Primi piani

Giovanni De Zorzi
Etnomusicologia

Ci parli di lei: da dove proviene, cosa insegna a Ca’ Foscari, quali sono i suoi interessi e i suoi ambiti di Ricerca. 
Mi chiamo Giovanni De Zorzi, sono professore associato in Etnomusicologia (L-Art 08) e insegno in quattro corsi: Fondamenti di Etnomusicologia (FT0432) e Musiche Popolari Contemporanee (FT0434), entrambi per la Triennale; Etnomusicologia (FM0076) per la Magistrale; Tradizioni musicali Mediorientali e Centroasiatiche (LT4085) per la Triennale del Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa mediterranea (DSAAM). Quest’ultimo insegnamento racconta dei miei interessi e dei miei ambiti di ricerca che sono: la musica d’arte ottomano-turca e le musiche d’arte del mondo mediorientale (maqām), centroasiatico (maqom) e tra gli uiguri (muqam). In tutte è immanente l’azione del sufismo (tasāwwuf). Ma la ricerca non è l’insegnamento…e le parti monografiche dei corsi di Musiche Popolari Contemporanee dedicate, ad esempio, al Funk, oppure al Blues, oppure alla canzone napoletana ne sono la prova.

Qual è stato il suo percorso accademico?
Non lineare. A ventidue anni ho lasciato l’università e ho solo suonato il sax, vivendo di musica per una decina d’anni. Verso la metà degli anni 1990 ho iniziato però a sentire richiami verso altri tipi di musica, e verso un altro strumento: il flauto ney. All’epoca non c’erano molte informazioni e, dopo un colloquio chiarificatore con il geniale musicologo Giovanni Morelli, con il quale ero sempre rimasto in contatto, professore al Dipartimento di Storia e Critica delle Arti, mi sono reiscritto all’università. Ho iniziato così il mio percorso nell’Etnomusicologia, laureandomi con il prof. Maurizio Agamennone, divenuto un caro amico, e iniziando sin dalla tesi il mio percorso nel flauto ney che continua sin qui.

Quali sono i suoi punti di riferimento professionali?
In questo nuovo cammino ho incontrato tanti maestri che trascrivo in ordine alfabetico: i musicologi e musicisti Maurizio Agamennone, Laurent Aubert, John Baily, i turcologi Giampiero Bellingeri e Michele Bernardini, ancora i musicologi e musicisti Veronica Doubleday, Jean During, Kudsi Erguner, Walter Zev Feldman, Giovanni Giuriati, Rachel Harris, Fikret Karakaya, Ted Levin, Enzo Restagno, Razia Sultanova, Martin Stokes, e Owen Wright dei quali cerco di seguire l’esempio. 

Le soddisfazioni professionali più grandi?
Oltre alle attività tipiche dell’Accademia (molta scrittura, lezioni, conferenze, tesi, troppe questioni amministrative etc.) ho suonato con il gruppo che dirigo, l’Ensemble Marâghî in diversi contesti e ho anche organizzato in prima persona concerti di musiche “altre” per l’Istituto Interculturale di Studi Musicali Comparati della Fondazione Giorgio Cini, così come per il Festival MiTO “Settembre Musica”. Ho anche avuto diversi passaggi in radio e in video ma in tutti i casi non parlerei di “soddisfazione professionale”. Davvero. È qualcosa d’altro, di là dalla soddisfazione.

Qual è l'aspetto che più l’appassiona del suo ambito di ricerca?
Il poter suonare le cose che studio, il poter studiare le cose che suono. Ed è un grande privilegio.

Ha sempre pensato che questa fosse la sua strada?
No, ma procedevo. E poi dopo la laurea le cose sono poi andate velocemente, portandomi al DÉA con l’EHESS, al dottorato con “La Sapienza” e, dopo sette anni, a vincere un affollato concorso qui al DFBC. 

Cosa dice ai giovani che si avvicinano alla ricerca oggi?
Molto spesso incontro dei giovani che non hanno fatto davvero una scelta, che frequentano l’Università senza sapere bene perché, galleggiando: io me n’ero andato proprio perché non mi piaceva questo stato. Più di rado incontro anche giovani che la loro scelta l’hanno fatta e che sono focalizzati e motivati: questo accade soprattutto in Dipartimenti che richiedono una simile scelta radicale. A tutti direi di capire al più presto cosa cercano, di smettere di galleggiare e di seguire interamente la loro passione, nuotando a grandi bracciate. La ricerca non si fa per calcolo, ma per passione.

Last update: 16/05/2022