Dati e occupabilità, studio cafoscarino evidenzia il ritardo italiano

L’Italia investe poco in servizi per l’impiego, e quel poco che investe potrebbe spenderlo meglio grazie, ad esempio, ai sistemi di profilazione, che consentono di sfruttare i dati sui singoli disoccupati per orientare gli interventi, privilegiando chi rischia di rimanere escluso dal mercato del lavoro. In un articolo appena pubblicato da “Economia & Lavoro”, rivista italiana di riferimento per gli studiosi del settore, la cafoscarina Katya De Bortoli confronta i sistemi attivi all'estero e interroga sul tema realtà venete in prima linea nell'incrociare domanda e offerta di lavoro. Gli esperti, conclude la ricerca, gradirebbero un sistema che abbini al filtro dei dati una certa discrezionalità da parte degli operatori dei centri per l’impiego.

Katya De Bortoli lavora proprio in un Centro per l’impiego, a Treviso. Ispirata dall'obiettivo di cercare forme di innovazione nel proprio ambito lavorativo, ha condotto lo studio su occupabilità e sistemi di profilazione per la tesi conclusiva del Master in Pubblica Amministrazione.

Esistono diversi sistemi di profilazione, ma il punto di partenza è lo stesso: le persone in cerca di lavoro sono tra loro molto diverse. L'occupabilità di un giovane ingegnere non è paragonabile a quella di un’ex operaio. Per questo alcuni Paesi hanno sviluppato sistemi di profilazione in grado di orientare gli investimenti delle politiche attive per il lavoro in modo più efficiente: si spende di più per chi rischia l’esclusione dal mercato del lavoro.

Secondo i dati Eurostat, in Italia solo l’1,8% della spesa in politiche per il lavoro è andata a sostegno dei servizi per la ricerca attiva, contro l’11,7 della Francia e il 18,8 della Germania. Paesi, questi, che hanno da tempo messo in campo dati e statistica per orientare meglio gli investimenti a favore delle persone più problematiche in cerca di lavoro.

L’unica esperienza di profilazione a livello italiano è quella d Garanzia Giovani, riservata però agli under-30 NEET (non al lavoro né occupati in formazione o tirocinio).

«Individuare le fasce deboli è cruciale per investire in modo efficiente – commenta Stefano Campostrini, professore di Statistica sociale al Dipartimento di Economia di Ca’ Foscari, docente del Master e co-autore dell’articolo –. In Italia si è investito poco in servizi per l’occupabilità, ma proprio in questa fase di uscita dalla crisi sarebbe opportuno che il governo investisse di più sulle politiche attive e sui servizi, migliorandone l’efficienza anche dotandosi di strumenti come i sistemi di profilazione».

 

Enrico Costa

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