Un viaggio attraverso la ‘notte artica’, con Federico Dallo

Prima un blog, ora un libro - con prefazione di Carlo Barbante - che sarà presentato in anteprima durante il PhD Welcome Day, martedì 14 novembre alle ore 14.30 in Aula Baratto.

Federico Dallo nasce a Feltre nel gennaio 1989. Si laurea in Chimica all'Università degli Studi di Ferrara e successivamente vince una borsa di Dottorato al Dipartimento di Scienze Ambientali dell'Università Ca’ Foscari Venezia per lo studio della diffusione dei composti organici volatili nella neve. Dopo il conseguimento del Dottorato di Ricerca vince una borsa di ricerca al CNR-IDPA di Mestre.
Attualmente la ricerca di Federico è indirizzata principalmente nel Wireless Sensor Networks, Embedded System, Remote Control con lo scopo di sviluppare applicazioni ICT e IoT Open Source per la misura simultanea di parametri chimico-fisici in atmosfera, in particolare nella fragile criosfera, dove si presentano le maggiori difficoltà per monitoraggio e per i modelli numerici di previsione meteorologica e climatica.
Durante il PhD Welcome Day, martedì 14 novembre alle ore 14.30 in Aula Baratto, Dallo presenterà in anteprima il suo libro Nella Notte Artica, pubblicato da Incipit Editore e con la prefazione di Carlo Barbante. «Federico ha saputo rendere con una prosa piacevolissima, delle foto incantevoli e un po’ di ironia – scrive il Prof. Barbante – le emozioni provate durante la sua ‘prima’ missione polare». Abbiamo fatto qualche domanda all’autore, per conoscere meglio il suo lavoro e il suo percorso.


Ci racconta in sintesi il suo percorso accademico?

Il mio percorso di studi non si può definire “lineare”. L’interesse per le materie scientifiche nasce ai tempi del liceo con particolare interesse verso la Chimica, decidendo infatti, dopo il diploma di iscrivermi al corso di laurea in Chimica e Fisica.
Dopo la laurea, ho avuto la possibilità di sostenere un colloquio con il professor Barbante per un dottorato di ricerca in Scienze Ambientali, permettendomi in questo modo di ampliare le mie conoscenze teoriche con ricerche direttamente sul “campo”.
Provenendo da Feltre, zona situata vicino alle montagne, l’idea di poter lavorare in zone montuose o artiche (come accaduto recentemente) incontrava i miei interessi di ricerca, e tale fattore ha contribuito per la scelta del dottorato a Ca’ Foscari.
All’interno del dottorato, appunto, ho potuto lavorare nelle Dolomiti (soprattutto nella zona Col Margherita), dove lavoro tutt’ora. In seguito, durante l’ultimo anno di corso, si è prospettata l’occasione di poter lavorare con un collega e ricercatore del CNR, il Dott. Andrea Spolaor, al progetto ASIHAD (ris-id 6185): una ricerca riguardante i processi post deposizionali sulla superficie della neve presso Ny-alesund (Isole Svalbard).
Quindi la mia passione, verso questa materia, è cresciuta nel tempo, non era un’idea che avevo già in mente fin dall’inizio del mio percorso. Queste cose, secondo me, nascono dall’impegno che infondi in quello fai, come ad esempio la missione a Ny-alesund.

Qual è il focus della sua ricerca?

Durante il dottorato, la mia ricerca si è concentrata sulla diffusione dei composti organici nella neve. In merito a questa ricerca, sono stato contattato dalla Guardia Di Finanza del Passo Rolle, per studiare quali fossero i composti organici rilasciati dalle persone sepolte sotto la neve (markets molecolari), durante una valanga, utili per l’addestramento dei cani da ricerca.
Questo studio si è rilevato molto importante, perché il costo dell’addestramento dei cani da ricerca sono elevatissimi (dal momento che è molto complicato simulare le condizioni di una valanga), quindi trovare un modo e metodo meno oneroso si è rilevato importantissimo. Insieme alla Guardia di Finanza ho lavorato a questo progetto per tre anni, e tutt’ora sto continuando la collaborazione, avendo già fornito tre markers molecolari (derivanti dal sudore) per l’addestramento dei cani da ricerca.
Tale studio, cioè della diffusione dei composti organici nella neve, è continuato (con obiettivi diversi rispetto al precedente studio) anche durante il mio periodo nelle isole Svalbard, ed è anche per questo motivo che sono stato chiamato a collaborare con il Dott. Andrea Spolaor.
Attualmente la mia linea di ricerca unisce tutte le cose che ho studiato in precedenza, concentrandomi nei sistemi di acquisizione dati provenienti da aree remote.

Il viaggio al Polo Nord è diventato prima blog e ora libro. Cosa le è rimasto più impresso di questa esperienza di ricerca sul campo, e cosa leggeremo nel libro?

Intanto con questo libro spero di ispirare qualcuno ad intraprendere questo tipo di attività, che unisce sia gli aspetti teorici di una ricerca scientifica sia gli aspetti più romantici legati all’idea, che spinge molti di noi, ad intraprendere questo percorso nelle scienze ambientali, viaggiando e toccando con mano le diverse tematiche legate a questo mondo, esplorando spazi diversi.
Comunque la cosa che mi è rimasta più impressa di questo viaggio è l’iniziale paura che provavo verso la notte artica. Era il pensiero di vivere per dodici giorni senza luce, una paura che con il passare del tempo è svanita, trasformandosi in una sicurezza, quasi un senso di tranquillità, dovuta alla solitudine del luogo e al rallentamento della routine quotidiana.

Da chi era composto il team di Ricerca? Quante persone facevano parte della spedizione e chi vi ha accolti?

Noi eravamo principalmente in due. Ny-alesund, il luogo in cui abbiamo risieduto, è una città della ricerca, formata da varie stazioni, sia europee che extra – europee (gestite comunque da istituti norvegesi), composta da una comunità fissa di circa trenta persone, che si occupano della gestione logistica delle varie stazioni.
Per quanto riguarda l’accoglienza da parte delle persone presenti a Ny-alesund è stata ottima, si sono rivelate ospitali. Ricordo quando arrivava la sera, durante il pasto, stavamo tutti insieme allo stesso tavolo, nonostante l’ampia capienza della sala.
Io e Andrea abbiamo trovato alloggio nella stazione italiana, con una capienza massima di sette persone contemporaneamente, ma nel nostro caso, eravamo solo in due. Quindi ci siamo ritrovati in una situazione di solitudine, ma paradossalmente non la percepivamo, anzi si è creato un forte senso di appartenenza e fiducia reciproca tra noi. Ad esempio mentre il tuo compagno sta lavorando nella neve, tu devi stare attento che non sbuchi (anche se è un caso molto raro) qualche orso polare!

Quali sono state le cose più complicate da fare, a -30° e con la maggior parte di ore di buio?

La cosa più complicata in assoluto è stata quella di utilizzare bene le mani. Utilizzando un particolare tipo di guanti (moffole), solo il pollice restava libero di muoversi, mentre le altre quattro dita erano racchiuse in un unico scomparto, riducendo in questo modo la capacità di lavorare, soprattutto nell’utilizzo di piccoli strumenti di ricerca oppure semplicemente nel scattare una fotografia. Questo comportava, nelle operazioni di lavoro più difficili, il togliersi questi guanti ma solo per un brevissimo periodo, perché a quelle temperature e con il vento presente in quelle zone, il rischio della perdita del tatto e del congelamento delle dita era elevato.

Dove avete analizzato i campioni prelevati?

I campioni sono stati raccolti nell’area polare, ma nel posto non c’erano gli strumenti idonei per svolgere le nostre ricerche. Quindi abbiamo dovuto aliquotare tutti i campioni, cioè prendere la "grande" quantità di volume del campione disciolto ed immetterlo in una vials molto più piccola da due millilitri. Queste vials poi sono state tutte etichettate, tenute al freddo ed infine inviate al Campus Scientifico in Via Torino dove ci sono tutti gli strumenti di laboratorio.

Al momento su quale progetto di Ricerca sta lavorando?

Al momento mi sto concentrando in particolar modo sull’automazione del sistema di acquisizione dati di un osservatorio meteo-climatico nelle Dolomiti bellunesi, dove vengono misurati parametri chimici come il mercurio e l’ozono  e meteo-climatici come la direzione e la velocità del vento, temperatura e umidità, pressione, ecc. (i classici parametri metereologici). L’osservatorio in esame si trova sul Col Margherita, ed è l’unico osservatorio meteo–climatico presente nelle Alpi orientali. La struttura è di appartenenza del CNR-IDPA, con direttore Carlo Barbante. In questo osservatorio, mi sto occupando del monitoraggio in aree remote, focalizzandomi anche nella sensoristica (insieme ad altri colleghi del CNR), con l’obiettivo di trovare quali sono i sensori ottimali per costruire reti di sensori a basso costo per il monitoraggio ambientale. In pratica: una stazione di monitoraggio ad alta efficienza deve sostenere anche degli alti costi di funzionamento, ma negli ultimi si stanno sviluppando dei sensori e micro – controllori a basso costo, abbastanza affidabili per poter essere utilizzati anche per le misure ambientali, ed è su questo punto che si inserisce la mia ricerca, volta a verificare e validare i risultati conseguiti da questi sensori a basso costo e di poter quindi affiancare alla stazione di monitoraggio ad alta efficienza anche tante piccole “stazioncine” munite di questi sensori.
Anche per l’Artico ho proposto una ricerca basata sulla comparazione dei risultati (misure ambientali) conseguiti tra sensori altamente efficiente e nuovi sensori low – cost.

Progetti per il futuro?

Allacciandomi alla risposta precedente, vorrei in futuro continuare su questi progetti multidisciplinari che spaziano dall'informatica, all'ingegneria elettronica e delle telecomunicazioni, alle scienze ambientali, magari in un team di ricerca.

Cosa consiglierebbe a chi vuole intraprendere il suo stesso percorso di studi?

Intanto credo che per ciascuno di noi non esista un unico percorso, quindi l’unico consiglio che mi sentirei di dare  è impegnarsi a fondo nell'attività che si sta seguendo, perdendo il meno tempo possibile e lavorando con curiosità. È difficile crearsi un percorso lineare, si può iniziare seguendo una determinata strada per poi ritrovarsi davanti ad un bivio e proiettarsi su un percorso nuovo o diverso dal precedente. Quindi è essenziale impegnarsi al 100% in ogni nuova attività, anche se alcune di esse possono sembrare estranee al proprio campo di studi. Spesso, anche se mi verrebbe da dire quasi sempre, la creatività nasce dall’avere avuto esperienze diverse, quindi non focalizzarsi solo su una cosa, ma ampliare sempre le proprie conoscenze e non aver paura di affrontare le novità.
Analizzando la mia esperienza, dieci anni fa non avrei mai pensato di andar fino al Polo Nord!

Intervista a cura di Riccardo Busin

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