8 marzo, giornata internazionale della donna

Tra una caramella al limone sui treni, volantini sessisti e proliferazione di luoghi comuni, cogliamo l’occasione per riportare i pareri di alcune nostre ricercatrici - intervistate per #ricercaèdonna - sulla parità di genere nella carriera universitaria. Uomini e donne, nell’accademia, hanno le stesse opportunità?

 

Nel mio percorso non ho notato differenze di genere. Ritengo che la questione più urgente da affrontare oggi sia la condizione di precarietà che accomuna molti ricercatori universitari italiani, donne e uomini.  
Maria Cristina Paciello, politica economica dei paesi islamici

 

Prima di arrivare a Ca’ Foscari, ho lavorato in Gran Bretagna, in Australia, e infine in Polonia. Ho così sperimentato contesti universitari caratterizzati da livelli diversi di supporto per le donne impegnate nella ricerca scientifica. Credo che sia fondamentale promuovere politiche che sostengano le donne nella ricerca. Ma non è sufficiente. Torno per un momento al tema della famiglia. Nei diversi paesi in cui ho lavorato mi ha sempre colpito il modo diverso in cui uomini e donne parlano dell’effetto che avere una famiglia ha avuto sulla loro vita professionale. Gli uomini parlano spesso dell’effetto positivo e stabilizzante della famiglia e dei figli per il loro lavoro di ricerca; per molti di loro la famiglia e la casa sono ancora il luogo dove tornare dopo il lavoro. Per molte donne, invece, la sfida è tenere insieme organizzazione familiare e tempo per la ricerca, responsabilità di cura e vita professionale. Naturalmente è una generalizzazione. Conosco molte coppie in cui le responsabilità familiari sono distribuite in modo equo e solidale. Ma occupandomi di famiglie, è inevitabile riflettere su quanto ancora ci sia da fare anche in questo senso, soprattutto in un paese come l’Italia, dove le politiche di welfare rimangono deboli e sbilanciate.
Stefania Bernini, storica contemporanea esperta di flussi migratori

 

Non ho riscontrato trattamenti diversi tra uomini e donne nel mio dipartimento, dove per esempio la direttrice è una donna e dove gli insegnamenti di Antropologia sono tenuti da due donne e un uomo. In generale però trovo che nei contesti accademici le donne non vengano considerate autorevoli quanto gli uomini. Non godono dello stesso rispetto e vengono trattate con una certa dose di condiscendenza. Anche la comunità studentesca, in alcuni casi, sembra essere più orientata verso interlocutori maschi. Nei rapporti con soggetti esterni, le donne sono più spesso esposte ad attenzioni non volute, ad atteggiamenti che tendono ad oltrepassare la soglia consentita.
Valentina Bonifacio, Antropologia visiva

 

Mi sono inserita come biotecnologa in un contesto di ingegneri e chimici industriali. Potrei dire che all’inizio questo mi ha fatto sentire in minoranza, ma la voglia di fare c’è sempre stata e col tempo sono arrivati risultati e soddisfazioni.
Cristina Cavinato, biotecnologia

 

Quando studiavo a Ca’ Foscari ho avuto la fortuna di incontrare professoresse che sono state di esempio e di stimolo, non erano molte allora mentre oggi il numero è cresciuto a significare un cambiamento importante pur nelle difficoltà di un contesto, come quello accademico, che ti chiede molto e che può condizionare enormemente le tue scelte di vita e non solo professionali. Credo che l’università possa essere il luogo ideale nel quale promuovere una cultura dell’eguaglianza e della parità di trattamento e in questo senso molti passi avanti sono stati fatti rispetto al passato ma la strada è ancora lunga. La scelta tra progressione di carriera e famiglia riguarda ancora troppe donne, nel pubblico come nel privato, e il percorso accademico presenta non secondari elementi di criticità in questo senso. Anche laddove le opportunità e le prospettive di carriere risultano equamente distribuite, nei fatti le donne si trovano spesso dinanzi a decisioni difficili. E non dipende dalla determinazione e dall’impegno ma piuttosto dalla difficoltà di trovare un equilibrio tra vita professionale e vita familiare e quindi governare le molteplici responsabilità che le donne sono portate ad assumersi. Il Dipartimento di Economia al quale afferisco è certamente un esempio virtuoso e in questo senso non posso che essere fiduciosa nel futuro”
Vania Brino, Diritto del Lavoro

 

Sì, penso che le disuguaglianze ci siano. E non si tratta solo di una sensazione mia o qualcosa che deriva unicamente dalla mia esperienza come ricercatrice donna o da quella delle mie colleghe, ma è un dato di fatto corroborato da numerose analisi e statistiche, all’interno di report ufficiali, ricerche e moltissime altre fonti. Sono dati dei quali siamo a conoscenza da decenni ormai. Io sono quella che viene definita una donna nelle STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics, ndr.), una donna nella fisica per di più, entrambe aree di ricerca note per la loro scarsissima rappresentanza femminile. Tra le varie conseguenze di ciò, troviamo una mancanza di figure di riferimento e mentori femminili in ambito accademico. A questo seguono una serie di pregiudizi professionali che troviamo durante tutta la nostra carriera e che si manifestano attraverso la svalutazione del nostro lavoro, dovuta a stereotipi che legano scienza e identità di genere, oppure attraverso difficoltà inaspettate e logicamente inspiegabili che dovrebbero comparire nel momento in cui una donna si trovi in prossimità di posizioni di potere.
Le donne nell’ambito scientifico hanno inoltre molte più probabilità, rispetto ai loro colleghi uomini, di trovarsi in collaborazioni  sterili durante la loro carriera, perchè spesso e volentieri vengono viste come assistenti molto preparate invece di colleghe alla pari.
Questo ultimo punto è una delle cause del famoso “pay gap” che le donne in tutti I settori professionali sperimentano e che porta alla situazione in cui ci troviamo ora, cioè dopo il 31 Ottobre, la Giornata Europea dell’Equal Pay, quando, statisticamente, le donne iniziano a lavorare gratis per il resto dell’anno, mentre gli uomini continuano a percepire il loro stipendio mensile.
Per concludere, la mia esperienza, quella delle mie colleghe e le testimonianze di vari report, ricerche e statistiche, parlano tutte di problemi ben più gravi e allarmanti come l’abuso fisico e psicologico, fino ad arrivare ai casi di violenza sessuale sul lavoro. Tutte cose che moltissime donne nella scienza sono costrette a subire almeno una volta nella loro carriera. Tutto ciò vale per donne bianche come me, le quali condividono parte dei privilegi accordati alla loro controparte maschile, mentre le diseguaglianze e i soprusi si moltiplicano in numero e gravità quando l’identità di genere si interseca con altre condizioni di minoranza, come l’etnia, l’orientamento sessuale o la disabilità. Le cose devono cambiare radicalmente, e in fretta.  
Suzana Blesić, fisica

 

Non direi che le prospettive di carriera per uomini e donne siano le stesse, ma mi sembra che le cose cambino velocemente dopo anni di indifferenza. La mia esperienza è più legata alla situazione francese: fino a qualche anno fa in particolare era più difficile in Francia per una donna imporsi e fare carriera universitaria. Quando ho cominciato il dottorato in scienze politiche, una docente mi disse: “Come professoresse ordinarie di scienze politiche in Francia siamo in quattro”.
In alcuni ambiti dominati dagli uomini, come per esempio la Filosofia – il mio primo campo di studio –  le donne tendevano a esprimersi meno e io avevo la sensazione che fosse più difficile essere rispettata e ascoltata. E non c’era nessuna attenzione per la parità! Nel 2011, dopo l’affaire Strauss-Khan, la predominanza maschile si è spezzata e c’è stata una grande espansione della libertà di parola delle donne. Parlare pubblicamente dei problemi di prevaricazione, di molestie sul luogo di lavoro etc. ha aiutato le donne a recuperare quella fiducia in sé stesse che in alcuni casi si era persa.
Stéphanie Novak, Relazioni internazionali

 

Credo che chi voglia intraprendere la carriera e al contempo scegliere la maternità incontri maggiori difficoltà, in tutti gli ambiti ma soprattutto in quello universitario, proprio per il lungo periodo di precariato che questo comporta. Il mio periodo di postdottorato a Ca’ Foscari mi ha dato moltissime soddisfazioni professionali ed è anche il periodo in cui ho avuto i miei due bimbi. Ho trovato, grazie alla sensibilità dell’equipe con cui lavoravo, un ambiente favorevole per conciliare al meglio lavoro e famiglia. Essere Ricercatrice e madre non è facile, proprio perché si è precari.
Deborah Paci, Storia contemporanea

Federica SCOTELLARO