Valentina Bonifacio

Valentina Bonifacio (foto di Andrea Avezzù)

Valentina Bonifacio per #ricercaèdonna: l'arte della ricerca antropologica

Valentina Bonifacio tiene presso il dipartimento di Studi Umanistici uno dei pochi insegnamenti in Italia di Antropologia Visuale. E’ la prima ricercatrice assunta da un ateneo italiano come vincitrice di una “Marie Curie”.
Laureata a Ca’ Foscari in Filosofia nel 2001, con una tesi sulla partecipazione indigena alla guerriglia guatemalteca degli anni ’80, dopo un master in cooperazione e sviluppo all’Università di Pavia ha viaggiato e lavorato tra Bolivia, Ecuador e Paraguay. Durante l’esperienza nella cooperazione internazionale ha cominciato a utilizzare la macchina da presa per raccontare le storie dei luoghi e delle persone che incontrava.

Come è nata la passione per l’Antropologia visiva?

A Puerto Casado, in Paraguay, c’è la fabbrica di tannino della famiglia Stastre-Casado (1889-2000). E’ una delle prime realtà produttive ad aver impiegato gli indigeni come operai, e attorno alla fabbrica è sorta una ‘company town’ popolata dalle famiglie dei lavoratori. Una volta lì ho deciso di raccontare la storia della comunità locale dal punto di vista antropologo-visuale. Avevo bisogno di specializzarmi e ho scelto uno dei migliori Master in questo ambito, all’Università di Manchester, dove ho poi conseguito un PhD in 'Social Anthropology with Visual Media'. Dal 2014 al 2017 sono stata Marie-Curie research fellow presso l'Università Ca' Foscari di Venezia e alla Parsons School For Design di New York. Ho così potuto tornare in Paraguay e lavorare con la comunità indigena di Puerto Casado. Vivendo e studiando quel contesto, ho scelto di restituire la storia attraverso le tecnologie sperimentali. Nel 2017 ho diretto un gruppo di ricerca interdisciplinare che coinvolgeva artisti di formazione diversa, e il progetto si è concluso con la mostra "Destiempo, dinamograma de Puerto Casado", approdata a Venezia e a Milano dopo essere stata presentata in Paraguay (nella capitale Asunción e a Puerto Casado) e a New York (www.unive.it/archfact).

Perché unire Arte e Antropologia?

Soprattutto grazie al periodo trascorso come ricercatrice alla Parsons di New York ho iniziato a considerare l’arte come una pratica di ricerca. Mi sono chiesta che tipo di riflessione avrebbe potuto fare un gruppo eterogeneo di artisti sulla storia della fabbrica di Puerto Casado. Hanno partecipato alla residenza un disegnatore, due grafici, una biologa e una curatrice di mostre. L’ impatto del progetto è stato notevole, sia come innovatività scientifica che come coinvolgimento del vasto pubblico.
Come è stata vissuta dalla comunità locale questa presenza?
Molto bene. La popolazione è stata coinvolta fin dall’inizio e in modo costante durante l’intero progetto. Attraverso una radio locale raccontavamo giorno per giorno il nostro lavoro. E’ stata aperta una pagina Facebook ancora attiva. Abbiamo analizzato il ruolo che le diverse memorie dei protagonisti dell’epoca - operai indigeni, immigrati, missionari salesiani, la stessa famiglia Sastre-Casado -  hanno avuto nel formare l’identità politica contemporanea del paese.

Cos’è per lei l’Antropologia?

Mi piace molto una definizione data dall’antropologa Anna Tsing: “l’arte del notare le cose”. L’Antropologia è un allenamento dell’attenzione, l’osservazione partecipe è il cuore della disciplina. Attraverso lo studio e la pratica si impara a vedere il mondo, a notare dettagli che altrimenti sfuggirebbero, a capire la complessità delle relazioni.

E la Ricerca sul campo?

E’ il cuore dell’attività dell’antropologo. E’ uno stare nei luoghi, non ingenuo ma consapevole. Una volta stabilito un campo di ricerca – qualsiasi esso sia - lo si deve frequentare. E’ una conoscenza molto legata alla presenza del corpo nello spazio. Lì, attraverso una formazione adeguata, si impara ad osservare, ad acuire la vista.

Ritiene che in ambito accademico ci siano trattamenti diversi per uomini e donne?

Non nel mio dipartimento, dove per esempio la direttrice è una donna e dove gli insegnamenti di Antropologia sono tenuti da due donne e un uomo. In generale però trovo che nei contesti accademici le donne non vengano considerate autorevoli quanto gli uomini. Non godono dello stesso rispetto e vengono trattate con una certa dose di condiscendenza. Anche la comunità studentesca, in alcuni casi, sembra essere più orientata verso interlocutori maschi. Nei rapporti con soggetti esterni, le donne sono più spesso esposte ad attenzioni non volute, ad atteggiamenti che tendono ad oltrepassare la soglia consentita.

Un paragone tra Italia e Sud America?

Mi è molto difficile. In Sud America gli europei in generale godono di un maggiore rispetto dovuto alla provenienza, che supera le differenze di genere.

Federica SCOTELLARO