Primi piani

Miriam De Rosa
Cinema, fotografia e televisione

Ci parli di lei: da dove proviene, cosa insegna a Ca’ Foscari, quali sono i suoi interessi e i suoi ambiti di Ricerca.
Mi chiamo Miriam De Rosa e ho recentemente raggiunto il DFBC dove mi occupo di media audiovisivi, teorie del cinema e dei media schermici (screen media) e culture visuali.
Originariamente sono di Milano, dove mi sono formata all’Università Cattolica con un dottorato di ricerca in Culture della Comunicazione sulla condizione postmediale e cinema. Lì ho partecipato alle attività didattica e di ricerca per diversi anni, insegnando Audiovisual Media Policies, Pragmatica dei Media, Cultura Visuale, mentre nella sede Bresciana dello stesso ateneo ho insegnato Istituzioni di storia del cinema e all’Università dell’Insubria a Como mi sono occupata per alcuni anni del corso di Cinema, fotografia e televisione.
La mia ricerca si à sempre molto confrontata con il lavoro di colleghi all’estero e questo mi è stato di grande incoraggiamento per partecipare attivamente alle attività del Network Europeo per lo studio del cinema e dei media (NECS), per contribuire sin dal suo avvio alla rete IMACS (International Master in Cinema Studies) a cui ho partecipato a vario titolo e di cui sono ora coordinatrice. Queste esperienze e la frequentazione di convegni internazionali sono stati fondamentali prima per supportare la mia candidatura ad una borsa di ricerca DAAD, vinta e che mi ha portato a trascorrere un semestre all’Università Goethe di Francoforte, e poi per il mio trasferimento come Senior Lecturer in Media& Communication alla Coventry University. A Coventry ho diretto e riprogettato il corso di laurea Triennale in Media e comuninazione, prima di trasferirmi al Centre for Postdigital Cultures in occasione della sua apertura. Al CPC mi sono occupata, oltre che di ricerca, dell’internazionalizzazione e di avviare, nel 2020, la scuola dottorale.

Ha sempre pensato che questa fosse la sua strada?
Ho sempre amato approfondire con lo studio, sin da studentessa, anche se forse inizialmente di stampo più creativo e successivamente applicato.
Quando dopo la laurea mi sono avvicinata alla ricerca, ad esempio, il contesto in cui all’inizio mi sono trovata a fare ricerca è stato extra-accademico: per un breve periodo ho lavorato in un istituto di ricerca dove presto mi sono accorta che una serie di processi, metodologie, motivazioni erano veramente in linea con i miei interessi, il mio modo di pensare, di articolare le idee. Il passaggio successivo è stato abbandonare la ricerca su commessa e a fini esclusivamente commerciali, che sentivo troppo stretta per me, e intraprendere il percorso del dottorato dove invece ho trovato la dimensione più ampia che cercavo. Anzitutto, quindi, la “mia strada” è stata la ricerca.
In questo senso, inizialmente l’insegnamento rappresentava un’appendice accanto a quello che avevo individuato come mio primario interesse. Poi però, forse complice la possibilità di affiancare sin da subito nell’attività didattica il mio supervisore, l’insegnamento e’ diventato un elemento imprescindibile. Oggi, per me lo è tanto per la ricerca, quanto per la dimensione umana e pedagogica che sono convinta l’università come istituzione debba necessariamente avere. 

Cosa significa, per lei, insegnare e fare ricerca?
Si tratta di due facce della stessa medaglia: per un verso la ricerca genera idee, concetti, articola il pensiero, e per l’altro verso questo materiale viene reso vivo dalla propria circolazione, dal lavoro di test, affinamento, eventualmente riformulazione che avviene quando si cerca di rendere accessibile il sapere – in questo senso il banco di prova della classe è fondamentale e realmente può creare un meccanismo virtuoso in cui l’insegnamento non è solo ispirato alla ricerca, ma anche gli studenti si sentono parte di un processo virtuoso, in cui sono e sanno di essere coinvolti. Le due attività dunque, per me, sono difficilmente separabili e quando alcuni progetti prevedono un focus su una sola delle due componenti come è inevitabile che talvolta accada, il tentativo che spesso immagino è di strutturare syllabi articolati come pubblicazioni o viceversa di identificare moduli adatti ad essere insegnati all’interno dei progetti di pubblicazione, seminari o eventi di divulgazione scientifica.

Cosa dice ai giovani che si avvicinano alla ricerca oggi?
Dico che dedicarsi alla ricerca non significa varcare le soglie di un mondo parallelo separato da quello delle pratiche, dell’esperienza, della vita quotidiana. Dico di non mettere queste due cose in contrapposizione perché semplicistico e irrealistico. Dico che la ricerca è la strada per trovare soluzioni quindi se qualcosa non piace così com’è il primo passo è interrogarlo, interessarsene, per pensarlo diversamente – in altre parole prendersene cura, che è poi l’implicito scarto di qualunque processo di ricerca.

Last update: 16/05/2022