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Midterm USA: la vittoria democratica e le conseguenze sugli equilibri globali

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Nette, diffuse e capaci di infrangere storiche roccaforti conservative come Texas e Kansas: le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti incoronano i Democratici, che conquistano la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. Una battuta d'arresto così chiara per i Repubblicani che persino Donald Trump ha dovuto riconoscere la vittoria degli avversari. A pesare sul risultato sono stati anche la fine della sua "luna di miele" con gli elettori e la frustrazione per le promesse disattese. Il nuovo assetto istituzionale sposta ora l'asse di Washington dalla produzione di leggi al potere di controllo, mettendo nelle mani del Congresso la leva delle inchieste e il blocco delle nomine chiave. Per decifrare la portata di questa svolta dentro e fuori dai confini americani, ne abbiamo discusso con il prof. Duccio Basosi (docente di Storia delle relazioni internazionali e della politica estera statunitense) e con la prof.ssa Luiza Bialasiewicz (docente di Geografia politico-economica e geopolitica). 
 

Professor Basosi, con l'esito di queste elezioni di midterm, la minaccia principale per la Casa Bianca si sposta dallo stallo sulle leggi al concreto rischio di perdere il controllo sulle commissioni d'inchiesta e sulle nomine al Senato. Da una prospettiva storico-istituzionale, come si è evoluto il meccanismo dei checks and balances - che bilancia il potere tra i rami esecutivo, legislativo e giudiziario, garantendo l'equilibrio democratico - fino a trasformare il Congresso da motore legislativo a strumento prevalentemente inquisitorio e di sanzione contro l'Esecutivo?

La domanda pone una questione centrale sul funzionamento dell'architettura istituzionale americana contemporanea. Parlerei più di una mutazione, avvenuta nel tempo, dell’uso dei checks and balances che di un accantonamento della funzione legislativa da parte del Congresso. 
I dati mostrano che la produzione di leggi singole si è contratta rispetto ai decenni centrali del Novecento. Ciò è in parte il frutto dell’estrema polarizzazione politica, che ha ridotto la possibilità di approvare riforme di ampio respiro o di superare l'ostruzionismo del filibuster al Senato sulle leggi ordinarie. In parte è il frutto di un effetto ottico: il Congresso oggi concentra l'attività legislativa in grandi pacchetti di spesa cumulativi, gli Omnibus bills, che vengono negoziati come pacchetti unici a ridosso delle scadenze per evitare la paralisi finanziaria dello Stato (e che, certo, dal punto di vista della qualità della democrazia e della trasparenza non sono il massimo). Però ovviamente il Congresso non ha smesso di legiferare.
Al tempo stesso, l'uso politico delle commissioni d'inchiesta non è una novità recente. Dalla “caccia alle streghe” contro la sinistra negli anni Cinquanta al Watergate negli anni Settanta, fino al caso Iran-Contra negli anni Ottanta, l'attività di inchiesta ha sempre rappresentato un'arma importante in mano al Congresso. La differenza oggi sta nella sistematicità dell’utilizzo di questo strumento: in contesti di forte polarizzazione e di divided government, l'indagine di commissione diventa lo strumento ordinario della maggioranza congressuale per logorare l'Esecutivo del partito opposto.
Infine, l'impatto del controllo parlamentare varia a seconda del ramo del Congresso in mano all'opposizione. Se alla Camera risiede il cuore del potere d'inchiesta e di controllo sulla spesa, è al Senato che la Costituzione assegna l'esclusiva prerogativa dell'advice and consent su nomine giudiziarie, funzionari di governo e trattati. Quando la Casa Bianca non dispone della maggioranza al Senato, la mancanza dei voti necessari per le conferme condiziona radicalmente la capacità del Presidente di nominare magistrati federali o membri dell'amministrazione. 
I contrappesi costituzionali non sono stati quindi stravolti, ma si sono adattati alla polarizzazione: quando l'intesa legislativa è più difficile e l’ostilità tra i due partiti è intensa, l'asse del potere parlamentare si sposta generalmente dalla produzione di norme all'esercizio di una vigilanza aggressiva e di un condizionamento strutturale sull'Esecutivo.

La storia delle elezioni di midterm sanziona quasi sempre il partito al governo, una costante confermata anche in questa consultazione. Quali sono le ricadute storiche di questo ridimensionamento sulla proiezione globale di Washington e sulla capacità dell'amministrazione di incidere sugli equilibri internazionali? 

La sanzione delle midterm contro il Presidente Donald Trump può avere diverse conseguenze sulla politica estera statunitense. Come minimo, alleati e avversari sanno che, per i prossimi due anni, gli impegni e i proclami annunciati dalla Casa Bianca dovranno fare i conti con un Congresso dominato dal Partito Democratico, che potrà condizionare, ritardare o persino svuotare l'azione dell'Esecutivo. Aumenta quindi l’incertezza. 
L'esperienza storica mostra poi che quando il partito avverso al Presidente gestisce la Camera dei Rappresentanti, la leva finanziaria (power of the purse) diventa uno strumento di condizionamento diretto sui dossier internazionali, come avvenuto, per esempio, tra il 2023 e il 2024 con il lungo blocco dei fondi destinati all'assistenza militare per l'Ucraina (lì erano i Repubblicani a ritardare il finanziamento degli aiuti promessi da Joe Biden). Quando invece è il Senato ad avere una maggioranza di segno contrario a quella presidenziale, si riduce lo spazio per la ratifica di grandi trattati internazionali — anche senza evocare la bocciatura del Trattato di Versailles nel 1919, basti qui pensare alla mancata ratifica del Protocollo di Kyoto del 1997 — e si costringono i Presidenti a ricorrere a intese esecutive precarie e revocabili, come accaduto con l'accordo sul nucleare iraniano e con l’accordo di Parigi sul clima, sottoscritti da Obama e cancellati rapidamente da Trump.

La sconfitta nelle elezioni di midterm non paralizzerà la politica estera dell'amministrazione Trump: il Presidente mantiene infatti il comando operativo delle forze armate in qualità di Comandante in Capo e la gestione dell'iniziativa diplomatica. Un Congresso di segno opposto può approvare risoluzioni simboliche o tentare di bloccare certe operazioni che appaiono evidentemente impopolari (la guerra scatenata insieme a Israele contro l’Iran, per esempio). Tuttavia, Trump potrebbe reagire con un veto presidenziale a questi tentativi e i Democratici, almeno sulla carta, non avrebbero i due terzi dei voti necessari, in entrambe le camere, a superare quel veto: le loro misure sarebbero quindi importanti come strumenti di pressione politica davanti all’opinione pubblica, più che come vincoli giuridici immediati alla politica estera dell’amministrazione. La vera leva per i Democratici risiede piuttosto nel “potere negativo” del bilancio: potrebbero cioè negare il finanziamento di quanto Trump intende fare. 
Va detto, peraltro, che i Democratici non sono stati particolarmente coraggiosi, negli ultimi due anni, nell’opporsi alla politica estera presidenziale: sulla guerra all’Iran, per esempio, abbiamo sentito obiezioni procedurali e lamentele per i costi dell’insuccesso, non una critica di principio all’azione violenta e unilaterale dell’amministrazione.

 

I risultati al Senato delle elezioni di Midterm (aggiornati al 6 novembre 2026)

Professoressa Bialasiewicz, il verdetto dell'elettorato americano si riflette inevitabilmente sugli assetti internazionali. Dal punto di vista geoeconomico e della sicurezza, quali scenari si aprono ora per l'Unione Europea alla luce della nuova mappa di potere a Washington?

La maggior parte dei commentatori ha mostrato cautela nel celebrare l’«ondata blu» come se potesse portare con sé anche una svolta radicale nelle relazioni tra Stati Uniti e Unione europea. Semmai, hanno osservato in molti, gli ostacoli all’attuazione dell’agenda di Trump sul piano interno potrebbero rendere l’arena internazionale l’unico ambito in cui il Presidente può ancora agire con un margine di libertà pressoché illimitato. Come sottolinea il professor Basosi nel suo commento, nonostante le nuove maggioranze alla Camera e al Senato, i democratici dispongono ancora di pochissimi strumenti per porre un freno effettivo alle iniziative presidenziali.
L’UE dovrà dunque continuare a lavorare con questa amministrazione, tale quale è.
Sul fronte della sicurezza economica, o meglio dell’uso degli strumenti economici e finanziari come armi, non c’è da attendersi un cambiamento. Come confermato da diversi exit poll, due terzi degli elettori hanno ritenuto che i dazi di Trump avessero danneggiato l’economia statunitense: il voto, come annunciava anche un titolo del Washington Post, ha quindi bocciato anche la misura simbolo della politica economica dell’amministrazione. I dazi hanno avuto un ruolo decisivo nelle elezioni in due Stati chiave, Michigan e Maine, così come in Kansas, Iowa e Nebraska, dove gli agricoltori si sono schierati contro il Partito repubblicano di fronte al crollo dei propri mercati di esportazione, provocato dalle guerre commerciali di Trump. Questo, tuttavia, non significa affatto che i dazi siano destinati a scomparire.

Lo scenario più probabile è il mantenimento dei dazi e delle altre barriere non tariffarie, semplicemente più mirati e selettivi, volti a proteggere le industrie strategiche. Sia nelle settimane precedenti alle elezioni di metà mandato sia nei giorni immediatamente successivi, diversi commentatori, tra cui ex negoziatori commerciali delle amministrazioni Obama e Biden, hanno sottolineato con chiarezza che una politica commerciale muscolare, che antepone gli interessi statunitensi, è destinata a durare: tanto nei confronti degli amici quanto dei concorrenti, ammesso che questa distinzione abbia ancora senso. Del resto, in molte competizioni per la Camera e il Senato, come in Ohio, i candidati democratici hanno avuto cura di rassicurare gli elettori sul fatto di avere a cuore le loro richieste di protezione economica.

È un aspetto da tenere ben presente: perseguire la sicurezza economica attraverso tutti gli strumenti disponibili, dai dazi alle barriere non tariffarie, fino ai «chokepoints», ossia i punti nevralgici su cui gli Stati Uniti possono esercitare il proprio controllo grazie alla posizione dominante nel sistema finanziario globale, è un obiettivo bipartisan che accomuna ormai quattro amministrazioni, a partire da quella di Obama. Questo orientamento è destinato a durare, e l’UE e gli imprenditori europei, compresi quelli veneti, devono prendere atto di questa realtà e adattare di conseguenza le proprie strategie.

Quando una pubblicazione autorevole come Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations, certo non vicina a Trump, dedica la copertina del numero in corso a un articolo intitolato “The Case for Economic Espionage: America Should Spy on Foreign Companies to Help its Own”, in cui anche gli alleati sono considerati bersagli legittimi, il segnale è chiaro: ci troviamo in un mondo diverso. La questione, piuttosto, è come i leader europei e nazionali possano rispondere senza cadere in una guerra economica fatta di ritorsioni reciproche. Come avvertiva Edward Fishman qualche mese fa sulla stessa rivista: “How to Fight an Economic War”, l’unica risposta ragionevole è che l’UE riconosca finalmente e fino in fondo che gli Stati Uniti, per quanto siano e rimangano un partner commerciale cruciale, soprattutto per un’economia trainata dall' export come quella italiana, devono diventare uno tra più partner.


In che modo i risultati usciti dalle urne rispondono a delle istanze economiche, magari diverse tra di loro tra diversi contesti urbani e rurali?

Possiamo affermare con certezza che le questioni economiche sono state decisive in queste elezioni, pur assumendo forme diverse nei vari contesti locali. Se c’è però un elemento economico che accomuna l’«ondata blu», è il rifiuto della visione dell’economia proposta da Trump negli ultimi due anni: una visione che stabilisce chi conta e dove. Non è un caso che in diverse competizioni elettorali lo slogan sia stato «America is Back», in contrapposizione all’«America First» di Trump, che significava chiaramente «mettere al primo posto» un gruppo estremamente ristretto di attori e interessi economici. La battaglia sui data center, che ha letteralmente ribaltato gli esiti elettorali in tradizionali roccaforti repubblicane come il Texas, ne è un esempio perfetto: qui i democratici hanno vinto tutte le competizioni, nonostante le centinaia di milioni di dollari destinate da Elon Musk al finanziamento delle campagne elettorali.

La vera domanda era: chi fa parte del progetto economico americano? Soltanto gli oligarchi della tecnologia? Mi ha colpito particolarmente osservare, nelle competizioni per la Camera e il Senato nell’Ovest e nel Midwest, tanto nelle aree rurali quanto in quelle suburbane, elettori fino a quel momento saldamente repubblicani, come allevatori e agricoltori, ma anche piccoli imprenditori, schierarsi contro le politiche economiche di questa amministrazione, che li hanno penalizzati. Credo che questo sia un punto essenziale da tenere presente: è vero che le elezioni hanno portato alla vittoria diversi candidati molto più «radicali» rispetto alla corrente maggioritaria del Partito democratico, provenienti peraltro da una straordinaria varietà di contesti sociali e percorsi personali. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, i candidati hanno vinto perché hanno promesso un ritorno all’«America buona», più che una rivoluzione: un’America in cui tutti possano provare a migliorare la propria condizione e in cui opportunità e risorse non siano riservate a pochi.
La centralità del dibattito sulla costruzione dei data center è emblematica. 

La democratica Gina Hinojosa, neo-eletta governatrice del Texas, ha fatto di una moratoria immediata sulla loro costruzione una delle principali promesse elettorali. Ma i data center sono stati un tema cruciale anche nelle competizioni per il Senato in Michigan e Ohio, così come in quelle per la Camera negli Stati di New York e Pennsylvania, nonostante le decine di milioni di dollari spese per orientare favorevolmente l’opinione pubblica.
Sarebbe però sbagliato interpretare questa opposizione attraverso una lente europea, riconducendola a una questione ambientale o di regolamentazione. Si tratta piuttosto di un rifiuto diffuso del capitalismo monopolistico sostenuto dallo Stato. Il fatto che i data center generino pochissimi posti di lavoro, provocano profonde trasformazioni del territorio e sottraggono risorse scarse all’agricoltura, all’allevamento e ad altre attività economiche li ha resi un tema centrale per un ampio spettro di elettori, anche conservatori. Le promesse elettorali di Gina Hinojosa riassumono perfettamente queste istanze: restituire voce alle amministrazioni locali nelle decisioni su se e come costruire i data center; obbligare le aziende a dimostrare che i loro progetti non comporteranno aumenti dei costi dell’elettricità o dell’acqua per i residenti, inclusi quelli legati alle infrastrutture; e, soprattutto, porre fine agli ingenti sussidi che hanno consentito ai grandi operatori tecnologici, i cosiddetti hyperscaler, di costruire i data center.


Al di là dei numeri e dei seggi conquistati a Washington, chi è il vero vincitore di queste elezioni di midterm? Si tratta di una nuova leva di governatori emersi negli Stati chiave, o possiamo parlare di una vittoria più profonda della tenuta democratica e della partecipazione cittadina? 

Più che un “vero vincitore” - risponde il Prof. Basosi - credo sia più facile trovare il “vero sconfitto” di queste elezioni di midterm, che è senza dubbio il Presidente. Il messaggio uscito dalle urne non è infatti un'adesione entusiastica al Partito Democratico, bensì un netto segnale di ripudio nei confronti della Casa Bianca: la bocciatura ha colpito l'avventurismo militare nella guerra all'Iran, le politiche economiche percepite come sbilanciate a favore delle tecno-oligarchie e dell’arricchimento personale dello stesso Trump, le azioni aggressive di forze semi-militari come il famigerato ICE e la costante forzatura delle prassi e dell'architettura costituzionale statunitense.
D'altro canto, definire quello dei Democratici come un "trionfo" rischia di creare un abbaglio ottico. Se è vero che il partito ha conquistato numeri decisivi al Congresso, i rilevamenti d'opinione indicano che il gradimento complessivo dei Democratici tra gli elettori rimane su livelli molto contenuti, a dimostrazione che il voto ha avuto una matrice prevalentemente punitiva verso l'amministrazione in carica. Il Partito Democratico si trova peraltro al proprio interno profondamente diviso tra un establishment centrista e una nuova sinistra che vuole svolte radicali, soprattutto sul piano economico e sociale.

Nei prossimi due anni i Democratici dovranno definire la propria identità in vista delle presidenziali. L'errore più grave che potrebbero commettere sarebbe proprio quello di scambiare un successo elettorale trainato dal rigetto del Presidente per una delega in bianco, sedendosi sugli allori anziché costruire una proposta di governo solida e unitaria.
 

Federica Scotellaro