Ecco l'Heritage Scientist: per una cultura condivisa della conservazione

Il tema della conservazione delle opere d'arte e lo studio dei diversi supporti, soprattutto nell'ambito dell'arte moderna, sembra vivere un momento di crescita di interesse. Ca' Foscari ha tra l'altro appena inaugurato presso il Vega il nuovo Centre for Cultural Heritage Technology in collaborazione con l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) per lo sviluppo di nuove tecnologie e materiali nel campo dello studio e della conservazione dei beni culturali. Abbiamo dunque pensato di chiedere a Elisabetta Zendri, coordinatrice del corso di laurea magistrale in Conservation Science and Technology for Cultural Heritage, di farci un excursus su queste tematiche.

Come è cambiato in questi anni l'atteggiamento verso questo ambito di ricerca?

Il tema della conservazione dell’arte contemporanea è dibattuto da alcune decine di anni, sia per quanto riguarda gli aspetti metodologici che quelli etici e anche giuridici. Ci sono importanti aspetti economici che ruotano attorno all’arte contemporanea e questo ha sicuramente mantenuto alta l’attenzione sul tema della conservazione, ma nel tempo ci è anche resi conto che le metodologie tradizionali non erano adeguate. In molto casi si ha a che fare con opere concettuali in cui i materiali giocano un ruolo fondamentale nel significato dell’opera stessa. Vengono mescolati materiali molto diversi tra loro e con una diversa durabilità e questo ha richiesto (e richiede) lo sviluppo di nuovi metodi non solo di restauro, ma anche di studio e di valutazione degli impatti dell’ambiente di conservazione.
Questo insieme di caratteristiche spiega l’attenzione crescente verso i temi della conservazione dell’arte contemporanea, nei quali la figura del Heritage Scientist gioca un ruolo importante sia nello studio dei materiali che nella proposta di nuove metodologie per l’intervento e per la prevenzione dei danni.
L’intervento di conservazione di un’opera contemporanea è considerata come l’esito di interazioni trans-disciplinari e per questo i convegni sul tema sono diffusi e richiamano molti esperti delle diverse discipline coinvolte (storici, esperti scientifici, restauratori, galleristi, artisti, ecc.). Il Campus Scientifico di Mestre ospiterà il 23 e 24 novembre l’ottavo Convegno Internazionale Colore e Conservazione 2018 dal titolo Supporto e(‘) Immagine, organizzato da CESMAR7 in collaborazione con la nostra Università. Questa edizione sarà dedicata al tema delle operazioni strutturali e di consolidamento nei dipinti contemporanei. Il tema sarà trattato nelle sue diverse declinazioni, dalla proposta di nuovi materiali, alla messa a punto di metodologie di controllo dei metodi, fino alla realizzazione di interventi su opere particolarmente complesse. Saranno presenti esperte ed esperti internazionali di diversa formazione e i lavori saranno di sicuro stimolo per le future ricerche.

Quali sono in questo momento le attività che state sviluppando e in che settori?

I campi d’interesse del nostro gruppo di ricerca spaziano dallo studio dei materiali artistici, archeologici e architettonici, alla valutazione delle loro interazioni con l’ambiente di conservazione, allo studio di nuovi sistemi per l’intervento di conservazione del patrimonio culturale e fino allo studio di metodologie per il monitoraggio e la prevenzione dei danni sulle opere. In questo momento le attività di ricerca si concentrano in particolare su alcuni importanti progetti: il progetto “Tintoretto”, in collaborazione con la Scuola Grande di San Rocco e Venice In Peril, per lo studio dei teleri del soffitto nella Sala Capitolare della Scuola e per la valutazione dell’influenza dell’ambiente sulla stabilità di queste straordinarie opere; il progetto di studio degli impatti della risalita capillare di acqua di mare nelle strutture architettoniche di Venezia e di valutazione delle metodologie di contenimento dei danni, in collaborazione con CORILA e IUAV; il progetto per la messa a punto di nuovi protettivi per la conservazione di supporti dell’arte e dell’architettura, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova; il progetto per lo studio di nuovi materiali e metodi di produzione di oggetti artistici e di design attraverso tecnologie di fabbricazione additiva, in collaborazione con Aziende e con le Università del Veneto.

Stare a Venezia vuol dire avere un osservatorio privilegiato e "un parco" su cui intervenire davvero enorme. Qual'è il rapporto con il territorio e le collaborazioni prestigiose che state avviando con le realtà museali della città?


Negli anni abbiamo costruito una fitta rete di collaborazioni con enti e aziende del territorio, che ci permettono di conoscere e affrontare le reali esigenze conservative del patrimonio artistico e architettonico veneziano. Ci vengono sottoposti quesiti concreti, a cui diamo risposte concrete e nel contempo cogliamo l’occasione per dare inizio a ricerche che si sviluppano con tempi e modalità proprie dell’università, coinvolgendo anche gli esperti delle diverse istituzioni. Il sistema che si è creato è quindi inclusivo e con un obiettivo comune che riguarda la salvaguardia del patrimonio veneziano. Il lavoro di ricerca che stiamo svolgendo sui teleri di Tintoretto della Scuole Grande di San Rocco è un esempio concreto di interazione attiva con il territorio, dove i temi della conservazione di questo patrimonio inestimabile vengono affrontati in maniera diretta, con l’obiettivo di trovare in tempi brevi delle risposte e proporre dei metodi di controllo che siano efficaci e duraturi. Nel contempo abbiamo avuto l’occasione di studiare la tecnica pittorica di Tintoretto e utilizzare diversi metodi di indagine non invasivi e di sperimentare nuovi metodo di valutazione degli impatti dell’ambiente sui materiali pittorici.
I rapporti con le istituzioni sono stati anche “ufficializzati” attraverso convenzioni con la Fondazione dei Musei Civici di Venezia e con la Soprintendenza di Venezia. Questo ci permette non solo di affrontare tematiche reali, complesse e per questo stimolanti, ma anche di coinvolgere gli studenti dei corsi di Laurea in Tecnologie per la conservazione e il restauro e in Conservation science and technology for cultural heritage in attività di studio su casi concreti, dando loro l’opportunità di mettere a frutto quanto appreso nei corsi teorici e prendere atto della complessità del sistema bene culturale. Un esempio è l’attività svolta nell’ambito del corso di Chemical methods and technologies for cultural heritage materials della Laurea Magistrale, attività condotta in stretta collaborazione con la Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, che ad ogni edizione del laboratorio propone dei casi di studio straordinari, affrontati dagli studenti sia dal punto di vista diagnostico che di messa a punto di sistemi per l’intervento di conservazione. Stiamo progettando anche altre attività con il Comune di Venezia, da realizzare su manufatti lapidei con problematiche conservative molto particolari.

Ormai da tempo avete avviato una fruttuosa collaborazione anche con altri ricercatori di Ca' Foscari nel campo dell'archelogia e quest'estate avete lavorato a stretto contatto con il gruppo di archeologi che ha scavato nell'isola di Torcello per rilievi archeometrici e diagnostica sui materiali. Ci puoi descrivere qual'è stato il vostro apporto?

Questa collaborazione ha avuto inizio con un progetto Interreg del 2011 e da allora abbiamo affinato l’interazione rendendola sempre più efficace, tanto da aver generato un’area culturale e di ricerca di grande interesse e di sicuro sviluppo.  Abbiamo iniziato con un approccio molto tradizionale, con la figura dell’Archeologo e dell’Esperto Scientifico che si consultavano da una parte all’altra dello scavo e oggi siamo arrivati a lavorare assieme, durante lo scavo e nello scavo, con modalità ovviamente diverse ma con una notevole capacità d’interazione. Abbiamo partecipato agli scavi di Torcello imparando il linguaggio del metodo archeologico e insegnando quello del metodo chimico-archeometrico per lo studio dei reperti e dell’ambiente di scavo.  In questo modo abbiamo contribuito alla ricostruzione dell’ambiente torcellano, allo studio degli oggetti di uso quotidiano (dalle indagini su di un’anfora siamo risalite al suo contenuto: una composta di pesche, frutto coltivato sull’isola), allo studio delle tecnologie produttive sviluppate sull’isola e alla messa a punto di metodi di conservazione dei reperti con l’impiego di materiali a basso impatto ambientale. Questa diversa modalità d’interazione tra scienze per la conservazione e archeologia ha portato tutti ad una crescita culturale importante che non si esaurirà con lo scavo di Torcello, perché è un patrimonio di per sé e lo cureremo rafforzando ancora di più questa interazione.

Quali sviluppi e quali applicazioni ancora potrà avere l'ambito della conservazione dei materiali in futuro secondo la tua opinione?
Questo è il nodo cruciale che dobbiamo affrontare con onestà intellettuale e apertura, senza pregiudizi. La conservazione del patrimonio culturale è prima di tutto un tema sociale, quindi il “conservatore” nelle sue diverse declinazioni professionali e culturali deve confrontarsi con la società nel suo complesso e con le sue mutazioni. Altrimenti il rischio, ad esempio per l’esperto scientifico inteso in senso tradizionale è quello di trovarsi relegato in un ruolo marginale, dove potrà anche soddisfare le sue esigenze di scienziato, ma senza alcun peso nelle scelte che riguardano il futuro della conservazione e quindi anche il suo.
Questo significa costruire una cultura della conservazione, dove ogni attore deve essere in grado di riconoscere l’importanza dei diversi contributi. Diciamo questo da decine d’anni, ma capita ancora di discutere sul valore di un approccio rispetto ad un altro e questo significa che il concetto di trans-disciplinarità non è ancora stato assimilato da tutti.

Il futuro della conservazione dei materiali è il nostro futuro, quindi credo che nessuno voglia metterlo in dubbio. Cambierà, ed è già cambiato, l’approccio e anche l’attenzione a temi fino ad oggi non considerati. In particolare sarà sempre più importante progettare e mettere a punto metodologie che riducano i costi d’intervento, che generino quantità sempre minori di scarti, che non impattino sulla salute degli operatori e sull’ambiente. Ma sarà anche fondamentale passare concretamente dal concetto di “restauro” a quello di “prevenzione” e di “manutenzione”. Ne parliamo da tempo, si sono già fatti importanti passi avanti, ora dobbiamo essere pronti a condividere con le istituzioni e con le aziende queste necessità e a dare risposte concrete.

 

 

 

FEDERICA FERRARIN