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Premio Nobel per la Letteratura 2020 a Louise Glück

Il Premio Nobel per la Letteratura 2020 è stato assegnato a Louise Glück (n. 1943), poetessa e saggista statunitense. L’autrice, al momento docente di inglese e Rosenkranz Writer in Residence a Yale, si è detta sorpresa di aver ricevuto il premio, ma i numerosi e prestigiosi riconoscimenti che costellano la sua carriera testimoniano il valore della sua opera: menzioniamo, tra gli altri, il premio Pulitzer per la poesia (per The Wild Iris, 1993), il National Book Award (per Faithful and Virtuous Night, 2014), la National Humanities Medal (2015), e il titolo di Poet Laureate degli Stati Uniti (2003-2004).

La motivazione del premio è l’austera bellezza della sua poesia, che riesce a rendere universale l’esistenza individuale, e l’opera di Louise Glück parte proprio dal fattore autobiografico, soprattutto traumatico, rielaborato in una severa liricità che si rifà alla mitologia classica e alla Bibbia, ma anche anche a un rapporto di derivazione romantica con la natura. Glück ha scritto che la letteratura contemporanea è “la letteratura del sé che esamina le proprie risposte e reazioni” (American Originality: Essays in Poetry), una definizione che ben descrive il suo stesso lavoro. L’infinito, nota, è diventato un grande topos, ma pare che, in realtà, non vi sia granché da dire in proposito. La poesia può essere quindi solo particolarità dell’esperienza individuale, intimità del dolore e solitudine di fronte all’inevitabile caducità delle cose. Eppure, questa riflessione sul sé, sui suoi sogni e moti reconditi “spiegati via” dalla modernità, può realizzarsi solo nel confronto con l’universale mitico e naturale: è attraverso il paragone con il ritorno omerico che si rivela tutta la banalità di un matrimonio stantio con un marito infedele (Meadowlands), e sono i fiori, simbolo naturale per eccezione, a condannare la frivolezza del desiderio umano di immortalità (The Wild Iris). La sua intera opera, dalle prime raccolte ai lavori più recenti, si pone quindi come un percorso tutto personale, di confronto individuale con l’esperienza, il dolore, l’amore, il lutto, il tempo che passa. Il tono laconico di Glück, la sensazione che per lei le parole siano difficili da conquistare e, soprattutto, da non sprecare (come ha scritto Teicher), sembra rispecchiare proprio la difficoltà di questo confronto imprescindibile.

Nelle parole del prof. Gregory Dowling, docente di Lingua e Letteratura Nordamericana presso l’Ateneo cafoscarino, “La poesia di Louise Glück ha un’intensità lirica e compressa che a volte ricorda i versi di Emily Dickinson, e come la Dickinson sa essere anche ermetica. La sua produzione scaturisce da certi traumi forti e personali ma mai espressi nella maniera diretta dei poeti della cosiddetta scuola Confessionale. Nonostante il suo nome figuri in No More Masks! (titolo che suona tristemente ironico in questo momento), una storica antologia dei primi anni ’70 dedicata alle scrittrici del Novecento, la Glück, a differenza delle sue coetanee, non è diventata una voce puramente politica, come Adrienne Rich, ma mostra un’empatia fuori dal comune per tutti quelli che lottano – una qualità che distingue anche l’altra grande scrittrice americana vincitrice del Premio Nobel, Toni Morrison.
Una delle sue raccolte più belle e anche più lette, The Wild Iris (1992), riesce a estendere questa empatia al mondo naturale, dando voce – ed è una voce toccante – ai fiori di un giardino. Così la Glück dimostra di appartenere, nel suo modo originale, anche alla grande tradizione americana di ‘Nature writing’.”

“The Wild Iris” (da The Wild Iris, 1992)

At the end of my suffering
there was a door.

Hear me out: that which you call death
I remember.

Overhead, noises, branches of the pine shifting.
Then nothing. The weak sun
flickered over the dry surface.

It is terrible to survive
as consciousness
buried in the dark earth.

Then it was over: that which you fear, being
a soul and unable
to speak, ending abruptly, the stiff earth
bending a little. And what I took to be
birds darting in low shrubs.

You who do not remember
passage from the other world
I tell you I could speak again: whatever
returns from oblivion returns
to find a voice:

from the center of my life came
a great fountain, deep blue
shadows on azure seawater.

Rachele Bassan