Invecchiamento in salute: i progressi della medicina non bastano senza agire sui fattori sociali, culturali e comportamentali
I progressi della medicina, da soli, non bastano a garantire un invecchiamento più sano. Analizzando 30 anni di dati sulla popolazione statunitense, una ricerca dell’Università Ca’ Foscari Venezia e pubblicata su Scientific Reports mostra che non si misura un miglioramento del sistema sanitario americano nell’ultimo trentennio. In particolare, è più facile soffrire di diabete oggi rispetto agli anni ‘90, a parità di altre condizioni. Per le malattie cardiovascolari un miglioramento esiste, ma resta molto limitato. A fare la differenza sono soprattutto le condizioni sociali e comportamentali, dall’eccesso di peso alla fragilità economica.
Lo studio mette al centro un tema chiave per la salute pubblica: le determinanti sociali della salute, cioè l’insieme delle condizioni economiche, sociali e culturali che influenzano il rischio di ammalarsi e il modo in cui si invecchia. La salute, infatti, non dipende solo da fattori biologici o dalla disponibilità di cure, ma anche da aspetti come il reddito, il livello di istruzione, la qualità dell’ambiente di vita, l’accesso alla prevenzione e la possibilità di adottare stili di vita salutari.
I risultati osservati negli Stati Uniti vanno proprio in questa direzione. Per le malattie cardiovascolari emerge un lieve miglioramento tra le generazioni più recenti: a parità di età e delle altre variabili considerate, ogni anno di nascita più recente è associato a una riduzione relativa del rischio di circa il 5%. Per il diabete, invece, questo effetto non risulta statisticamente significativo. Questo suggerisce che, nonostante i progressi della medicina, le condizioni che favoriscono una buona salute nella popolazione non siano migliorate in modo sufficiente negli ultimi decenni.
Anzi, i dati indicano che per una parte crescente della popolazione statunitense è oggi più facile trovarsi in situazioni di svantaggio socio-economico o di maggiore esposizione a fattori di rischio, come l’obesità e la fragilità economica, che aumentano la probabilità di sviluppare patologie croniche. È anche per questo che la prevenzione non può limitarsi alle raccomandazioni individuali: servono politiche e infrastrutture di cura, sostegno e accompagnamento capaci di ridurre le disuguaglianze e creare condizioni di vita più favorevoli alla salute.
Per arrivare a queste conclusioni, il gruppo di ricerca ha analizzato i dati del Behavioral Risk Factor Surveillance System (BRFSS), il più grande sistema di sorveglianza statunitense sui comportamenti e sui fattori di rischio per la salute, che raccoglie ogni anno circa 400 mila interviste telefoniche. L’analisi ha riguardato 1.876.686 persone per il diabete, su dati raccolti tra il 1990 e il 2023, e 720.390 persone per le malattie cardiovascolari, su dati dal 2007 al 2023.
Il lavoro mostra che, a parità delle altre caratteristiche considerate, il passaggio da sovrappeso a obesità è associato a un aumento della probabilità stimata di diabete di circa 13,9 punti percentuali e di malattia cardiovascolare di circa 1,6 punti percentuali. Anche il reddito pesa in modo rilevante: le persone con redditi più bassi, sotto i 25.000 dollari annui, presentano probabilità sensibilmente più alte di diagnosi rispetto ai gruppi più benestanti.
“La questione non è soltanto se si vive più a lungo, ma in quali condizioni di salute si arriva all’età adulta avanzata - commenta Stefano Campostrini, professore di Statistica sociale a Ca’ Foscari e coordinatore del gruppo di ricerca cafoscarino - Considerata la spesa per le cure degli Stati Uniti, quasi il doppio delle nostre, e i risultati sia in termini di longevità (minore di 5 anni di vita rispetto l’Italia) sia di morbilità (minore capacità di comprimere le principali patologie croniche), i nostri studi sostengono la rilevanza di aspetti non clinici per la salute. Interessante anche la lettura dei risultati in termini di differenze tra gruppi sociali (disuguaglianze), molto presenti anche nel nostro Paese, ma ancora più forti ed evidenti guardando ai dati americani”.
La ricerca si inserisce in una linea di studio che lo stesso gruppo aveva già sviluppato sui dati italiani del sistema di sorveglianza PASSI, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità. In quel caso, l’analisi aveva mostrato che la morbilità non evolve in modo uniforme tra territori, coorti e patologie diverse, e che anche in Italia il ruolo di fattori sociali, economici e comportamentali è decisivo per capire quando e come compaiono le malattie croniche. Il nuovo studio amplia ora la prospettiva al contesto statunitense, dove il peso delle disuguaglianze emerge in modo particolarmente evidente.
“Questi risultati rafforzano l’idea che la salute non possa limitarsi al piano clinico - conclude Campostrini, raccogliendo una riflessione maturata nel gruppo interdisciplinare operante presso il Dipartimento di Economia cafoscarino - Servono politiche capaci di agire anche sulle condizioni sociali che favoriscono salute e benessere, influenzando alimentazione, attività fisica, accesso alla prevenzione, tutti aspetti legati alla “quantità”, ma soprattutto alla qualità dell’invecchiamento”.
Secondo il gruppo di ricerca, il messaggio che arriva dai dati va oltre il caso statunitense. Se la medicina continua a progredire ma crescono insieme obesità, vulnerabilità economica e squilibri territoriali, i guadagni in anni di vita in buona salute rischiano di rallentare, fermarsi o addirittura, come nel caso americano, contrarsi. Per questo, concludono le autrici e gli autori, promuovere un invecchiamento sano significa intervenire non tanto sulle cure, ma soprattutto sui determinanti di salute e benessere, inclusi quelli sociali.