Primi piani

Bonaventura Ruperti
Lingue e letterature del giappone e della corea

Che cosa insegna a Ca’ Foscari? Quali sono i Suoi principali interessi di ricerca? Qual è stato il suo percorso accademico?
Dal 1992 insegno lingua giapponese, di cui coordino la didattica con la preziosa e irrinunciabile collaborazione delle CEL e dei colleghi che si sono aggiunti nel tempo.
Tengo/ho tenuto anche i corsi di "Storia del teatro giapponese" e "Arte, architettura e spettacolo del Giappone" ed è proprio il mondo delle arti dello spettacolo del Giappone il mio campo di ricerca prediletto.
Mi sono formato a Ca' Foscari con Adriana Boscaro e Paola Cagnoni e sono stato in Giappone con borsa di studio del Monbushō alla Waseda di Tokyo, università di prestigio, famosa anche per una grande tradizione di studi in ambito teatrale e per il Museo del Teatro. Qui ho seguito corsi del M.A. e condotto ricerche sul teatro dei burattini (ningyō jōruri) e sul kabuki, con due grandi specialisti, la prof.ssa Uchiyama Mikiko e il prof. Torigoe Bunzō. Al rientro in Italia, sono entrato nel Dottorato in Orientalistica del nostro Ateneo con l'Orientale di Napoli e mi sono orientato su Izumi Kyōka (1873-1939), originale scrittore di romanzi e teatro di epoca moderna, che è divenuto un altro territorio di ricerca. In seguito, da ricercatore universitario sono tornato in Waseda per sette mesi come fellow della Japan Foundation nel 1994-5, tornando all'ambito dei teatri tradizionali (le citazioni dal teatro nō nei drammi per il teatro dei burattini di Chikamatsu Monzaemon (1653-1724)). Ed è all'universo del teatro giapponese su cui in prevalenza continuo a concentrarmi, in particolare sui generi della tradizione (nō, kyōgen, teatro dei burattini, kabuki) ma anche sul teatro moderno e contemporaneo. Nel 2004-5 sono stato un anno come visiting professor al National Institute of Japanese Literature di Tokyo. Nel 2015-16, per un anno, presso il Nichibunken (International Research Center for Japanese Studies) di Kyoto, sono stato coordinatore di un progetto di ricerca da me proposto, The Body in the Japanese Performing Arts - Death and Life, puppet and artificial bodies, con 23 specialisti giapponesi di vari generi di arti dello spettacolo; in questo gruppo di ricerca, oltre al coordinamento generale, mi sono occupato del tema del corpo nel contesto in particolare della danza giapponese tradizionale.
Procedendo su questo terreno ho tanti progetti in cantiere che spero via via di riuscire a trovare il tempo di condurre in porto.

Che cosa L’ha portata a intraprendere la strada della ricerca? Che cosa L’appassiona di più del suo ambito di studi? 
Sin da piccolo ero stato appassionato di musica e arti dello spettacolo, teatro musicale, opera e danza, ma anche del Giappone e quando, dopo studi classici, ho scelto le lingue orientali (e Ca' Foscari), decisivo è stato poi l'incontro con Paola Cagnoni, che aveva una vulcanica passione per il teatro, e in particolare il teatro nō.
Per la tesi mi sono indirizzato in particolare verso il teatro dei burattini in seguito alla visione di un film documentario di un dramma di Chikamatsu Monzaemon al festival del Cinema di Venezia, quando ero studente, e poi, recandomi in Giappone nel 1981, con un viaggio premio offerto dalla Japan Foundation a 1 studente in rappresentanza di ciascun paese, rimasi incantato dagli spettacoli, anche di kabuki, visti a Tokyo e Kyoto... e da lì il cammino ha avuto ulteriore impulso.
Il Giappone ha una tradizione e ricchezza nelle arti dello spettacolo che forse solo l'Italia può vantare. Sono forme di spettacolo che hanno sempre rivestito un ruolo di grande rilevanza e prestigio nella vita sociale e culturale del paese. Sono forme di spettacolo e tradizioni di "teatro totale" in cui poesia, canto, musica, gesto e danza concorrono in maniera paritaria in un insieme spesso dissimile a seconda dei generi ma sempre in forma estetica di grande fascino, in cui disciplina, perizia, virtuosismo si combinano a raffinatezza, essenzialità, umiltà e rispetto del pubblico, e producono grandi emozioni. Nei generi della tradizione in particolare si evita la "supremazia verbale", la pedante logorrea o la noiosa supponenza che dispiegano talora alcuni spettacoli in Europa o America, non solo dal vivo ma anche al cinema e in televisione, sommergendo o travolgendo gli spettatori.
Particolarmente interessanti sono i teatri della tradizione, ma anche la contemporaneità del Giappone è proiettata sempre all'avanguardia e offre stimoli e squarci di immaginazione assolutamente innovativi, in anticipo rispetto alle correnti prevalenti a livello internazionale.
Oltre allo studio della storia, dei drammi, di linguaggi e materie dell'espressione di ciascun genere, mi appassiona anche l'organizzazione, la presentazione, la traduzione (sovratitolazione) e altro di spettacoli dal vivo in Italia. Gli eventi a cui ho partecipato/collaborato, anche se hanno richiesto molto impegno, mi hanno sempre dato enormi soddisfazioni e credo che anche il pubblico italiano abbia altamente apprezzato.

Che cosa significa, per Lei, insegnare all’università?
Credo che l'insegnamento nelle scuole, a tutti i livelli, sia vitale per qualsiasi paese o società, sia compito preziosissimo di formazione di bimbe/i, ragazze/i e giovani, ma sia un "ruolo" o "mestiere" che in Italia viene troppo poco riconosciuto (sotto tutti gli aspetti). Anche nell'Università, che è prima di tutto ricerca e alta formazione, sotto l'infatuazione di modelli competitivi a mio avviso assai poco pregevoli, vengono esaltati ben altri aspetti del nostro ruolo. Pur avendo forse qualche capacità anche in ambito organizzativo e di coordinamento, non mi sono mai rivolto a compiti esterni "di prestigio", non ho mai presentato domanda per la direzione di istituti di cultura (in Giappone o altrove) né disperso le mie energie in altre cariche più appariscenti, perché penso che l'impegno in didattica e ricerca in Università sia prioritario. Ritengo che il mio ruolo qui sia sufficientemente importante ed è e rimane uno degli aspetti, assieme alla ricerca, che mi dà massima soddisfazione. Per me, l'amore per le discipline di cui mi occupo e il rapporto con gli studenti, nella formazione reciproca - perché tanto imparo e continuo a imparare anche io da loro -,  sono e rimangono i versanti più belli del nostro lavoro.

Lei lavora in un dipartimento che si occupa di mondi extraeuropei: che cosa vuol dire, per Lei, occuparsi di diversità culturale in una realtà globale sempre più interconnessa?
L'incontro con l'altro è determinante nella formazione di ciascuno di noi. Oltre alla conoscenza della storia, che troppo spesso è trascurata, bisogna "vedere il mondo" non solo come turisti, non solo con lo sguardo, ma cercando di comprendere e fare esperienza... che significa lo studio, prima durante e dopo, la visita ma, soprattutto, la vita sul posto.
Questo dovrebbe cambiare completamente le prospettive, la visione del mondo. È un momento formativo imprescindibile, in qualsiasi disciplina ci si formi - che si voglia lavorare in un laboratorio, in scavi archeologici, nella coltivazione in un giardino o in un campo, in un viaggio per mare, in un ufficio export, in fabbrica o in un laboratorio di produzione, in un ristorante o al front di un albergo...
Per il mio campo, il mondo delle arti dello spettacolo del Giappone, è evidente che la visione e l'esperienza dello spettacolo dal vivo è ineludibile. Non si può scrivere o parlare di teatro e spettacolo del Giappone solo con la lettura dei drammi: nei miei studi la lettura dei testi, antichi o moderni, è sempre accompagnata dalla visione degli spettacoli, delle messe in scena, visione che ho cercato di accumulare negli anni con le visite e i soggiorni, ripetuti ogni anno, in Giappone.

Last update: 05/12/2022