Israele dopo il voto: i dati delle elezioni e l'assenza di una solida maggioranza
Nessuna maggioranza solida, Parlamento bloccato e un Paese spaccato a metà: i risultati definitivi delle elezioni in Israele certificano uno stallo profondo. Con il Likud di Benjamin Netanyahu fermo a 27 seggi e l'intero blocco di governo a quota 53 — ben al di sotto dei 61 necessari per formare un esecutivo —, il voto segna il testa a testa con la nuova formazione di Gadi Eisenkot (21 seggi). Primo appuntamento elettorale dopo gli eventi del 7 ottobre 2023, la consultazione fotografa una società attraversata da multiple tensioni che riguardano la sicurezza, leadership e la natura stessa del futuro democratico del paese. Per analizzare l'esito delle urne, abbiamo intervistato Marcella Simoni, professoressa di Storia di Israele e di Palestina del Dipartimento di Studi sull'Asia e sull'Africa Mediterranea (DSAAM) l'Università Ca' Foscari Venezia.
Benjamin Netanyahu guida il Likud da 33 anni ed è stato Primo Ministro continuativamente dal 2009, pur con un breve intervallo tra il 2021 e il 2022 . A fronte della mancanza di una maggioranza solida, il premier uscente ha puntato l'indice contro i partiti dei palestinesi con cittadinanza israeliana, accusandoli di aver compromesso i risultati. Si tratta inoltre del primo appuntamento elettorale per il Paese dopo il 7 ottobre 2023 e il tragico conflitto che ne è seguito.
Che cosa significa questo voto e come possiamo leggerlo? Quali scenari si aprono ora e cosa possiamo aspettarci per il futuro del Paese? In che modo il 7 ottobre ha guidato la scelta degli elettori e condizionato l'esito alle urne?
Da un punto di vista tecnico il presidente dello stato avvierà consultazioni con il leader dello schieramento che ha raccolto il maggior numero di consensi che a sua volta darà inizio a una conversazione con i leader dei partiti che formano il blocco dell’opposizione. Questi porterà poi la sua squadra di governo al parlamento per la fiducia. Eisenkot è favorito per ricevere per primo l’incarico dal presidente Herzog, con 28 giorni (prorogabili di 14) per formare una coalizione.
Da un punto di vista politico, al centro di questo rebus stanno i cosiddetti partiti arabi (Hadash, Ta’al e Balad, riuniti nella “Lista unita”, e Ra’am), che grazie alla partecipazione in massa dei palestinesi cittadini di Israele, hanno ottenuto un risultato storico (19 seggi). Questi hanno dato la propria disponibilità a sostenere anche dall’esterno un possibile governo del leader dell’opposizione Gadi Eisenkot (del partito “Yashar”).
All’interno dell’opposizione abbiamo almeno due posizioni per adesso divergenti su questo tema, quella di Eisenkot stesso, che ha inizialmente dichiarato di non essere disponibile ad accoglierli, e quella di Yair Golan, leader del partito di centro-sinistra “I democratici” (8 seggi), che vede questo risultato come un’opportunità storica perché anche grazie ai voti dei cittadini palestinesi con cittadinanza israeliana, Netanyahu non possa tornare al governo. In assenza di una commissione di inchiesta sugli attacchi del 7 ottobre, fortemente osteggiata dal PM negli ultimi tre anni, questo voto ha inevitabilmente acquisito anche le caratteristiche di un referendum su Netanyahu stesso e le sue scelte politiche in ambito interno ed internazionale, a cominciare dalla questione degli ostaggi e della guerra con l’Iran.
Che cosa rende queste elezioni diverse da tutte le altre?
Direi almeno quattro, se non cinque aspetti: in primo luogo la già menzionata partecipazione in massa dell’elettorato palestinese con cittadinanza israeliana. E’ un voto di affermazione e di protesta allo stesso tempo: i palestinesi israeliani rappresentano circa il 22 per cento della popolazione e spesso risiedono in zone dove i servizi (educazione, sanità etc.) non sono equiparabili a quelli disponibili nel resto del paese; il livello di criminalità all’interno della comunità palestinese israeliana è molto alto, cosi’ come la corruzione, fenomeno contro cui i governi precendenti non sono intervenuti; il film Ajami - del 2009 diretto da Scandar Copti e Yaron Shani - aveva rappresentato queste tendenze già molti anni fa.
In secondo luogo la partecipazione egualmente in massa di cittadini della diaspora israeliana; si stima che circa 60-70.000 israeliani siano tornati per votare, evidentemente contro la coalizione guidata da Netanyahu.
In terzo luogo, l’affluenza alle urne, che ha raggiunto il 77,7 per cento, battendo molti record del passato, e che ci dà un’indicazione dell’urgenza con cui è stata sentita questa elezione. Evidentemente, questi fattori hanno anche contribuito a rendere più difficile superare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento per alcuni partiti più piccoli.
In quarto luogo, il contesto internazionale più ampio in cui si colloca, dopo tre anni di guerra su sette fronti (situazione che non si verificava dal 1948), riservisti mobilitati per più di cento giorni l’anno, il discredito internazionale sul paese, il risveglio di azioni e un linguaggio di tipo antisemita in Europa e altrove.
Che impatto avrà questo risultato sulla popolazione palestinese dei Territori Occupati in Cisgiordania e di Gaza?
In questo momento, questo è più difficile da stabilire. La differenza tra i due blocchi appare limitata, ma vi sono alcune distinzioni fondamentali. Da un lato Eisenkot ha dichiarato che nessuno Stato palestinese nascerà sotto un suo governo; dall’altro sostiene una riforma dell’Autorità palestinese con maggiori responsabilità di autogoverno, comunque sotto controllo militare israeliano. Ha promesso di smantellare gli avamposti illegali (anche per Israele) in Cisgiordania e reprimere i coloni estremisti che diffondono il terrore tra la popolazione palestinese. Si oppone anche al progetto edilizio della zona E1, che taglierebbe in due la Cisgiordania isolandola da Gerusalemme Est. Per quanto riguarda Gaza, sia Netanyahu che Eisenkot hanno affermato che l’esercito non si ritirerà fino a che Hamas non sarà disarmato e il leader dell’opposizione è impegnato a far finire il governo di Hamas a Gaza entro 18 mesi dall’insediamento, che non si preannuncia come una fase priva di violenza.
Negli USA, l’onda blu del voto democratico ha sommerso il partito repubblicano e Donald Trump negli ultimi due giorni. Vi è una relazione tra questi due risultati elettorali? e quali saranno le conseguenze per Israele, i palestinesi dei Territori Occupati e di Gaza?
Ad oggi ci sono almeno quattro variabili aperte che rendono difficile una risposta puntuale: la formazione del governo israeliano; la composizione finale del Congresso; l’esito dei negoziati per il governo israeliano; l’eventuale mantenimento del taglio di circa 4 miliardi di dollari annui di aiuti a Israele da parte di Trump.
Di certo hanno pesato sul voto statunitense il malcontento per la guerra con l’Iran voluta da Trump e sostenuta da Netanyahu, il rialzo dei prezzi della benzina e dei generi alimentari e una diffusa ansia economica. In senso indiretto, si potrebbe ipotizzare un cambiamento di rotta di un Congresso democratico, che limiti la vendita di armi (Block the Bombs Act), chieda condizioni sui diritti umani, metta maggiori pressioni sui coloni estremisti e quindi eserciti pressione anche su Eisenkot rispetto allo smantellamento degli avamposti illegali.
Non direi che il tema politico più ampio - la creazione di uno Stato palestinese - sia stato oggetto di discussione o abbia avuto un peso rilevante nel voto statunitense.