Primi piani

Che cosa insegna a Ca’ Foscari? Quali sono i Suoi principali interessi di ricerca? Qual è stato il suo percorso accademico?
Insegno Lingua e letteratura ebraica moderna, dopo essermi laureato in lingue proprio qui a Ca’ Foscari e aver poi conseguito un dottorato di ricerca in Storia allo European University Institute di Fiesole. Ho svolto attività di ricerca post-doc all’università di Aix-Marseille, in Francia, e in Israele, per poi tornare a Venezia. Mi occupo soprattutto di storia e memoria degli ebrei dei paesi arabi – in particolare dell’Egitto e del Nord Africa – nell’età contemporanea e di letteratura e società israeliana. 

Che cosa L’ha portata a intraprendere la strada della ricerca? Che cosa L’appassiona di più del suo ambito di studi? 
È stato un percorso abbastanza naturale dopo la laurea, che è dipeso anche da incontri fortunati con docenti che mi hanno fatto capire che la ricerca poteva essere la strada da percorrere. Oltre a questo, i primi viaggi da studente in Tunisia, in Egitto e soprattutto in Israele sono stati un’esperienza importante per avvicinarmi ai mondi che ho poi iniziato a studiare da ricercatore.
Più in generale, penso che gli studi ebraici siano un campo particolarmente interessante perché permettono di osservare, sia quando si guardi al passato più lontano che a epoche a noi vicine, fenomeni – come le migrazioni, l’identità diasporica, l’interazione tra memoria, religione e identità nazionale – che sono al centro del mondo di oggi. Conoscere la lingua ebraica significa confrontarsi non soltanto con Israele e la società israeliana contemporanea, ma anche con una civiltà che è sempre stata a metà tra le due rive del Mediterraneo e non solo.

Che cosa significa, per Lei, insegnare all’università?
Insegnare all’università è un’esperienza che permette innanzitutto di essere in contatto con ragazzi e ragazze molto spesso appassionati delle discipline che studiano e condividere con loro quello che io stesso ho studiato nel corso degli anni. Al di là della ricerca, che in ambito umanistico è in realtà un’attività piuttosto solitaria, penso che il contatto umano, lo stare insieme in aula – cosa che nell’ultimo anno e mezzo è avvenuta solo in parte – sia uno degli aspetti più belli di questo lavoro. 

Lei lavora in un dipartimento che si occupa di mondi extraeuropei: che cosa vuol dire, per Lei, occuparsi di diversità culturale in una realtà globale sempre più interconnessa?
In realtà, oggi dovremmo occuparci tutti di diversità culturale e non solo chi lo fa per lavoro, perché svolge ricerche su paesi al di fuori dell’Europa o studia lingue come l’ebraico, il cinese o l’arabo. Occuparsi di diversità culturale dovrebbe significare semplicemente essere persone consapevoli delle differenze presenti in qualsiasi società, sia in quelle presenti che in quelle passate e, da ultimo, di come il mondo contemporaneo e in particolare il contesto mediterraneo si stanno trasformando.

Last update: 05/12/2022