Primi piani

Emiliano Fiori
Letteratura cristiana antica

Che cosa insegna a Ca’ Foscari? Quali sono i Suoi principali interessi di ricerca? Qual è stato il suo percorso accademico?
A Ca' Foscari insegno Letteratura Cristiana Antica. In questi anni sto tenendo nella laurea triennale LICSAAM un insegnamento di "Cristianesimi dell'Asia e dell'Africa", in cui tento di trasmettere la complessità dei panorami religiosi del Medio Oriente, soprattutto nel primo millennio della nostra era. Dall'anno 2021/22 terrò anche nei corsi di laurea specialistica LICAAM e Scienze delle Religioni un corso di Lingua e Letteratura Siriaca, dedicato all'insegnamento della cultura siriaca, che si espresse in aramaico attraverso una importantissima letteratura religiosa fino alla fine del nostro Medioevo, e si espanse dalle coste del Mediterraneo fino alla Cina (già un millennio prima che vi arrivassero i Gesuiti). Proprio alla cultura siriaca sono rivolti i miei principali interessi di ricerca; nello specifico, nell'ambito del progetto ERC-Starting Grant "FLOS. Florilegia Syriaca" che sto attualmente dirigendo, le mie attenzioni si concentrano sulla "vettorialità" di questa cultura, ossia sulla sua capacità di trasportare, attraverso traduzioni di opere religiose cristiane ma anche filosofiche e scientifiche, i saperi del mondo greco antico e tardo-antico fino nel cuore dell'Asia. Basti pensare al ruolo cruciale, ormai universalmente riconosciuto, che le traduzioni di Aristotele in siriaco hanno avuto quale tramite per le traduzioni aristoteliche arabe - che poi, giunte in Europa, avrebbero impresso una svolta determinante alla filosofia europea. Al centro delle mie personali ricerche c'è dunque, oggi come negli anni passati, soprattutto lo studio di traduzioni dal greco al siriaco di opere teologiche e filosofiche. Ho potuto coltivare questi studi dapprima in Italia, con una laurea all'Università di Padova, dove li ho scoperti, e poi con un dottorato in co-tutela tra l'Università di Bologna e l'École Pratique des Hautes Études di Parigi. Dopo il dottorato, ho ricoperto incarichi di ricercatore a tempo determinato alla Vrije Universiteit di Amsterdam (2010-2012) e alla Humboldt-Universität di Berlino (2012-2018). Grazie al conseguimento di un finanziamento ERC, nel 2018 sono poi approdato nel DSAAM a Ca' Foscari.

Che cosa L’ha portata a intraprendere la strada della ricerca? Che cosa L’appassiona di più del suo ambito di studi? 
Se guardo indietro alle origini delle mie passioni scientifiche, mi accorgo che l'interesse più precoce è stato quello per la filologia, in senso lato, come amore per la parola, per la sua cura e la sua precisione, e anche in senso stretto, come tecnica di restituzione più corretta possibile di un testo, in particolare antico. Poiché sono stato fin da piccolo appassionato ai libri, anche come oggetti, l'idea di entrare nella vita dei testi dell'antichità, di seguirli da un libro all'altro in cui sono stati trasmessi, mi ha affascinato molto presto. A questa passione si è poi aggiunta, nel corso degli anni, quella per la filologia come scienza storica che, facendo chiarezza sui documenti, contribuisce crucialmente a guidarci verso una visione il più possibile obiettiva e non di parte del passato (ne riparlo anche nella prossima risposta). La filologia mi ha poi aperto le porte di ciò che oggi più mi appassiona nei miei studi: non solo la vita dei testi nel tempo, ma anche nello spazio. Amo seguirli nel loro viaggio tra culture diverse attraverso le traduzioni e anche attraverso il passaggio "fisico" dei libri da un luogo all'altro; è, questo, un aspetto vitale di quella che oggi si usa definire "cross-pollination" tra culture diverse.

Che cosa significa, per Lei, insegnare all’università?
La didattica universitaria è uno di quegli ormai piuttosto rari luoghi in cui si può ancora dare un vero spazio alla complessità. Con questo intendo non solo la possibilità di insegnare e dunque trasmettere le più sottili sfumature di un problema, sottraendolo così a una considerazione semplicistica o manichea; intendo anche, ma è un aspetto complementare al precedente, un approccio "sereno", ossia il meno possibile ideologico, a problemi storico-culturali anche molto delicati. La nostra passione dovrebbe essere il più possibile la passione di conoscere un problema in tutta la sua complessità, e non la passione partigiana per uno dei lati del problema. Ciò è particolarmente urgente nell'insegnamento delle religioni, soprattutto di religioni in conflitto, la cui contrapposizione semplicistica e di parte ha fatto e fa già tutti i danni possibili nella realtà quotidiana di molti Paesi. Lo spazio dell'aula universitaria è allora un luogo dove poter trascendere, il più possibile (si sa che lo storico non è mai completamente imparziale), questa contrapposizione, insegnando senza prendere parte. 

Lei lavora in un dipartimento che si occupa di mondi extraeuropei: che cosa vuol dire, per Lei, occuparsi di diversità culturale in una realtà globale sempre più interconnessa?
Nel mio lavoro mi occupo di una religione, il cristianesimo, che siamo abituati a pensare come il negatore della diversità culturale, avendo in mente soprattutto l'Inquisizione e la sua posizione dominante nella storia medievale e moderna dell'Europa. Il particolare sguardo sulla diversità culturale che le mie ricerche sul cristianesimo in Asia e in Africa possono offrire, allora, è proprio quello di rovesciare la prospettiva e farci vedere cos'è una religione, che per retaggio culturale siamo abituati a considerare dominante, in contesti in cui invece si trova in condizioni di minoranza e dunque nella necessità di negoziare continuamente con il contesto la propria presenza, fisica e culturale. Penso che si tratti di un punto di vista importante, considerando l'importanza che le religioni continuano ad avere, in positivo e in negativo, in certe aree geografiche, e dunque la necessità di concepire la diversità culturale anche come diversità religiosa.

Last update: 05/12/2022