Primi piani

Cecilia Rofena
Filosofia e teoria dei linguaggi

Ci parli di lei: che cosa insegna a Ca’ Foscari, quali sono i suoi interessi e i suoi ambiti di ricerca?
Insegno “Filosofia della letteratura”, “Poetica e retorica” nelle lauree triennali di Filosofia e Lettere; “Filosofia del linguaggio” e “Arte, mente, linguaggio” nella laurea magistrale in Scienze filosofiche, presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali. La mia ricerca si colloca nell’intersezione fra estetica e filosofia del linguaggio. Le operazioni simboliche di strutturazione di nuove modalità espressive, come l’analisi dei limiti e delle possibilità della costruzione dei significati sociali condivisi, sono al centro dei miei interessi. Fra i miei progetti: l’epistemologia della letteratura; il problema dell’espressione fra arte, mente, linguaggio; il rapporto fra letteratura e filosofia morale; la relazione fra linguaggio e memoria.

Che cosa significa, per lei, insegnare e fare ricerca?
Amo insegnare: è un privilegio vedere il momento in cui la ricerca incontra lo sguardo degli studenti, la loro curiosità, il loro interesse. Ho imparato che cosa significa insegnare e fare ricerca dall’esempio di alcuni maestri straordinari. Desidero ricordare alcuni nomi legati al periodo di studi all’Università di Pisa. Sono la ragione di tutte le trasformazioni successive: Remo Bodei, Aldo Giorgio Gargani, Carlo Ginzburg, Giulio Lepschy, Anna Laura Momigliano, Francesco Orlando, Mario Reale. Migliorare la ricerca significa per me migliorare anche l’insegnamento. 

Ha sempre pensato che questa fosse la sua strada?
Guardando indietro posso dire che ho sempre cercato di capire dove si potesse scoprire qualcosa di nuovo e, al tempo stesso, antico. È stato un amore per i libri, per la lettura a guidarmi. Al ginnasio ero innamorata della storia, della letteratura, dell’arte, delle lingue antiche come delle scienze. La filosofia sembrava distante da un ordine di priorità: quella comprensione delle relazioni passate e presenti, in cui ogni volto e voce richiede la massima attenzione per proteggere un’umanità fragile, costantemente esposta alla violenza, alla menzogna. Con questa convinzione, nel primo anno di studi all’Università di Pisa, lasciai il corso di laurea in Conservazione dei beni culturali, cui mi ero iscritta seguendo la mia passione per l’arte (che peraltro non ho mai abbandonato), passando a Giurisprudenza. Desideravo conoscere la forma razionale della convivenza avvicinando il problema della giustizia, delle sue pratiche, per circoscrivere i confini dell’ingiustizia e, dunque, cercare di limitarne gli effetti. Dovevo rispondere al senso di una appartenenza politica, interrogando una responsabilità civile nei confronti della comunità. Questa motivazione trovò, in realtà, un’altra forma di espressione: un giorno entrai in un’aula del Dipartimento di Filosofia dove si svolgeva una lezione di Aldo Giorgio Gargani. Vidi scritta alla lavagna la forma generale della proposizione del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein e capii che dovevo saperne di più. C’era qualcosa nella logica del pensiero e del linguaggio, nella prassi del pensiero-linguaggio, che era preliminare a ogni mia ricerca di verità e giustizia. In quell’aula oggi dedicata a Francesco Barone, maestro di Gargani, si rinnovava lo stesso patto antico fra maestro e allievo. 

Qual è l'aspetto che più l'appassiona del suo ambito di ricerca?
È la possibilità di confrontare storia e presente, pensiero e azione, superando la demarcazione fra discipline. Vi sono metodi e obiettivi da confrontare al di là della separazione fra mondi, per esempio quello della scienza e dell’arte che possiamo considerare come generati da una comune radice immaginativa. Mi appassiona il processo di questa impresa per cui si apprende dall’esperienza mentre si cerca di comprenderla. Il rapporto fra libertà e vincolo dell’analisi si proietta in una relazione sociale che deve essere costruita su principi condivisi. La comunità di ricerca è questo ambito di confronti che, se rispondono con onestà, correttezza e responsabilità a valori comuni, criticabili e migliorabili, possono trasformare le possibilità del presente. C’è poi l’aspetto imprevedibile della ricerca, nell’incontro fra discipline, scopi e metodi che è incontro fra persone. Per cui non si smette di imparare.

Che cosa dice ai giovani che si avvicinano alla ricerca oggi?
Ricordo loro di provare a scoprire e seguire il segreto motivo di Gaston Bachelard: «una furia mi prende di istruirmi ancora, di eliminare, di conseguenza, il foglio bianco per studiare un libro, un libro difficile, sempre un po’ troppo difficile per me. Nella tensione di fronte a un libro dallo sviluppo rigoroso, lo spirito si costruisce e ricostruisce. Ogni divenire del pensiero, ogni avvenire del pensiero, è in una ricostruzione dello spirito».

Last update: 16/05/2022