La pandemia non ha fermato le buone pratiche per l’integrazione

La pandemia, in Italia come in altri paesi dell’Unione, ha avuto effetti anche sui richiedenti asilo e rifugiati inseriti percorsi di accoglienza o appena usciti da essi. Una delle prime conseguenze obbligate è stata il trasferimento dai rapporti faccia a faccia all’online e proprio in questo passaggio molti rifugiati hanno cercato di portare un proprio contributo.

A Parma, nel pieno del lockdown, ad esempio, alcuni richiedenti asilo hanno realizzato dei video nelle loro lingue madri per informare e invitare a stare a casa i loro connazionali. I video, diffusi attraverso i social media, sono disponibili in inglese, ewe, bambara, urdu, amarica, pular, wolof e bangla. Intanto, a Vienna, il progetto di community cooking traslocava su Zoom: rifugiati e migranti hanno cucinato, mangiato e condiviso racconti telematicamente. 

Ancora a Parma, altri rifugiati hanno offerto il loro supporto ad associazioni locali per riportare alle famiglie gli oggetti personali di persone decedute in ospedale a causa del COVID-19. A Bologna, per combattere l’isolamento ha avuto un ruolo importante “Alta Frequenza”, una web radio partecipata che ha l’obiettivo di rendere protagonisti i giovani, in particolare migranti, presenti sul territorio metropolitano: rifugiati, richiedenti asilo, minori non accompagnati.

Sono storie di integrazione in tempo di pandemia incontrate dagli studiosi ed esperti del progetto SIforREF (Integrating Refugees in Society and Labour Market through Social Innovation), finanziato dal programma europeo Interreg Central Europe e coordinato da Ca’ Foscari.

“SIforREF - spiega la coordinatrice Francesca Campomori, professoressa di Scienze politiche a Ca’ Foscari - ha l’obiettivo di ridurre il rischio di marginalizzazione dei rifugiati e di favorirne l’integrazione sociale e lavorativa attraverso l’implementazione e la promozione di pratiche socialmente innovative che coinvolgono attivamente sia organizzazioni del terzo settore sia attori pubblici. SIforREF utilizza la co-creazione come metodo per progettare o rendere più efficaci le misure per l’integrazione dei rifugiati. La diffusione della pandemia ha inevitabilmente suscitato anche nuove piste di ricerca al progetti: ci si è chiesti in particolare come i rifugiati e richiedenti asilo stanno affrontando le misure restrittive imposte nei Paesi partner del progetto e se queste stanno inficiando i processi d’inclusione di questi individui”.

La co-creazione si fonda sul dialogo, favorito dall’organizzazione di vari workshop coordinati da esperti e facilitatori, tra policy-makers, stakeholders, operatori sociali, mediatori culturali e rifugiati finalizzato a condividere i problemi e a individuare possibili modalità per migliorare le politiche di integrazione. Il progetto ambisce a creare le basi per concreti cambiamenti nelle politiche locali e transnazionali rivolte all’inclusione dei rifugiati.

Il primo anno di lavoro ha permesso una mappatura di buone pratiche, ovvero tutte quelle iniziative o esperienze che funzionano e danno un effettivo contributo ai processi d’integrazione sociale, lavorativa o abitativa dei rifugiati e che possono essere facilmente replicate altrove.

Un esempio di buona pratica è rappresentato dal Progetto School4Job, implementato a Bologna dalla cooperativa Arca di Noè in partenariato con ASP Città di Bologna, due scuole superiori (Liceo M. Minghetti di Bologna e l’ISS Archimede di San Giovanni in Persiceto), il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna, AICIS e con il supporto della Fondazione Carisbo.

Il focus dell’iniziativa è stato la condivisione di competenze tra studenti e rifugiati per la ricerca di lavoro. Attraverso numerosi incontri e l’adozione di un approccio peer-to-peer studenti e richiedenti asilo o rifugiati hanno imparato a scrivere un cv, a prepararsi ad un colloquio di lavoro e hanno rafforzato le competenze linguistiche: un italiano 'tecnico' e 'professionale', di particolare aiuto per i richiedenti asilo, e la lingua inglese o francese nello scambio richiedenti asilo-studenti.

Un ulteriore esempio di buona pratica nel contesto italiano è rappresentato dal Tutor territoriale per l’integrazione, progetto avviato a Parma da CIAC onlus. L’iniziativa prevede il coinvolgimento di volontari disponibili a dare un supporto concreto ai rifugiati, accompagnandoli nei processi d’integrazione, radicamento e autonomia.

“La creazione di legami solidi basati su una relazione di scambio e reciproca fiducia - spiega Campomori - sono i pilastri di questo progetto che permette ai rifugiati di ridurre l’isolamento sociale entrando in contatto con le reti sociali del tutor e ai tutor di conoscere realtà spesso dipinte con toni allarmistici da media e politica e di toccare con mano i vissuti di esclusione che sperimentano i migranti”. 

Il team sta lavorando anche alla creazione di uno strumento di valutazione che possa dimostrare ai decisori politici come le metodologie ispirate all’innovazione sociale possano declinarsi in concreti indicatori e dunque in specifiche linee guida.

Il progetto, di durata triennale, coinvolge nove partner (università, enti di ricerca, associazioni e municipalità) provenienti da Italia, Austria, Germania e Slovenia. In particolare sono coinvolte le città di Bologna, Parma, Vienna, Berlino e Lubiana.

Enrico Costa