Primi piani

Michele Girardi
Musicologia e storia della musica

Ci parli di lei: da dove proviene, cosa insegna a Ca’ Foscari, quali sono i suoi interessi e i suoi ambiti di Ricerca.
Sono veneziano e mi occupo di musica colta occidentale moderna e contemporanea – da Monteverdi ai giorni nostri, per intenderci (e soprattutto di teatro musicale dall’Ottocento sino alla contemporaneità) –, che insegno in diversi corsi di laurea, triennale e magistrale a Ca’ Foscari, nell’ambito del Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali. Sono internazionalmente noto soprattutto per una monografia critica su Giacomo Puccini (Venezia, Marsilio, 1995) tradotta in inglese (Puccini. His International Art), e pubblicata dalla prestigiosa University of Chicago Press (2000, e ristampe successive). Un libro, a detta della critica, che ha cambiato la maniera di accostarsi al compositore, sia a livello accademico, sia in un ambito ben più vasto, di appassionati, musicisti ecc. La riedizione aggiornata, e molto ampliata, è prevista per il 2024, in occasione del centenario della morte del compositore.

Qual è stato il suo percorso accademico?
Non sono stato svezzato nell’università, ma ho sempre vissuto nella musica – tra l’altro sono melomane e dotato di orecchio assoluto. Ho iniziato a cinque anni, studiando pianoforte privatamente e poi in Conservatorio, ma il mio percorso di ricerca è partito da Ca’ Foscari, dove mi sono laureato nel 1980. Docenti come Giovanni Morelli e Francesco Orlando mi hanno formato indirizzandomi sin dall’inizio verso una dimensione internazionale, prevalentemente in ambito ermeneutico. Ulteriori maestri e amici sono stati Bill Ashbrook (Indiana University), Harold ‘Harry’ Powers (Princeton), David Rosen e Arthur Groos (Cornell), oltre a un grande mito della cultura musicale anglosassone come Julian Budden (l’autore della monografia più autorevole su Verdi). Esterofilo, ma non fino in fondo, non ho voluto lasciare l’Italia. Sicché ho iniziato insegnando Storia della musica nei Conservatori, passando all’Università per aver vinto l’ultimo concorso nazionale da professore associato, concluso nel 1999. Dalla Facoltà di musicologia di Pavia (nella sede di Cremona) sono arrivato per concorso a Venezia nel 2017. Nel frattempo avevo conseguito l’abilitazione scientifica nazionale a professore nella prima tornata (2012), confermata nel 2018.

Quali sono i suoi punti di riferimento professionali?
Oltre ai colleghi sinora menzionati, ho trovato competenza, amicizia e complicità nei musicologi di Pavia, dove s’era creato un clima magico di collaborazione – altrove ho trovato amicizia e ispirazione in Pierluigi Petrobelli. Ho imparato molto da specialisti di altre discipline, come Guido Paduano e Mercedes Viale Ferrero, ora lavoro nell’ateneo con lo storico moderno Gerardo Tocchini (abbiamo dato vita a un gruppo di studio su Melodramma e storia), e partecipo volentieri alle iniziative dell’Istituto per il teatro e melodramma della Fondazione Cini, diretto dall’amica di una vita, Ida Biggi – abbiamo, fra l’altro, promosso il Comitato nazionale per le celebrazioni del centenario della morte di Arrigo Boito, ottenuto nel 2018. Collaboro attivamente, inoltre, con la Fondazione Levi. Lavoro bene anche con Giulio Pojana, che si occupa con perizia di restauro, anche digitale. Abbiamo lanciato insieme un progetto di ricerca dedicato a manoscritti e stampe musicali del Conservatorio «Benedetto Marcello», un patrimonio ricchissimo, e su questa base vorremmo provare a creare un ponte fra istituzioni musicali a Venezia di cui si è sempre parlato, ma che non è mai nato davvero.

Le soddisfazioni professionali più grandi?
Sapere che il mio lavoro è servito a creare molti appassionati di musica e a far maturare giovani ricercatori. Ho ricevuto almeno due premi di rilievo: il primo, intitolato a Massimo Mila (Salone del libro di Torino, 1996) per la mia monografia Puccini. L’arte internazionale di un musicista italiano, uscita l’anno precedente. Nello stesso anno ho fondato, con altri colleghi, il centro studi Giacomo Puccini di Lucca, al quale collaboro in tutte le salse e che in venticinque anni è diventato un punto di riferimento obbligato per gli studiosi di tutto il mondo, molti dei quali giovani.  La seconda onorificenza è recente: mi è stato assegnato il premio Puccini, promosso dal Comune di Viareggio e dalla Fondazione festival pucciniano il 23 luglio 2021. Ne vado orgoglioso perché il riconoscimento, di norma destinato a musicisti di rilievo assoluto, è andato per la seconda volta a uno studioso: mi ha preceduto il padre della ricerca moderna su Puccini, Mosco Carner, nel 1984. A coronare il mio percorso è arrivata la nomina di tre ministeri congiunti (Cultura e spettacolo, Università, Istruzione) fra «i quattro insigni esponenti della cultura e dell’arte musicale italiana ed europea esperti della vita e delle dell’opere di Giacomo Puccini», in vista delle celebrazioni del centenario della morte (2024).

L’ ambito di cui si è sempre voluto occupare ma che non ha ancora avuto occasione di esplorare?
Il Teatro musicale del Seicento a Venezia, che amo moltissimo, sia per la qualità e la varietà delle partiture, sia per il mondo che s’intravede dietro le quinte, disinvolto, intelligente, appassionato, smaliziato, libertino.

Qual è l'aspetto che più l'appassiona del suo ambito di ricerca?
La bellezza e la complessità, specie dell’opera lirica, un monstrum semiologico che obbliga noi musicologi a esercitare l’interdisciplinarietà a ogni passo, visto che dobbiamo occuparci di letteratura, drammaturgia, messa in scena, in relazione alle partiture d’orchestra. Amo soprattutto collezionare i rimandi intertestuali fra un capolavoro e l’altro, e spero di scrivere un libro su questo aspetto, prima o poi.

Ha sempre pensato che questa fosse la sua strada?
Quando ho messo piede per la prima volta nel Teatro La Fenice – frequentavo ancora le scuole medie – ho capito che la musica, e in particolare l’opera lirica, sarebbe stata la mia strada. Restai affascinato dallo spettacolo (era Il ratto dal serraglio di Mozart, per la cronaca), e dal clima di questa splendida sala, che ho assiduamente frequentato non solamente da spettatore e da specialista, ma anche come comparsa, archivista, direttore delle pubblicazioni, finendo per scriverci un libro.  La Scala è venuta dopo …

Cosa significa, per lei, insegnare e fare ricerca?
È la parte migliore della mia vita: mi piace insegnare, svolgo ricerche da quando ho l’uso della ragione, e sono passato dal Conservatorio all’impegno universitario senza soluzione di continuità. Penso che sia importante divulgare l’esito delle mie escursioni nelle partiture e negli spettacoli, e non ho mutato registro nelle pubblicazioni scientifiche, cercando di farmi sempre capire da tutti, nei limiti del possibile.

Cosa dice ai giovani che si avvicinano alla ricerca oggi?
Avvicinatevi agli strumenti tecnologici consapevolmente: come l’analisi sono il mezzo, non il fine. Sappiate che dietro ogni partitura c’è una storia da raccontare, che ha sempre a che vedere con la società, ma anche con le vicende personali di un artista creatore. E se avete vocazione (ci vuole) tenete duro: sappiate che il mondo ne avrà sempre bisogno 

Last update: 04/08/2022