L'eclettismo artistico di Laurie Anderson a Ca'Foscari

Laure Anderson, performance artist e musicista statunitense, o per sua stessa definizione, "una narratrice di storie", ha presentato a Ca' Foscari il suo libro All the Things I Lost in the Flood: Essays on Pictures, Language, and Code - Rizzoli Electa 2018. Un’opera autobiografica in cui sono racchiusi quarant'anni della sua carriera straordinaria ed eclettica di musicista, compositrice, designer di software e regista (nel 2017 ha vinto un premio con La camera insabbiata nella sezione realtà virtuale della Mostra del Cinema della Biennale di Venezia).

L’ incontro inaugura la collaborazione di Laurie Anderson con il Center for the Humanities and Social Change dell'Università Ca' Foscari Venezia, che promuove progetti di ricerca sul pluralismo culturale e presta particolare attenzione ai temi del cambiamento climatico e ai suoi rapporti con arte e cultura. E' stato introdotto dal Professor Flavio Gregori, Prorettore alle Attività e rapporti culturali di Ateneo, ed  ha visto l’artista in conversazione con Shaul Bassi, direttore del Center for the Humanities and Social Change, ed Enrico Bettinello, critico musicale e promotore culturale veneziano.

All the Things I Lost in the Flood prende le mosse dalla devastazione degli oggetti di una vita causata dall'urgano Sandy, e riunisce tramite testi, immagini, frammenti poeticamente contrapposti e brevi testi il quadro variegato e sorprendente di una vita intera dedicata al lavoro creativo.

Proprio l'eclettismo dell'artista ha favorito la collaborazione con il  Ca’ Foscari Center for Humanities and Social Change. Il Centro mira ad avere un impatto concreto nella società, attraverso lo studio e la ricerca negli ambiti umanistici, concentrandosi in particolare sui temi del cambiamento climatico e del rapporto tra arte e cultura. Fin dalla sua fondazione era quindi prevista la collaborazione con artisti come Laurie Anderson, capaci di toccare nel profondo l’animo umano attraverso un’eccezionale sensibilità e creatività artistica.

Durante l’intervista la Anderson ha toccato molti temi, come quello dell’ispirazione e del fascino che certi lavori suscitano in noi; citando “The Rime of the Ancient Mariner”, una delle più famose poesie del celebre poeta inglese S. T. Coleridge, è sorta spontanea la domanda “Come riesce un testo a catturarci?”. Secondo l’autrice è proprio quando le opere sono così vicine ad un artista, quando suscitano emozioni così profonde, che è più difficile lavorarci sopra, e rielaborarle in un’opera propria: “in questi casi si è spesso troppo vicini, troppo coinvolti; ma non bisogna mai scoraggiarsi davanti ai fallimenti: se qualcosa non ha funzionato bisogna chiedersi perché, e continuare in questa direzione una nuova ricerca”.

Data la natura autobiografica della sua nuova opera letteraria, durante la conversazione sono state ricordate numerose opere dell’artista: come “Duets on Ice”, una delle sue prime  performances, eseguita anche in Italia nel 1974; in quell’occasione, a Genova, Laurie Anderson suonò il suo violino in duetto con del materiale pre-registrato, indossando dei pattini incastonati in blocchi di ghiaccio e non fermandosi fino a che questi non si fossero completamente sciolti.

Inoltre, partendo da una domanda sulla migrazione e sulla crisi che l’Europa sta vivendo rispetto a questo fenomeno, Laurie Anderson si è soffermata su “Habeas Corpus”, una performance realizzata nel 2015 che l’ha vista collaborare con un ex-detenuto del carcere di Guantanamo, Mohammed el Gharani;  
già in precedenza l’artista aveva lavorato con detenuti, esplorando il rapporto tra la prigione, il corpo, e la propria immagine; tramite l’associazione umanitaria Reprieve è quindi entrata in contatto con Mohammed, che all’epoca della sua incarcerazione aveva solo sedici anni.
Poiché Mohammed non può in alcun modo rientrare negli Stati Uniti dopo la sua scarcerazione, durante la performance la sua immagine è stata proiettata in streaming, dall’Africa a New York, su un grande trono bianco; e così, accompagnato da effetti di luce e sonoro, ha raccontato al pubblico i suoi ricordi del periodo passato in carcere, dove ha trascorso quasi 8 anni di torture, per poi essere liberato per mancanza di prove. La performance ovviamente racchiude un significato politico, con l’intento di portare a nudo la crudeltà di uno Stato che nega i più fondamentali diritti di un essere umano, e lo trasforma in una non-persona.

Laurie Anderson ha raccontato che le reazioni del pubblico sono state molto diverse, ma spesso profonde e viscerali: moltissime persone hanno sentito l’impulso di chiedere scusa a Mohammed, mimando con le labbra il suono delle parole “I’m sorry”.

Queste parole sulla dignità umana hanno chiuso la conferenza, dimostrando che l’arte, in tutte le sue forme, è sempre strettamente legata ad i più attuali fenomeni politici e sociali, e che ci può fornire nuovi mezzi per analizzare ed affrontare anche problemi più complessi del nostro tempo.

LOCANDINA

Foto © Ebru Yildiz

A cura di Teresa Trallori