sembravano cadute nell’oblio o che sono state censurate. Sta anche aiutando a costruire genealogie di artiste/i più complesse di quelle tramandate dalla storiografia informata da logiche istituzionali, culturali e di potere. La prospettiva eurocentrica da cui è stata scritta la storia della danza (e che è stata però presentata come “universale”) è messa radicalmente in discussione  quando si interrogano altri documenti, si guardano altri corpi e si ascoltano altre voci.

Trajal Harrell sta contribuendo a immaginare il passato della danza come un percorso rizomatico e discontinuo, dove l’emersione dei ricordi (individuali e collettivi) convive con gli effetti dell’oblio e i silenzi prodotti dalla storia. Il suo corpo naviga da un gesto all’altro e da un movimento all’altro per sondare questi anelli mancanti nei processi di trasmissione delle pratiche di danza e per suggerirne di nuovi. La sua solida preparazione teorica unita al suo originale modo di abitare la scena sono una combinazione straordinaria, che ci aiuta (spettatori e studiosi) a riposizionarci di fronte a chi, come lui, ha seguito percorsi non canonici, accostato mondi apparentemente distanti quando non contrastanti, e portato in primo piano i processi di costruzione, rappresentazione e ricezione delle nostre identità in mutevoli. Questo aspetto delle sue creazioni e delle sue performance è tutt’altro che marginale proprio perché la danza forgia i corporeità e le identità, ma fornisce anche gli strumenti per sovvertire le logiche e le strutture di potere che le imbrigliano in una artificiale fissità. Danzare la memoria significa tenere vive opere, poetiche e tradizioni perché possano continuare a trasformarsi domani. Danzare la memoria significa agire politicamente per costruire le società del futuro. 

Il nome di Trajal Harrell è associato a un eclettismo stilistico e tecnico in cui forme di danza fortemente politicizzate come il voguing (con la sua provocatoria sensualità) coesistono insieme alla danza postmoderna (e le sue istanze democratiche e minimaliste) e il Butoh giapponese (con le sue presenze corporee segnate dal trauma e dalla morte). Oltre che al premio “Dancer of the Year” attribuitogli da Tanz Magazine nel 2018, la fama di Harrell è legata alla serie di performance intitolata “Twenty Looks or Paris is Burning at The Judson Church” e a “The Return of La Argentina”. Nel primo caso si è chiesto cosa sarebbe successo se negli anni ‘60 del ‘900 qualche voguer delle Ballroom ad Harlem si fosse recato a Downtown Manhattan per esibirsi insieme ai danzatori postmoderni della Judson Church e viceversa, mentre nel secondo caso si è ispirato al solo “Admiring La Argentina” creato nel 1977 da Tatsumi Hijikata per Kazuo Ohno e dedicato alla danzatrice spagnola Antonia Mercé nota come “La Argentina”.

Fin dagli esordi, infatti, Harrell riflette su questioni divenute cruciali oggi sia per gli artisti che per gli studiosi, ovvero come la danza e il suo patrimonio culturale possano valorizzare le sottoculture escluse dal canone occidentale e come si possa ripensare il passato attraverso il prisma dell’immaginazione artistica.In linea con una generazione di artisti che lavora a cavallo tra spazio teatrale e spazio espositivo (rispettivamente nella versione idealizzata e “neutra” della black box e del white cube), Harrell si muove con fluidità in entrambe le dimensioni per sfidare le convenzioni che le regolano. La massiccia migrazione della danza dai teatri verso i musei in atto da circa un ventennio ha consentito a danzatori e coreografi di trovare nelle sale espositive un luogo accogliente dove sperimentare nuove forme di relazione con i visitatori/spettatori e riflettere sui meccanismi della rappresentazione, della prossimità con il pubblico e dell’illusione. Questo è stato possibile anche grazie al “performative turn” degli spazi museali, che ha comportato una radicale trasformazione del concetto dell'opera visiva come processo performativo e del rapporto con il pubblico, sempre più spesso chiamato a partecipare attivamente alle performance. La proliferazione di generi ibridi come le “mostre di danza” o “mostre coreografiche”, le “situazioni” o le “installazioni performance”, in cui le coordinate spazio-temporali della rappresentazione teatrale e della sala espositiva sono di volta in volta ripensate e riorganizzate in modo originale e spesso provocatorio, è il sintomo più evidente di questo processo in atto.

In "Dancer of the year" il modello della performance e dell’installazione si intrecciano dando vita a un’opera coreografica che è insieme effimera (perché basata sul suo corpo che si muove) e duratura (perché mentre danza Harrell attiva una forma di archiviazione della memoria incorporata e la condivide con il pubblico che a sua volta ne custodisce le tracce).
La semplicità scenica e tecnica dello spettacolo, la mancanza di illuminazione teatrale, la durata stabilita e la frontalità rispetto al pubblico rendono questo pezzo facilmente adattabile sia a spazi teatrali che museali. Tuttavia, quando "Dancer of the year" viene presentato in un museo o in una galleria d’arte, la natura teatrale e scenografica del pezzo diventa essa stessa un sorta di “oggetto”, che il pubblico può vedere durante la sua visita, modulando a piacere la durata della sua sosta e l’attenzione. In questa ampia possibilità di declinazione del pezzo, Harrell pone in evidenza le nozioni di valore materiale e immateriale di un’opera coreografica e della danza. Per la serata al Teatro Ca' Foscari, ha ulteriormente riformulato questo solo, pur mantenendo inalterata la qualità della sua performance, così profondamente intrisa della sua identità queer e dalle numerose tecniche coreutiche che lo hanno plasmato. Il suo corpo si presenta come un “melting pot” e come un mezzo per stabilire (e praticare) collegamenti tra stili e tecniche trasgredendo la narrazione “tradizionale” della storia della danza. In questo modo il vocabolario di movimento che riverbera nello spazio stratifica e rilancia il concetto di opera coreografica e di scrittura della storia della danza (intesa qui anche come coreo-grafia e corpo-grafia) per includere artisti e culture fino a oggi marginalizzati.

Intervista di Thomas F. DeFrantz con Trajal Harrell (2021) nell’ambito di "Mnemedance. Memory in Motion, Re-membering Dance History", progetto SPIN2 diretto da Susanne Franco

Link all'intervista, tenuta il lingua inglese.

Trajal Harrell

Trajal Harrell è danzatore e coreografo attualmente in residenza presso lo Schauspielhaus Zürich. I suoi lavori sono stati presentati in teatri e festival come The Kitchen (New York), Festival d’Automne (Parigi), Panorama Festival (Rio de Janeiro), Performa Biennial (New York) e Festival d’Avignon. Parallelamente, è stato artista in residenza presso musei e gallerie d’arte per cui ha creato mostre ed eventi, tra cui The New Museum (New York), Walker Arts Center (Minneapolis), il MoMA (New York), MoMA PS1 (New York), Fondation Cartier (Parigi), Stedelijk Museum (Amsterdam), Serralves Museum (Porto), Barbican Centre (Londra), ICA Boston e Centre Pompidou (Parigi). Affermatosi in particolare con la serie di pezzi a composizione variabile e intitolata "Twenty Looks or Paris is Burning at the Judson Church" (2009-2017) ha avviato negli anni un’approfondita indagine sulle diverse modalità di trasmissione della danza per riscriverne in scena la storia e sottolinearne il valore di patrimonio culturale ed efficace strumento per (tras)formare le nostre complesse identità. Nel 2018 è stato nominato “Dancer of the year” da Tanz Magazine.

Last update: 09/06/2022