Opinioni sul corso e occupazione

Indagine Almalaurea 2025

AlmaLaurea è un Consorzio interuniversitario che ha tra i propri obiettivi principali quello di facilitare e migliorare l’ingresso e la collocazione nel mondo del lavoro nonché quello di agevolare le aziende nella ricerca del personale qualificato. Il Consorzio raccoglie inoltre dai laureati e dalle laureate informazioni sulla loro condizione occupazionale e valutazioni sul percorso di studi svolto.

Valutazione del corso

Leggi come valutano il corso gli studenti e le studentesse che lo frequentano; puoi trovare le loro opinioni sull'attivita' didattica e sulla docenza e sul docente ma anche sui servizi, l'organizzazione del corso, le attrezzature didattiche dell'Ateneo; le valutazioni vengono raccolte in un questionario on line che ciascun iscritto e iscritta compila al termine di ogni insegnamento.

file pdf Questionario didattica del Corso di Laurea Magistrale
I dati all'interno del file riguardano il Corso di studio corrispondente nell'offerta formativa dei precedenti anni accademici.
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Perché Ca' Foscari

Le motivazioni degli immatricolati e delle immatricolate alle lauree triennali e magistrali di Ca' Foscari raccolte in una indagine in cui chi si immatricola spiega i motivi per cui ha scelto l'Ateneo veneziano.

file pdf Questionario immatricolati e immatricolate
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Lo stage valutato dagli studenti e dalle studentesse e dalle aziende

Leggi le opinioni delle aziende e degli studenti e delle studentesse cafoscarini al termine dello stage. Puoi trovare informazioni e consigli interessanti su come affrontare questa esperienza.

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I nostri laureati nel mondo

Tae Cimarosti

Ci sono incontri che sanno trasformarsi in veri snodi di vita, momenti in cui percorsi lineari e prevedibili si aprono a direzioni inattese. Per me, l’incontro con l’antropologia è stato questo — e molto di più.

Era un caldo pomeriggio d’ottobre e l’aula era gremita di studenti. Il corso di Introduzione all’Antropologia era una tappa obbligata del nostro piano di studi in Conservazione e Gestione dei Beni Culturali e molti di noi non avevano idea di cosa fosse l’antropologia, né di cosa aspettarsi dalla lezione. Eppure, quando il professore presentò i principali temi e (s)oggetti di studio della disciplina, vi riconobbi molto della mia esperienza personale: una vita trascorsa tra due culture, italiana e giapponese, e una persistente fascinazione per gli spazi liminali. Proseguii con il corso di Introduzione all’Antropologia (Approfondimenti) e mi accorsi che leggere etnografie, e ancor più dialogare con antropologi e appassionati della materia, mi dava energia ed entusiasmo. Più imparavo, più cresceva il desiderio di capire.

L’iscrizione al corso magistrale ACEL fu quindi una scelta naturale. Qui incontrai docenti e colleghi animati da una passione intensa e contagiosa. Pur provenendo da interessi e percorsi diversi, tutti condividevano — attraverso l’antropologia — un terreno comune, capace di mettere in dialogo prospettive differenti. Con il sostegno di una borsa della Fondazione Benetton, trascorsi sei mesi di ricerca sul campo ad Arahama, nel nord-est del Giappone. Questo piccolo distretto costiero era stato completamente spazzato via dallo tsunami del 2011 e i suoi residenti erano stati rilocati altrove. Dove un tempo sorgevano case e memorie radicate, erano stati costruiti parchi sportivi e ristoranti. La mia ricerca mirava a capire come, dietro all’etichetta di “terra abbandonata” diffusa dalla municipalità, si celassero invece gli sforzi dei residenti per reinventare e mantenere viva la relazione con quella che per loro rimaneva “casa”: nonostante il disastro, l’assenza e la distanza.

Scrivendo la tesi, mi avvicinai al lavoro di un antropologo che aveva affrontato tematiche affini alle mie e decisi che avrei voluto collaborare con lui. Presentai una candidatura con l’obiettivo di ampliare la ricerca sviluppata nel percorso magistrale e ottenni una borsa di dottorato in antropologia alla Princeton University, comprensiva di visto, tasse, stipendio, assicurazione sanitaria e, soprattutto, la possibilità di lavorare con l’antropologo il cui lavoro mi aveva così profondamente influenzata. Il dottorato mi ha permesso di co-insegnare un corso di Antropologia dei disastri a studenti triennali di Princeton e Introduzione alla cultura giapponese contemporanea in collaborazione con la Tokyo University; di presentare la mia ricerca agli incontri annuali dell’American Anthropological Association; di accompagnare studenti e dottorandi in Giappone nell’ambito del Princeton Institute for International and Regional Studies; di condurre ricerca ai National Archives and Records Administration (USA), alla National Diet Library (Giappone) e di realizzare tre ulteriori fieldwork ad Arahama. Attualmente sto portando avanti un lavoro sul campo di almeno tredici mesi, che sarà alla base della mia tesi di dottorato, sostenuto anche da una posizione di visiting researcher presso l’International Research Institute of Disaster Science della Tohoku University.

Da Arahama ripenso oggi a quel pomeriggio d’ottobre, a come ACEL abbia posto le fondamenta del mio percorso, ampliato i miei orizzonti e contribuito a renderli concreti. E a come molti docenti, colleghi e alumni siano diventati amici e antropologi dai quali non ho mai smesso di imparare.

Yosri Razgui

Il mio primo incontro con l’antropologia risale al secondo anno del corso di laurea triennale in lingua giapponese (LICSAAM - Ca’ Foscari, Venezia). Il corso di laurea offriva la possibilità di integrare il curriculum scegliendo tra vari indirizzi, tra cui quello demo-etno-antropologico. Ho subito trovato nell’antropologia culturale una disciplina estremamente illuminante che, oltre a far luce su vari aspetti del comportamento sociale umano, ha rappresentato per me una sorta di cassetta degli attrezzi interpretativa, offrendomi strumenti per comprendere la mia “multiculturalità”. Nato e cresciuto in Italia da genitori tunisini, erano numerosi gli interrogativi identitari che sono emersi nel tempo negoziando tra due realtà culturali molto diverse. L’antropologia culturale mi ha aiutato a definire meglio questi quesiti, fornendomi utilissimi strumenti teorici per affrontarli.

Nel 2015, ho deciso di approfondire la materia iscrivendomi al corso di laurea magistrale ACEL (Antropologia Culturale, Etnologia, Etnolinguistica), convinto che l’antropologia potesse essere il perfetto punto d’incontro tra i miei principali interessi di quegli anni: il calcio e il Giappone. Durante il secondo anno ho potuto trascorrere dieci mesi all’Università di Kobe grazie al programma di mobilità Overseas, esperienza che mi ha anche permesso di svolgere la ricerca sul campo necessaria per la stesura della tesi magistrale. Il progetto proponeva un’analisi comparativa della partita di calcio contemporanea giapponese, indagandone le funzioni rituali e il grado di anti-strutturalità. Durante il fieldwork, durato sei mesi, sono entrato in contatto con il principale gruppo di tifosi del Vissel Kobe (club calcistico professionale), grazie al quale ho potuto svolgere osservazione partecipante e raccogliere dati qualitativi di prima mano. In seguito al fieldwork, ho avuto l’opportunità di partecipare al programma Erasmus e trascorrere nove mesi presso l’Università Lumière Lyon 2, dove ho condotto ulteriori ricerche per la tesi e seguito corsi presso il Dipartimento di Antropologia.

Dopo la laurea magistrale, conseguita nel 2019, grazie all’ottenimento di una borsa di ricerca del Ministero dell’Istruzione giapponese (MEXT), ho avuto accesso al corso di dottorato presso l’Università di Kobe. In quel periodo ho potuto approfondire la mia ricerca sui tifosi del Vissel Kobe, rafforzando al contempo la base teorica e la profondità dell’analisi finale. La ricerca di dottorato ha messo in luce il forte nesso simbolico tra i valori del capitalismo neoliberista e il comportamento rituale dei tifosi di calcio in Giappone, dimostrando come le componenti rituali di un gioco globale come il calcio possano essere simbolizzate in modo diverso a seconda dei valori strutturalmente egemoni del contesto socioculturale di riferimento.

Dopo aver conseguito il titolo di dottore di ricerca (2024), sono stato assunto inizialmente come ricercatore a contratto presso l’Università di Kobe, con l’obiettivo di estendere la mia precedente ricerca ad altre aree geografiche del Giappone, e successivamente come Project Assistant Professor. In questo ruolo ho avuto anche la possibilità di insegnare materie affini all’antropologia culturale (Metodologia della ricerca qualitativa e Studi culturali sul Giappone).

Dal novembre 2025 sono affiliato al Dipartimento di Sport Sciences della Waseda University (Tokyo) come ricercatore post-dottorale finanziato dalla JSPS (Japan Society for the Promotion of Science). Collaboro con un antropologo dello sport a una ricerca che indaga il nesso antropologico tra lo sport contemporaneo e la nozione di sviluppo.

Monia Chies

Dopo la laurea triennale in lingua cinese nel 2006 (LISAO – Ca' Foscari, Venezia) ho lavorato nel commerciale estero per un'azienda. Alla fine del primo anno di apprendistato, la passione per il viaggio e l'Oriente mi ha riportato in Cina dove ho ripreso gli studi linguistici e insegnato italiano per circa un anno. Qui, entrando in contatto con diverse organizzazioni internazionali e cinesi, ho maturato interesse per il settore umanitario e per gli scambi culturali, così ho deciso di iscrivermi al Master di Antropologia (ACEL) a Venezia. 

Nel 2010, durante il mio primo fieldwork partecipavo ad un progetto di volontariato in un orfanotrofio nella zona tibetana di Yushu (provincia del Qinghai) quando, venti giorni dopo il mio arrivo, un terremoto di magnitudo 7.1 ha distrutto l'intera area urbana provocando migliaia di vittime. Questa esperienza allo stesso tempo traumatica e formativa, aggiunta al percorso accademico intrapreso e alla guida dei miei supervisori, ha ri-orientato i miei interessi e le mie prospettive future sfociando in un progetto di ricerca, che è stato supportato da una fondazione tedesca. Con un totale di 21 mesi spesi sul campo, dal 2013-14 sto concludendo il dottorato alla Humboldt Universität di Berlino (Istituto per l'Asia Centrale) dove studio la lingua tibetana e mi occupo di rivitalizzazione culturale post-disastro presso il Gyanak Mani, un noto sito di pellegrinaggio buddista tibetano di Yushu. 

Se da un lato, il “mestiere solitario” dell'antropologo, così come è stato definito dal Prof. Fabietti, è per me uno dei più interessanti incontri con sé stessi e con gli altri, dall'altro lato, trattandosi di un approccio di ricerca profondamente interdisciplinare, porta ad un constante rinnovamento intellettuale e personale. Nel 2019, ho ottenuto una Marie Sklodowska-Curie EU Fellowship con un nuovo progetto che svilupperò sempre nella zona tibetana di Yushu, sede del grande bacino idrografico delle "Tre Sorgenti" (fiume Giallo, Yangtze e Mekong).  Questa volta esplorerò aspetti di idro-socialità, conservazione fluviale e sviluppo eco-turistico unendo lo studio di elementi socio-culturali a quelli più bio-fisici del paesaggio "fluido" del plateau tibetano. Per fare questo, svolgerò un training con esperti di scienze fluviali alla School of Environment dell'università di Auckland (Nuova Zelanda). Successivamente, a Ca' Foscari collaborerò con il Prof. Vallerani e il suo team del Global Network of Water Museums (UNESCO International Hydrological Programme),  esperti in patrimonio delle acque.

Elisa Lanari

Durante il mio primo anno come studentessa di filosofia a Ca’ Foscari, rimasi letteralmente “folgorata” dall’antropologia. Da tempo sapevo che non mi interessava soltanto studiare i fondamenti del pensiero moderno e contemporaneo: volevo capire come le persone vivessero quei principi e quelle contraddizioni nelle loro vite quotidiane. Il programma di antropologia di Ca’ Foscari si rivelò essere il posto ideale per esplorare queste passioni senza per forza abbandonare i miei studi filosofici, ma anzi fornendomi le basi necessarie per reinterpretare in chiave antropologica ogni aspetto della ricerca svolta per la laurea triennale.

Essendo cresciuta in una piccola cittadina di montagna, sono sempre stata affascinata dall’apparente complessità delle metropoli. A differenza di altri dipartimenti di antropologia in Italia, che vantano una tradizione di studi specializzati in determinate aree geografiche, a Ca’Foscari gli studenti vengono incoraggiati ad esplorare anche contesti e tematiche di ricerca meno “tradizionali,” come il Nord America, l’Artico, o l’Europa. Fu questo uno dei motivi che mi spinse a continuare con la laurea magistrale ACEL, e da lì a sviluppare un progetto di ricerca in antropologia urbana incentrato sul caso di un sobborgo privatizzato nella periferia di Atlanta, negli Stati Uniti. A renderlo possibile, tra le altre cose, fu il programma di scambio tra Ca’ Foscari e la Georgia State University dove, nel 2010, trascorsi quattro mesi come visiting student.

Dopo oltre un anno impiegato a cercare lavoro in Italia, vinsi una borsa di dottorato in antropologia alla Northwestern University (comprensiva di visto, tasse universitarie, stipendio, ed assicurazione medica). Ho dunque potuto continuare la mia formazione e specializzarmi nelle tematiche di razza, genere, diseguaglianza sociale, immigrazione, attivismo e “diritto alla città”. Una volta lì, sono riuscita ad ottenere due ulteriori borse di ricerca (dalla National Science Foundation e dalla Fondazione Wenner-Gren) per finanziare altri quindici mesi di ricerca ad Atlanta, su cui si basa la mia attuale tesi di dottorato.  Per quanto impegnativo sia il programma di dottorato statunitense mi sento di dire che la solida preparazione antropologica e interdisciplinare offerta da ACEL—a cavallo tra le scienze sociali e umanistiche, e le lingue straniere – rende i suoi studenti preparati ad intraprendere una carriera universitaria (o un breve periodo di formazione) negli Stati Uniti.   

Andrea Pia

A quindici anni di distanza, ho ancora un bellissimo ricordo della mia prima lezione di antropologia a Ca' Foscari. "I Bororo del Mato Grosso credono di essere arara, ovvero pappagalli rossi. Perché?". Quella domanda ha rappresentato un vero e proprio spartiacque nella mia biografia intellettuale. E dire che all'antropologia ci sono arrivato quasi per sbaglio.

Dopo la laurea triennale in Lingue e Culture dell'Asia Orientale e un periodo di studi a Pechino, sentivo che la curiosità che mi aveva spinto a dedicarmi a una lingua tonale e ideografica, e a viaggiare in luoghi lontani, non si era ancora esaurita. Per la mia tesi magistrale in antropologia, decisi di trascorrere sei mesi in un villaggio rurale nelle montagne a ovest di Pechino.

Quella prima esperienza sul campo, che oggi rivivo con i miei studenti di master a Londra attraverso l'uso di un'etnografia digitale da me ideata, mi ha fatto prendere coscienza del preoccupante processo di degradazione ecologica e delle sue conseguenze sociali, come spopolamento e migrazioni forzate, temi che spesso sentiamo menzionare quando si parla di inquinamento in Cina e di crisi climatica.

Dopo la laurea magistrale, ho svolto un periodo di tirocinio all'Ambasciata di Pechino e ho lavorato come traduttore. Grazie a una borsa di studio, mi sono poi trasferito a Londra dove ho conseguito un master e un dottorato di ricerca alla London School of Economics (LSE), istituto in cui ora insegno e faccio ricerca come Professore Associato in antropologia. Il dottorato mi ha permesso di tornare in Cina per un periodo prolungato e di approfondire gli stessi problemi ambientali che avevo studiato per la tesi a Ca' Foscari.

Il mio lavoro attuale eredita l'attitudine inquisitiva, comparativa e riflessiva che aleggiava a San Trovaso quindici anni fa. Oggi, le domande che mi pongo non riguardano più uomini che si credono pappagalli, ma piuttosto politici o ingegneri cinesi che ritengono di poter salvare il proprio paese da una crisi climatica globale attraverso soluzioni puramente tecniche.

L'antropologia, da Ca' Foscari alla LSE, insegna che solo sfidando la nostra immaginazione attraverso domande e contesti insoliti possiamo affrontare le sfide ambientali, migratorie, energetiche e politiche del nuovo millennio. Come antropologo, oggi scrivo di Cina, stato, società civile e acqua su riviste specialistiche e non, rivolgendomi a un pubblico variegato. Il sito Made in China Journal è uno dei luoghi dove potete approfondire questi temi.

Stefania Renda

Mi sono laureata al corso di laurea ACEL nel febbraio del 2015. Avendo conseguito la laurea triennale in lingua e cultura cinese, quando mi sono ritrovata a scegliere quale argomento trattare nella tesi di laurea magistrale ho deciso di iniziare ad occuparmi di minoranze etniche cinesi, in particolare dei Mosuo del sud-ovest della Cina, e di focalizzarmi sullo sviluppo turistico in quest’ area di ricerca. Come da manuale, sono partita per la mia prima ricerca sul campo, che è durata tre mesi. Non era la prima volta in Cina per me, ma era la prima volta che visitavo un’area rurale cinese e, soprattutto, la prima volta “sul campo”. Per quanto un aspirante antropologo/a possa studiare sui manuali ed immaginare l’agognato ingresso sul campo, non si arriverà mai pronti a quel momento.

Dopo la laurea magistrale, ho subito iniziato a dare alcune lezioni individuali di lingua cinese in un’associazione del territorio Veneziano, e sono tornata in Cina per una breve ricerca indipendente nei villaggi Mosuo per documentare una festa locale. Nel frattempo però, avevo fatto domanda per il Servizio Civile presso il Servizio Immigrazione del Comune di Venezia. Sono stata selezionata e, a novembre dello stesso anno, ho iniziato questa avventura che mi ha permesso di mettere a frutto sia le mie competenze linguistiche, che quelle in campo antropologico. Con una equipe multidisciplinare di antropologi, psicologi, medici e dipendenti del servizio immigrazione del Comune di Venezia, ho collaborato infatti, ad una ricerca sull’allattamento al seno e sulle pratiche neonatali rivolta a donne immigrate provenienti da Cina, Bangladesh, e Paesi dell’Africa occidentale. Attraverso le interviste, abbiamo cercato di comprendere e indagare come, e se, le pratiche di accudimento del bambino cambino all’interno del processo migratorio.

Tuttavia, il desiderio di continuare le ricerche iniziate durante la laurea magistrale non mi aveva abbandonata, così ho deciso di fare domanda per la borsa di studio del Governo cinese al fine di accedere al corso di dottorato in Etnologia presso la Yunnan Minzu University di Kunming. Ho scelto questa università perché il corso di Dottorato è uno dei migliori in Cina, è un’università “indigena” (il 70% degli studenti sono minoranze etniche), e si trova non lontana dalla mia area di ricerca. Sono stata selezionata, e da settembre 2016 ho iniziato questo nuovo percorso con un progetto di ricerca sullo sviluppo turistico dell’area paesaggistica dei villaggi Mosuo del lago Lugu. A Kunming, ho avuto anche la grande opportunità di esporre alcune foto della mia ricerca etnografica, durante una mostra multidisciplinare dedicata all’area di ricerca di cui mi occupo.

Dalla laurea magistrale in poi, ho come l’impressione di non essermi mai fermata veramente, ma sono stata trasportata dal vortice di eventi, occasioni ed esperienze che si sono succedute. Mi piacerebbe continuare a lavorare nel campo della ricerca anche dopo il conseguimento del Dottorato ma, per il momento, coltivando le mie passioni, rimango concentrata sul presente.