Primi piani

Stefania De Vincentis
Storia dell'arte contemporanea

Ci parli di lei: da dove proviene, cosa insegna a Ca’ Foscari, quali sono i suoi interessi e i suoi ambiti di Ricerca.
Sono originaria di Brindisi, ferrarese di adozione, e solo da pochi mesi parte della comunità di Ca’ Foscari. All’interno del Dipartimento di Studi Umanistici insegno nella LM in Digital and Public Humanities nei corsi di Digital Art, Digital Iconography and Iconology Studies, oltre a tenere un insegnamento in Storia dell’arte contemporanea. Sono tra i membri del VeDPH dove seguo progetti legati al museo digitale nelle sue diverse forme di rappresentazione legate alla ricerca, alla comunicazione, alle esposizioni e ai processi creativi. Il mio interesse è rivolto alle collezioni storico artistiche, ai cataloghi e agli allestimenti che beneficiano dell’interpretazione digitale per mettere in condivisione nuove risorse a favore  della comunità di studiosi, di studenti, di appassionati e in generale di un pubblico curioso e interessato ad acquisire consapevolezza della propria eredità culturale.

Qual è stato il suo percorso accademico?
La mia formazione si radica nei processi di produzione e curatela delle arti visive, con iniziali ricerche su quelle pratiche di videoarte concepite per avere una forte interazione con il pubblico e lo spazio circostante.
Ho conseguito il Dottorato di ricerca in Scienze umane all’Università di Ferrara dove già avevo collaborato come Assegnista di ricerca sviluppando il mio interesse per la Digital Art History e il Digital Cultural Heritage. A Ferrara ho condotto ricerche interdisciplinari tra la cattedra di Storia dell’Arte Moderna del Dipartimento di Studi umanistici e il Dipartimento di Architettura all’interno del Teknehub-Tecnopolo della rete Alta Tecnologia Emilia-Romagna. L’affiancamento a questi due poli mi ha permesso di partecipare a un proficuo dialogo con le istituzioni museali, locali e nazionali. Ultimo esito di tali collaborazioni è stata la creazione del laboratorio DiDiART-Diagnostica e Digitale per l’Arte di cui sono tra i membri fondatori e ora parte del Comitato Direttivo.

Qual è l'aspetto che più l'appassiona del suo ambito di ricerca?
L’elaborazione digitale in campo storico artistico e museale offre la possibilità di partecipare alla progettazione di modelli interpretativi per visualizzare opere d’arte, rappresentare movimentazioni di collezioni, leggere lo spazio museale imbastire nuove formule narrative tra l’opera e il suo osservatore. Questi elementi fanno leva, oltre che sulla ricerca scientifica, anche sulla capacità creativa connotando il museo di una valenza sempre più laboratoriale e partecipata.

Ha sempre pensato che questa fosse la sua strada?
La ricerca può sembrare un concetto astratto soprattutto se non è immediatamente associato a un oggetto preciso. Quell’oggetto, poi, non è sempre chiaro, al contrario inizia a delinearsi strada facendo diventando in seguito un progetto e quindi un’ambizione. Io non sapevo se avrei mai avuto l’ambizione e l’abnegazione necessaria a percorrere questa strada. Di sicuro avevo una forte ostinazione e passione, credo che siano stati questi due fattori a proiettarmi sul percorso più congeniale.

Cosa dice ai giovani che si avvicinano alla ricerca oggi?
Posso consigliare a tutti coloro che si avvicinano alla ricerca di non temere il confronto con campi del sapere che apparentemente esulano dal proprio ambito di studi. La contaminazione tra discipline, metodologie, tecniche e linguaggi, oltre a rappresentare una risorsa per cementare l’interesse verso la ricerca scientifica ampliando le proprie capacità interpretative, è anche un’opportunità per verificare il proprio obiettivo professionale e l’ambito intervento in cui si sceglie di operare. 

Last update: 29/11/2022