Primi piani

Barbara Da Roit
Sociologia generale

Ci parli di lei: da dove proviene, cosa insegna a Ca’ Foscari, quali sono i suoi interessi e i suoi ambiti di Ricerca.
Sono una sociologa che si occupa di sistemi di welfare. Quello che più mi interessa è comprendere la relazione tra il mutamento sociale, le politiche e le pratiche. In particolare studio l’organizzazione sociale della cura (degli anziani, dei bambini, ecc.) in prospettiva comparata e storica: mi interesso di come la cura viene organizzata, distribuita, riconosciuta nelle relazioni informali, professionali e di mercato e del nesso con le disuguaglianze sociali. In anni recenti mi sono anche occupata delle trasformazioni del lavoro e del welfare a seguito della introduzione di nuove tecnologie. Lavoro combinando approcci e metodi di ricerca qualitativi e quantitativi. A Ca’ Foscari insegno teorie sociologiche a studenti triennali di servizio sociale, di filosofia e storia; sistemi di welfare e metodologia della ricerca a studenti magistrali.

Qual è stato il suo percorso accademico?
Ho studiato Scienze Politiche all’Università Statale di Milano. Ho svolto un dottorato di ricerca in co-tutela presso l’Università di Milano-Bicocca e Sciences-Po Parigi, studiando e lavorando tra Milano, Parigi e Amsterdam. Dal 2007, dopo un periodo di ricerca presso Milano-Bicocca, ho lavorato come Assistant Professor prima all’Università di Utrecht e poi all’Università di Amsterdam. Nel 2016 sono rientrata in Italia come Professore Associato presso Ca’ Foscari, dove sono diventata Professore Ordinario nel 2020.  

Ha sempre pensato che questa fosse la sua strada?
In realtà la strada non era né segnata né prevista. La decisione di iniziare un dottorato è arrivata dopo alcuni anni di lavoro e di impegno nell’amministrazione locale, in organizzazioni del terzo settore e sindacali. Quello è stato un periodo di formazione molto intenso e importante per me, durante il quale ho maturato un interesse per la ricerca sociale, ma ho anche imparato a fare tante cose diverse dalla ricerca e tutte fondamentali per il mio lavoro attuale.

Cosa significa, per lei, insegnare e fare ricerca?
È prima di tutto un piacere. E fare un lavoro piacevole è senz’altro un privilegio. Ma è anche un processo di crescita, che comporta fatica (crescere è faticoso), grandi soddisfazioni e ogni tanto qualche delusione. Questo processo di crescita ha certamente una dimensione individuale, ma è anche un progetto collettivo che richiede la condivisione di obiettivi, lo scambio di idee, un lavoro comune con i colleghi e con gli studenti.

Cosa dice ai giovani che si avvicinano alla ricerca oggi?
Direi tre cose. La prima è che esistono crescenti possibilità di studiare, fare ricerca e lavorare in contesti diversi: non mi lascerei sfuggire queste opportunità di crescita personale e professionale. La seconda è che il lavoro accademico non richiede (più) solo di saper fare ricerca, scrivere e insegnare: ha bisogno di capacità organizzativa, relazionale e di senso pratico che si imparano non solo dentro ma anche fuori dall’università.  La terza è che l’importanza crescente della produttività e della competizione (pubblicare, attrarre fondi, avere “impatto”, ecc.) può e deve essere ricondotta a un progetto dotato di senso per sé e per la società in cui viviamo.

Last update: 04/08/2022