Primi piani

Simone Piazza
Storia dell'arte medievale

Ci parli di lei: come si chiama, da dove proviene, cosa insegna a Ca’ Foscari, quali sono i suoi interessi e i suoi ambiti di Ricerca. 
Mi chiamo Simone Piazza, sono arrivato a Ca' Foscari nel 2018, tramite concorso pubblico per un posto di professore associato, al quale ho partecipato dall'estero: provenivo infatti dall'Université Paul Valéry di Montpellier, dove per dodici anni ho svolto le funzioni di Maître de conférences. Insegno, da sempre, sia storia dell'arte medievale che storia dell'arte bizantina e i miei interessi di ricerca ruotano attorno a due poli tematici: la circolazione di modelli (figurativi, formali, tecnico-esecutivi) nel Mediterraneo (IV-XIII secolo) e il recupero della memoria di opere pittoriche scomparse (documentabili attraverso l'analisi di fonti scritte, antichi disegni e/o frammenti superstiti). Da quando sono a Venezia ho iniziato ad occuparmi anche dell'eccezionale patrimonio medievale -  esistente e perduto -  della Laguna, soprattutto della produzione musiva.

Qual è stato il suo percorso accademico?
Si tratta, nel mio caso, di un doppio percorso con numerosi andirivieni al di là e al di qua delle Alpi: in Italia ho conseguito i diplomi di laurea e dottorato presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali della Tuscia, poi ho insegnato a contratto nelle università di Catania, Viterbo e Cassino; in Francia ho ottenuto un Diplôme des Études Approfondies e un Dottorato a Paris1-Sorbonne, titoli che mi hanno permesso di avere i requisiti necessari per superare il concorso a Montpellier. Nel 2015, inoltre, l'Université de Bourgogne mi ha rilasciato il diploma di "Habilitation à Diriger de Recherches", condicio sine qua non nel sistema accademico francese per dirigere tesi di dottorato e richiedere la Qualification, a sua volta necessaria per accedere ai concorsi di prima fascia (gli esami non finiscono mai...).  

Quali sono i suoi punti di riferimento professionali?
Se per "punti di riferimento" si intendono personalità scientifiche o particolari ambienti di ricerca, devo ammettere che non ne ho: perseguo i temi di mio interesse, cercando di prestare ascolto alle motivazioni interiori, interagendo, al contempo, con il mondo scientifico. Non mi ritengo però un autodidatta, anzi: fondamentale per me è stato il magistero di Maria Andaloro, che negli anni della formazione mi ha offerto la possibilità di partecipare a numerosi gruppi di lavoro, in Italia e in Asia Minore, trasmettendomi l'entusiasmo per l'indagine sul campo e l'abitudine a condurre una lettura a tutto tondo del manufatto artistico, storico-critica e tecnico-materica. Ricordo con piacere anche l'apporto della mia "tutor" francese, Catherine Jolivet-Lévy, che negli anni post lauream alla Sorbonne mi ha insegnato ad affinare gli strumenti per lo studio dell'iconografia bizantina.   

Le soddisfazioni professionali più grandi?
Ogni tappa raggiunta nell'ambito della carriera professionale è stata ovviamente, motivo di soddisfazione. Anche dalla ricerca ho tratto notevoli gratificazioni, sia quando ho portato a compimento lunghi lavori, come è stato per le monografie o per saggi particolarmente impegnativi, sia quando si è trattato di rinvenimenti fortuiti, sopraggiunti nel corso di attività sul campo: mi viene in mente, ad esempio, "l'occhio di san Rufino", frammento pittorico giottesco, grande sì e no come un francobollo, che ho riconosciuto, da studente, tra le macerie della Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi, all'indomani del sisma del 1997; ricordo anche l'emozione provata quando, nel 2008, sono stato il primo studioso ad entrare all'interno di una chiesa semi-ipogea del beneventano (quella di San Gabriele ad Airola, con straordinarie pitture del Mille), nascosta per secoli nei sotterranei di un convento. Sono esperienze che non si dimenticano.
Ma forse la soddisfazione più grande deriva dalla "sensazione" di avere imparato, bene o male, nel corso degli anni, il mestiere di storico dell'arte, e di essere riuscito, più o meno, a trasmettere la passione per la materia ai miei studenti, insieme a tante nozioni che probabilmente i più hanno nel frattempo dimenticato. Non so se si tratta di un'erronea percezione o di qualcosa di reale, ma tant'è.  

L’ ambito di cui si è sempre voluto/a occupare ma che non ha ancora avuto occasione di esplorare?
Al momento non ho progetti nel cassetto, sarebbe già bellissimo portare a compimento quelli in corso (sul patrimonio esistente e perduto dei mosaici veneziani, sulla pittura beneventano-cassinese), le tante collaborazioni avviate con colleghi anche di altre discipline (sulla Roma dei "secoli bui", sulle meta-immagini nel linguaggio figurativo bizantino, sulla luce zenitale nelle chiese armene, su temi di filosofia medievale e i relativi riflessi nell'iconografia...).  Fra qualche anno, se avrò tempo e modo, mi piacerebbe lanciare una missione universitaria in area greco-orientale - esperienza che non ho mai fatto in veste di coordinatore -  ma per ora è solo un'idea allo stato embrionale.  

Qual è l'aspetto che più l'appassiona del suo ambito di ricerca?
Poter dissotterrare frammenti di memoria artistica caduti nell'oblio e riconnetterli al loro contesto di origine. 

Ha sempre pensato che questa fosse la sua strada?
Sì. 

Cosa significa, per lei, insegnare e fare ricerca?
Sono due attività molto diverse anche se traggono profitto l'una dall'altra. Ritengo che insegnare significhi riuscire a trasmettere, non tanto e non solo nozioni, quanto piuttosto passione nei confronti del sapere. Insegnare non è solo dare, ovviamente: l'interazione con gli studenti aiuta il docente ad elaborare e chiarire le proprie idee, a evidenziare le questioni più importanti, ad affinare la capacità di descrivere un fenomeno. Fare ricerca è come compiere un percorso in terreni non battuti: per quanto la si possa programmare ci sono sempre periodi di slancio e momenti di dubbio, ritardi, imprevisti, belle sorprese (quando si fa una scoperta) e delusioni (quando si scopre che l'ipotesi non regge o è stata già formulata da altri).

Cosa dice ai giovani che si avvicinano alla ricerca oggi?
Agli studenti di solito non do consigli su come avvicinarsi al mondo della ricerca, e del resto non credo che da noi docenti attendano discorsi del genere: si può suggerire loro un tema, una lettura, si può - e si deve - aiutarli ad acquisire gli strumenti metodologici, indicare loro opportunità di borse di studio e possibili sbocchi lavorativi, ma sul percorso da intraprendere penso sia meglio lasciarli liberi di compiere le proprie scelte, in base alle proprie inclinazioni e ai propri interessi. In fondo la ricerca è un'avventura e come tale va vissuta.

Last update: 16/05/2022